Ricordate i Kiss? Si, quelli tutti truccati che si vestono come drag-queen da ramblas spagnole. Nei quali c’è quello che ogni 10 secondi durante i concerti tira fuori dalla bocca una ventina di centimetri di lingua. Quelli lì! Certo che li ricordate perché i signori appena menzionati fanno tutto questo da circa 35 anni, dal 1974, con l’uscita dell’omonimo Kiss, che metteva in bella mostra 4 bianche facce contornate da stelline, baffi da gatto, rossetti infiammati. Quelli che poi ad un certo punto della loro carriera, siamo più o meno a cavallo tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ‘80, hanno deciso di mandare tutto a puttane perché sentivano il bisogno di togliersi tutto quel cerone che richiedeva ore di trucco e parrucco e di cornificare i fanatici del loro metal facendosi portabandiera di una mezza specie di incrocio tra un metal poppeggiante e spruzzato di disco-mu sic, ebbene tutto questo è bastato per dare inizio ad un valzer di componenti del gruppo che ha portato i Kiss fino alla “reunion” del 1996 prima annunciata con il tour Alive/Worldwide e poi definitivamente suggellata con l’uscita, nel 1998, dell’album Psycho Circus seguito dallo Psycho Circus Tour.
Da qui la scelta, volontaria o meno, che meno ci si attendeva, i Kiss prima di tornare in studio fanno passare la bellezza di 11 anni. Ma permettetemi di dirlo, in tutta sincerità l’attesa è valsa la pena anche solo per il riff introduttivo di Modern day Delilah che mescola tonalità molto hard-rock con le corali classiche dei ritornelli “alla Kiss”. Sono lontanissimi anni luce quei momenti, fasulli e privi di personalità, quando, per non perdere il treno del mainstream, a metà anni ’90, i quattro Kiss registravano pezzi per MTV Unplugged mettendo dentro i loro pezzi quei fastidiosi orpelli giunge che sono la bestemmia sulla faccia delle rockstar. Oggi per fortuna i Kiss sono Russian Roulette e Never enough. Una volta passato l’impatto iniziale, che coinvolge i Fans di praticamente tutti i gruppi che suonano da più di un ventennio e che si ritrovano dopo l’11 Settembre, Dopo la guerra in Iraq, dopo la prima vera crisi economica del nuovo millennio, dopo l’elezione del primo Presidente Americano Afro-Americano, a fare un disco che suoni come al tempo del New Deal Reaganiano, della rivoluzione iraniana del ’79, degli anni di piombo in Italia, ecco il gruppo che tra lustrini e paillettes e improbabili indumenti luccicanti prende l’imbocco per la pista giusta lungo le verticali di Stand e di Hot and cold chiudendo il triangolo con un pezzo che già dal titolo è più di una pretesa o predestinazione, All for the glory è la scala dalla quale fa la sua discesa l’ultimo arrivato, il chitarrista Tommy Thayer (già ospite in alcuni brani di hot in the shade e Psycho circus), lo spaceman che ha preso il posto del partente Ace Frelhey, e che, scusate se mi permetto, non lo fa affatto rimpiangere. Provare l’assolo nel quale il chitarrista si produce, sia in questo pezzo, che nel successivo e molto southern, Danger us. La bontà della quasi totalità del disco è messa ancora più in luce dal riff così tanto hard-rock di I’m an animal.
Una splendida prova per il quartetto di Detroit, un disco che da ancora più lustro e orgoglio ad un gruppo che ha guardato nei diversi antri bui della musica ma che alla fine ha sempre riportato l’occhio verso il faro maestro del rock’n’roll e scusatemi se in tutto questo ignoro il seco ndo cd fatto di vecchi successi sentiti e risentiti. I Kiss di oggi sono sonic boom!
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