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The Horrors – Auditorium FLOG, Firenze, 19 novembre 2009

Direttamente dal catalogo di American Apparel, ecco a voi gli Horrors.

Paiono ormai lontani i tempi in cui i cinque efebi  “dark addicted” dell’Essex sembrava non potessero fare a meno di lacca e cerone in quantità industriali, tali da renderli assimilabilihorrors3 a una compagine di scolarette fans dei Tokio Hotel e che tanto, ai tempi dell’esordio “Strange House” targato 2007, riempì l’aria di un vago sentore di zolfo annacquato. Da allora, di anni ne sono passati due e “Primary Colours” è proprio lì a testimoniare il vistoso cambiamento di rotta, sia dal punto di vista dello stile che della ricerca sonora: produzione affidata, tra gli altri, a Geoff Barrow dei Portishead e al defezionario e controverso video maker Chris Cunningham, per quello che a ragione si può considerare come uno dei più credibili compendi del sovraffollato filone revival, assai caro a questa decade. Post punk, shoegaze, dark wave, garage, kraut rock, in un gioco delle reminiscenze assolutamente gustoso. Roba che dopo averla ascoltata ti viene da dire “con questo disco si è veramente esaurito il discorso”.

Viste le phorrors1remesse (e lo sbrodolamento di lodi piovute un po’ da ogni dove), sarebbe lecito aspettarsi un sold-out in occasione di questa prima data fiorentina. Sorprenderà non poco invece, constatare la scarsa affluenza di pubblico. Un pubblico tra l’altro, mediamente giovane e abbigliato  in maniera affettatamente trasandata, conformato sull’apprezzamento accordato dai cinque pallidi inglesi al total black.

La seconda sorpresa arriva nel momento in cui il gruppo fa la sua comparsa sul palco: niente fronzoli e un’inusuale sobrietà che strizza velatamente l’occhio al sopracitato marchio d’abbigliamento tanto caro agli indie-kids. Beh, forse Faris Rotter e soci hanno veramente cambiato rotta. Forse hanno veramente capito l’importanza di smarcarsi da un’immagine fortemente connotata per far risaltare solo ed esclusivamente la loro musica. Forse (wow!) sono cresciuti.

horrors5Parte la musica. Prevedibilmente sono i battiti da incubo dell’opener “Mirror’s Image” ad aprire l’esibizione. Rotter attacca a cantare e subito viene da chiedersi: ma che fine ha fatto la svolta vocale a metà strada tra la mono-tonia di courtisiana memoria e lo spoken? Ma soprattutto, cos’è tutto quello “sfrangettarsi” (passatemi il termine) ossessivamente la chioma per arrivare a coprirsi il viso fin sotto gli occhi (ansia da palco o nostalgia della lacca?). L’impressione è che al buon Faris piaccia (e non poco) inseguire l’impresa di raggiungere la posa giusta. Si dice che sia sbagliato basarsi sulle prime impressioni. Ma questo pare non essere il caso.

Il live prosegue e gli Horrors inanellano uno dietro l’altro i pezzi di “Primary Colours”, limitandosi oltretutto solo a riproporre quasi pedissequamente la scaletta dell’album: “Three Decades”, “Primary Colours”, “I Can’t Control Myself”, “New Ice Age”, sono schegge di pura energia, calate giù una dietro l’altra. Al di là della pessima acustica del locale e delle luci scenograficamente soffuse (il divieto di flash a preservare un’atmosfera forzatamente dark è pressoché ridicolo), si vede che questi ragazzi ci mettono tutto il loro impegno e che tecnicamente ci sanno fare, ma permane l’impressione che si prendano estremamente (troppo) sul serio. Spiazza ancora di più però il fatto che, dal vivo, i pezzi perdano tutto il loro appeal “filmico”, quella sottile patina ingiallita di malinconia disturbata che, su disco, ha fatto esaltare molti.

horrors2“Scarlet Fields” è la più Joy Division-oriented del lotto e, di conseguenza, la voce si adegua, rinunciando ad un cantato schizofrenico. Il baritono di Rotter torna a farla da padrone nella cupa ed arrendevole “I Only Think of You”, apripista, assieme alla calda “Do You Remember”, delle due attesissime gemme della serata: “Who Can Say” e “Sea Within A Sea”. Qui la prospettiva pare cambiare radicalmente, in quelli che possono essere innalzati a emblemi della giovinezza di fine decennio. Confusione, malinconia, languore, perdizione. Qui c’è tutto. Ed è inutile dire che si tratta di pezzi ruffiani o citazionisti. Siamo di fronte al “qui e ora” più che mai. Di una perfezione inestinguibile. Dal vivo, lo stacco tra i due pezzi conclusivi e il resto dell’esibizione è lampante ma ciò non basta ad evitare di trasformare questo report in una cronaca di un amore … finito. C’eravamo tanto amati. Punto e stop. Se non fosse che, al ritorno sul palco dopo una breve pausa, la band ha riproposto le migliori cartucce direttamente da “Strange House”, oltre a una tiratissima cover di “Ghostrider” dei Suicide. Inaspettatamente, saranno proprio queste a convincere maggiormente e prevedibilmente, a far scatenare un vero e proprio delirio sotto al palco. “Count in Fives”, “Sheena Is A Parasite” e “Gloves”sono meno di dieci minuti di sgraziata follia in bilico tra Bauhaus e Cramps. Un’esplosione di riff di chitarra contorti, tastierine isteriche e vomitature vocali, capaci oltretutto di regalare alcune esilaranti gag degne del peggiore dei Cinepanetthorrors4oni: dall’aspirante groupie maldestramente respinta da Rotter e punita con un volo d’angelo direttamente sul pubblico, all’invasore di palco sollevato e portato via di peso da un energumeno della sicurezza fino all’immancabile gruppazzo di debosciati sotto al palco aggiudicatosi, udite udite, un paio di sputazzi dal bassista Spider Webb.

Alla fine della fiera, rimangono un’ora di esibizione altalenante e alcuni momenti d’involontaria comicità. Sinceramente troppo poco per una band del genere, certamente dotata d’energia e con un secondo album di assoluto livello, ma ancora acerba e con un’identità musicale scarsamente focalizzata. Il vero rischio per gli Horrors, a questo punto, è quello di essere risucchiati dallo stesso meccanismo dell’hype che li ha generati, un gruppo destinato a rimanere nel limbo delle eterne (grandi) promesse, rifiutato sia dal pubblico mainstream (le vendite parlano chiaro e non concedono possibilità d’appello), che dal pubblico degli alternativi più indefessi (i nugoli di ragazzine con gli ormoni in subbuglio è noto come non vengano viste di buon occhio in ambienti così autoreferenziali e poco indulgenti). Urge correre ai ripari.

a cura di Marco Luchini

foto di Alessio Mariottini


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