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Buzzcocks – Circolo Degli Artisti, Roma, 27 gennaio 2010

La serata inizia un’ora prima. Sono seduta ad un tavolino di un famosissimo locale del Pigneto e vicino a me siede un gruppo di ragazze. Il telefono squilla ad una di loro: “Pronto? ah Ale, bella come stai? Ci raggiungi? Ad un concerto ? Di chi? Buscoc? e chi sono? Ah no nun c’ho i sordi!”
Me la sghignazzo pensando che sono tre mesi che sogno questo concerto e c’è gente al mondo che questa sera preferisce rimanere seduta con zero gradi a mangiare porchetta.

Ma sono le nove e non ho più tempo per impicciarmi dei discorsi altrui, devo andare perchè al Circolo degli Artisti dal primo Ottobre i concerti inizano alle 21:00 21:30 non più tardi.
Mi avvio con un bicchiere di Chianti in mano, vestita come una cretina, con il passo frettoloso quasi di un primo appuntamento.
Fuori si sentono già le schitarrate,  è un live e a suonare è solo uno dei ben due gruppi spalla che sostengono la scena dei Buzzcocks.
Passano inosservati così come deve essere per tutti i gruppi spalla dell’umanità.
Io mi guardo intorno. Ho avuto molte aspettative in questi giorni, sul pubblico, sul sound, sulla loro presenza scenica, e non avrei mai, mai, mai, mai sopportato una delusione.
Il pubblico è vario: girano orde di ragazzine munite di magliette anni ottanta e leggings lucidi, ragazzi con estensioni alle orecchie e donne dalle rughe evidenti che non si fanno mancare un tacco di dieci centimetri, tardoni, punkabbestia, barbie e giovanissimi.
Io sono agitata ho un miliardo di aspettative,riesco a conquistare un posto dignitosissimo in terza fila, non ho giganti davanti a me se non toscane ubriache che ignorano l’esistenza dei neuroni.

Entrano i Buzzcocks, io non capisco più niente. Pete Shelley sembra incinto, indossa una camicia con scritte spagnole da guappo neomelodico, Diggle in pantaloni skinny e camicia a pois neri si muove come un ragazzino al suo primo concerto. Si butta letteralmente sulla folla, stringe le mani e in alcuni momenti interrompe la performance per indicare persone a caso tra il pubblico.
Iniziano e il primo pezzo è Boredom.
Così sbattuto in faccia senza farsi pregare. e così si va a avanti per la successiva Fast Cars.
La folla, prima paziente e ordinata, si trasforma in uno zoo senza gabbie. Il passato che non ho mai vissuto scorre nelle mie vene, il vodka redbull scompare e mi butto in mezzo alla folla a ballare come se stessero cantando i pezzi della mia infanzia.
Così è per tutti.
Nessuno ha pietà per l’altro, nessuno è educato, le donne non sono trattate da signorine ma se sono lì è perchè “vogliono pogare”; tutti però hanno il sorriso sulle labbra. Ci divertiamo e per più di un’ora ci dimentichiamo di  quanto siamo indie, di come siamo vestiti, di perdere il telefonino, le chiavi di casa.
Steve Diggle si comporta come un divo del rock anni ’70, Shelley rimane immobile e lo tradisce solamente qualche espressione di soddisfazione.
I pezzi arrivano secchi, senza uno strascico senza cuore. Ti tagliano la pelle e finiscono in un attimo.
Tutto termina dopo un’ora un’ora e un quarto. Credo che questo sia il mio primo concerto senza synth a parte quelli punk rock di quando ero adolescente.
Mi ritrovo sudata e sporca di ogni marca di alcolico, i miei stivali da sei euro non hanno retto la serata e ho il trucco che mi arriva alle caviglie. Fuori ci sono tre gradi, io esco in T-shirt.
Mi accendo una sigaretta e ascolto i discorsi degli altri spettatori, c’è chi si lamenta per la durata del concerto, c’è chi si lamenta per quelli che pogavano, c’è chi dice che sono stati ridicoli, hanno troppa pancia, troppi pochi capelli troppa poca voce.
In effetti la panoramica sul pubblico era incredibile. Davanti al palco “il divertimento puro”, poco dietro l’immobilità più totale

Non è semplice per i “giovani” reputare credibile persone datate che fanno qualcosa di bello.Un pò come i genitori o i professori, è come se non avessero il dono della creatività, dell’arte o  una passione credibile.Invece, nonostante le panze, le stempiature e le facce cadenti, i Buzzcocks sono come te li aspetti.Basta chiudere gli occhi o semplicemente essere intelligenti.

a cura di Martina Lembo

foto di Alessandro Manca

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