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BLOC PARTY + White Lies – Piazza Castello, Ferrara, 15 luglio 2009

whitelies1Il nord-est questa sera è patria dei Prodigy, di scena a Padova tra la bagarre generale. Ferrara ne risente, addirittura più del caldo che avvolge come un sacchetto di plastica la caratteristica e sempre meravigliosa cornice di Piazza Castello, in passato teatro di memorabili esibizioni.
É un pubblico ancora  scarno, accaldato ma comunque festoso quello che accoglie i White Lies, vera e propra rivelazione del 2009, novelli Editors/Interpol/Joy Division catapultati in un attimo dalla forzata malinconia di debutto al primo posto delle classifiche britanniche.
Abiti scuri e abbozzata eleganza da star maledette, i White Lies giungono con convinzione alla prova concerto dopo un disco che, lo dico con sincerità e viste anche le potenzialità della band, potrebbe spaccare in due il mondo, ma si rivela nei fatti essere la solita fotocopia ad alta risoluzione di altri più prestigiosi prodotti.
whitelies2Il sole sta tramontando in un’atmosfera semi-crepuscolare che non potrebbe essere altrimenti, il continuo via vai di persone affamate che si dirigono distratte nei pochi bar accessibili della recintata Piazza Castello sembra fatta apposta per depredare il plasticoso romanticismo della situazione.
Lì sopra, i White Lies, quattro ragazzotti con la faccia di chi sta pensando con poca ma significativa convinzione al suicidio, o più probabilmente al successo ottenuto, si muovono come se non avessero nulla da dimostrare, come se fosse il mondo fuori a dover dimostrar loro qualcosa. Legnosi e supponenti, sembrano essere lo specchio di una bellissima occasione sprecata, per la musica e per tutti noi.

blocparty2Quanto ai Bloc Party, mentre l’attesa sale e piazza Castello si popola lentamente ma con dignità, una musica d’accompagnamento orientata a tutta verso la più modaiola elettro/dance comincia a diffondersi come un virus incontrollato e incontrollabile. É il riflesso dei Bloc Party, l’anima da sempre più nascosta, ma ormai sempre più visibile e (in)vivibile.
C’è chi dice sia la fine, che i Bloc Party si perderanno ben presto nell’ottusa rincorsa di ritmiche sempre più elettroniche, rimanendo, anche loro, una gustosa occasione sprecata per la musica.
C’è chi dice che tutto questo sia motivo di frizioni all’interno della band, nella quale, inevitabilmente, qualcuno deve sentirsi sacrificato.
Quel che è certo, quel che ci preme e piace sottolineare, è qui sotto, tra i piedi, tra gli occhi, tra le facce, tra le gambe, tra il sudore della gente che, mai e poi mai, sembra perdersi in ingegnose riflessioni sulla parabola, discendente o meno, dei Bloc Party.
I Bloc Party sono in un Kele Okereke sempre più sciolto e convincente showman, capace di far convinvere degnamente le ottime capacità canore e le coinvolgenti movenze da intrattenitore. I Bloc Party sono in un Matt blocparty4Tong sempre più nerd e sempre più strepitoso, batterista instancabile e sempre più indispensabile.Forse si potrebbe sospettare qualcosa di losco nella quasi estraneità del chitarrista Russel Lissack e del bassista Gordon Moakes, tanto validi e capaci quanto però introversi e fuori dalle luci.
Ok, noi siamo degli irrecuperabili malpensanti, e per un attimo ci salta in mente il fatto che un tale sconvolgimento elettronico (l’ultimo singolo “One More Chance”, con la produzione di Cassius, suona inascoltabilmente sinistro) sia in realtà dettato dall’alto e mal digerito da almeno due quarti della band.
Ma è solo un attimo: qui sotto, e lì sopra, funziona ancora tutto alla perfezione.
I Bloc Party sono una macchina rodatissima, il loro show procede senza intoppi e, mischiando gli indimenticabili successi blocparty5del primo “Silent Alarm” (“Helicopter”, “This Modern Love”, “Like Eating Glass”, “Banquet” non a caso sembrano essere gli episodi che riscuotono il maggior apprezzamento) a quelli meno indimenticabili del successivo “A Weekend In The City”, riesce a camuffare, o almeno a far dimenticare, un terzo episodio “Intimacy”, sicuramente inferiore e preoccupante.
Scaletta populista, ok, ma è pur sempre quello che ci serve.
Quando tutto sarà finito, e se dei Bloc Party non ci rimarrà che un piacevole e nostalgico ricordo, cominceremo a preoccuparci sul serio.
Per ora Bloc Party è ancora regola ferrea, nome cui affidarsi per la sicura e rapida risoluzione di personalissimi problemi musicali, vedi quella necessaria e salutare rinconciliazione con l’indie rock britannico, con quella scena che sembra avere ormai poco da offrire e pochi da sorprendere.
A noi l’onore di esserci stati.

a cura di Fabio Gallato

foto di Francesca Fioriniwww.radionation.it

www.blocparty.com

www.ferrarasottolestelle.it


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