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The Mars Volta – Octahedron

2009 - Warner / Mercury
rock / prog-rock / experimental

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Tracklist

1. Since We've Been Wrong
2. Teflon
3. Halo of Nembutals
4. With Twilight as My Guide
5. Cotopaxi
6. Desperate Graves
7. Copernicus
8. Luciforms

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Negli stessi giorni in cui esce Octahedron, quinto album in studio dei The Mars Volta, il fondatore Cedric Bixler decide di fare pace con il suo passato. Ed il passato si chiama At The Drive In. Nessuna notizia ufficiale, ma la coincidenza particolare ci porge sul piatto un aggancio stilistico interessante.

Octahedron è stato presentato durante la sua genesi come disco “acustico”, forse per mettere le mani avanti e dire “non aspettatevi un disco rock”. E invece è un disco rock. Bixler e Rodriguez-Lopez si allontanano anni luce dal post-hardcore di un tempo, così come si discostano dai prog-concept di “Frances The Mute” e “The Bedlam in Goliath” che hanno affascinato molti e fatto storcere il naso ad altri.

Quel che esce fuori nei 50 minuti di Octahedron è un disco di rock-ballad, prevalentemente incentrato sulla duttilità virtuosistica della voce di Bixler, asciugato quasi all’osso dalle caratteristiche tipiche del progressive per riportare al centro dell’attenzione melodie ed una forma-canzone più lineare. Probabilmente dettata dal passaggio nella scuderia Mercury/Warner. Il punto è che questa si dimostra essere una mossa artistica – ma più che altro discografica – azzeccata, tutt’altro che riduttiva.

Ci si potrebbe lamentare di una mancanza d’ispirazione eclettica, più che altro concettuale, alla quale gli ascoltatori erano ormai da tempo abituati. E forse è così, ma se guardiamo all’oggi – fregandocene del passato – abbiamo tra le mani un bel disco. Non un capolavoro, ma un gran bel disco. Il singolo “Cotopaxi” fa da apri pista e traino a tutto l’album nelle radio e tv, non è un caso che sia l’unico e breve episodio di smalto rock rispolverato, ma al tempo stesso estremamente “facile” ed orecchiabile.

Caratteristiche queste ultime che ritroviamo anche in “Teflon”, ma soprattutto in “Desperate Graves”, che sono probabilmente anche gli episodi migliori dell’album. “With Twilight As My Guide” e “Copernicus” sono gli unici pezzi che possono essere realmente annoverati come acustici, con toni sommessi e sussurrati, ma pronti ad alzare la tonalità al punto giusto mescolando il tutto con brevi influenze elettroniche che richiamano alla mente i migliori Massive Attack di Protection. Menzione speciale meritano zenith e nadir, inizio e fine, del disco. La lunga e cadenzata suite che fa da opener, “Since We’ve Been Wrong”, non può che ricordare l’andamento di Televators contenuta in De-loused in the Comatorium, seppur con un ritornello più marcato ed una matrice più zeppeliniana. “Luciforms” chiude in bellezza ed è come se fosse una prova di forza tra artisti e discografici, per riprendere le redini dell’indipendenza musicale e ritagliarsi una via di fuga per un’espressione artistica più libera e slegata da una certa quadratura che in più di un’occasione appare palese.

Siamo di fronte ad un disco omogeneo, ma comunque variamente colorato di sfumature ben bilanciate e senza eccessi – minimalisti o massimalisti – che si lasciano ascoltare con trasporto, ma  senza troppe aspettative (in questo senso è quasi un disco pop). Il che riporta all’aggancio iniziale. Dopo aver esplorato orizzonti musicali sempre più variegati, ammorbidendo il sound di volta in volta, Bixler ha nostalgia di un passato ormai lontano fatto di rabbia, irruenza e verità. Ossia ciò che manca a quest’album.

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