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Winter Dust – Colours Of The Post Storm

2009 - Miseria Records
post/hardcore

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Tracklist

1. Post-War
2. Daylight
3. Twilight
4. Moonlight
5. Game Of Chess
6. Simple

7. Bonus Track: Con un deca

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Un gruppo nato come cover-band degli AFI non può che essermi simpatico. Credo di aver consumato più di una copia di Black sails in the sunset nel mio lettore, quando la band di Havoc faceva ancora musica decente.
I Winter Dust nascono nel 2003 e muoiono nel 2008 perché la figa li stronca e la fine dell’adolescenza li disillude. Rinascono nuovamente con questo “Colours of the post storm”, opera preceduta da due album autoprodotti, Delicate, del 2004 e Our dresses on the floor del 2006 e qualcosa di quell’inizio deve essere rimasto, almeno a sentire l’intro di “Post-war”, ma in generale tutto il disco presenta i caratteri di melodie “afiane” o più in generale figlie dell’hardcore melodico più attuale.

È certo che alcune incolmabili differenze, come la temperatura vocale, elevata ma non fino alle corde di Havoc, del cantante Marco Vezzaro mettono le giuste distanze tra i due gruppi, ma parlare in questi termini di questo lavoro è come voler dire che i nostri si sono limitati a copiare un qualcosa che non gli appartiene.
La verità “sta nel mezzo”, come si dice in questi casi, e cioè nel fatto che comunque bisogna trovare la giusta fonte d’ispirazione per poter creare qualcosa che alla fine sia più intima e personale possibile.
I Winter Dust, possiamo dire che ce l’hanno fatta, hanno messo in piedi un massiccio muro sonoro che non mette in evidenza vuoti di sorta e che combina alla perfezione le tonalità elettroniche con quelle un po’ più rock. È tutto spiegato dalle sapienti mani di quella che è forse la combo meno originale, anagraficamente parlando, della storia del rock: Marco Vezzaro (voce, chitarra), Marco Lezzerini (basso),  Marco Macchini (batteria), Marco Belloni (Synth), Fabio Gallato (chitarra): gira voce che il gruppo stia trattando con Fabio la possibilità di poter cambiare il suo nome in Marco così da poter ovviare a questo lapsus anagrafico che compromette i caratteri fondamentali della band.

Il lavoro che i nostri compiono lo si può apprezzare prendendo di mira le costruzioni sonore di “Daylight” che vira in spirali elettroniche ben calibrate tra le urla quasi incomprensibili del Vezzaro. Lo stile è un po’ quello dei melodici screamo che oggi vanno alla grande, con la differenza che è una grande vittoria, musicalmente parlando, che non si compie quell’orribile scissione tra il cantato pulito e il growl, diciamo che il passaggio tra uno stile e l’altro è molto meno drastico.
È un po’ il leit-motiv ch e caratterizza l’Ep, il tutto condito con una formidabile pulizia dei suoni e con la felicissima scelta di affidare ai synth un ruolo fondamentale, accoppiandovi le melodie crepitanti delle due chitarre, come accade in “Moonlight”. Ulteriore sussulto entusiastico è la lenta processione di “Game Of Chess” e il crescendo di “Simple”.

Vi sono spazi, oltre la perfettibilità della nostra quotidianità, che vanno riempiti con cose che solo l’immaginazione fornisce di contorni reali, se incastrate un pezzo qualsiasi di questo lavoro dei Winter Dust in questi vuoti, qualcosa che non riuscite a definire vi apparirà improvvisamente limpido e vivo nei colori.

Taste: Daylight, Moonlight, Game of chess

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