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Fuck Buttons – Locomotiv Club, Bologna, 18 ottobre 2009

fuckbuttons2Siamo agli sgoccioli di un decennio la cui parola d’ordine è stata, senza ombra di dubbio, nostalgia. Cercando di evitare le dissertazioni di carattere socio-psicologico che stanno alla base di un tale “ritorno di fiamma” per tutto ciò che fu, non essendo questa la sede più opportuna per farlo, mi limiterò a dire che, almeno in ambito musicale (ma non solo), il “revival” è andato progressivamente a costituire una macro categoria piuttosto ingombrante, sicuramente da non sottovalutare. Una girandola impazzita, o meglio, un’inversione di polarità impressionante, con il futuro che si va a tingere di toni languidamente retrodatati, in maniera del tutto imprevedibile e surreale. È il caos totale.

A questo punto mi si potrà  obiettare cosa c’entra tutto ciò con l’attesissima data bolognese del duo bristoliano dei Fuck Buttons. La risposta è molto semplice: Andrew Hung e Benjamin John Power sono due inguaribili nostalgici. Aspetta un attimo però … ma non stiamo parlando dei Fuck Buttons, quelli additati da critica e pubblico come la cosa più dannatamente innovativa in questo preciso momento? Come si può parlare di nostalgia per coloro che vengono citati quali alfieri della musica del futuro? La risposta è altrettanto semplice: quella dei Fuck Buttons è una nostalgia per il moderno. In tempi di rimestaggio folle del passato, i due bristoliani tentano di porsi apparentemente (e furbescamente) in controtendenza, autoproclamandosi nel ruolo di anello di ricongiungimento tra l’individuo “hic et nunc” e il futuro. E ci riescono perfettamente. D’altronde per rendersene conto basta lanciare una rapida occhiata al palco, sul quale svetta uno spartano tavolo in legno letteralmente sommerso da un intrico di cavi, pulsantiere, valvole, spie luminose e apparecchi giocattolo. Analogico e digitale che si fondofuckbuttons5no senza imbarazzo. Roba da far invidia alle grandi esposizioni universali di inizio Novecento. Ed è proprio a queste che va la mia mente nel momento in cui attacca la musica. Si parte con “Surf Solar”, primo estratto del recente “Tarot Sport” e l’impressione è quella di venire catapultati in un mondo fatto di antiche vestigia di città avveniristiche, futuristici diorami di paesaggi galleggianti, colonie spaziali e fattorie nel deserto già superati nello stesso momento in cui vengono evocati e destinati a divenire pezzi da museo nel giro di un decennio. Qualcosa di molto vicino a un viaggio lisergico, si direbbe. Un trip a cui la produzione del sophomore album ad opera di Andrew Weatherall ha conferito un orientamento maggiormente “danzereccio”, che dal vivo si ridistribuisce per tutta la durata dell’esibizione. Lo stacco con “Ribs Out”, dal precedente “Street Horrrsing” è infatti impercettibile. Peculiarità dei pezzi del primo lavoro è l’utilizzo di un microfono attaccato a un distorsore (un oggetto che pare uscito direttamente dal catalogo Fisher-Price), in perfetto stile Black Dice. Se non fosse per questo, diverrebbe assai arduo distinguere le tracce dei due album. Cosa che tra l’altro si rivela essere abbastanza superflua: Andrew Hung e Benjamin John Power si attengono quasi fedelmente a ciò che è possibile ascoltare su disco. C’è poco spazio all’improvvisazione, se non qualche tentativo di fusione (con “Ribs Out” che si ripresenta in “Colours Move”) e qualche coda per allungare i pezzi. Più opportuno allora divfuckbuttons4iene focalizzarsi sull’imponenza del muro sonoro tirato su dai nostri, capaci di alternare veri e propri assalti sonori (“Rough Steez” e “Bright Tomorrow”), con atmosfere più dreamy, comunque infarcite di rumori e sfrigolii vari, ai limiti dello shoegaze (“The Lisbon Maru” e “Olympians”).

Il pubblico è assorto, perso nel flusso sonoro continuo di questa curiosa coppia di smanettoni, assai poco inclini alla cura dell’aspetto coreografico della performance. C’è chi ascolta attento ed immobile, chi si muove come fosse caduto in trance e chi semplicemente lascia dondolare la testa cercando di stare dietro alla musica. Non esiste un modo più adatto per seguire una performance del genere. L’importante è farsi trascinare da questo curioso tentativo di “museificazione” sonora, riuscendo a coglierne il mood. E quando si giunge alla conclusiva “Flight Of The Feathered Serpent” troncata all’improvviso, inaspettatamente,  è come se ci si risvegliasse in modo brusco, dopo un intorpidimento durato poco meno di un’ora. In genere, almeno all’inizio, se ne esce abbastanza storditi.

In conclusione, non fatevi abbindolare da chi tenta di spacciare i Fuck Buttons come l’ultima avanguardia musicale. Costoro mentono, negando il fuckbuttons6modernismo intrinseco di tale progetto. Essendo quest’ultimo un concetto di per sé superato da diverso tempo, dei Fuck Buttons si potrà semmai apprezzare l’indubbia capacità nel maneggiare la materia sonora, nel gestire i riferimenti musicali e renderli assolutamente personali, nonché accessibili a un pubblico relativamente ampio. Non è cosa da poco, senza contare il fatto che il live, in questo caso, è una tappa quasi obbligatoria, fosse anche solo per provare qualcosa che è capace di far smuovere, allo stesso tempo, la mente e le gambe.

Giusto per dovere di cronaca cito il gruppo che ha aperto il concerto, tali HTRK, trio formatosi in Australia e giunto anch’esso alla seconda prova su disco. Superflui e perdibili, nel caso vi capitasse d’imbattervi in questi tizi, impiegate meglio il vostro tempo andando a farvi un paio di birrette e quattro chiacchere con gli amici.

a cura di Marco Luchini

foto di Alessio Mariottini

www.fuckbuttons.co.uk

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