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Centophobia

SMASHING SANREMO

C’è una vena di autolesionismo in tutto ciò. C’è anche dell’evidente masochismo. Ma è pur sempre musica, della quale restiamo drogati ed innamorati anche quando ci tradisce come un’amante laida e vezzosa. A chi ci ha chiesto perché dovremmo prestare attenzione al Festival di Sanremo anziché dedicarsi a cose più “serie” ed “importanti” abbiamo risposto che ci sentiamo come partigiani musicali dall’altra parte della barricata. Siamo in balia di una politica corrotta, cialtrona e pacchiana che ha preso financo possesso, occupandola militarmente, della manifestazione musicale italiana per eccellenza trasformando anch’essa nel solito baraccone televisivo fatto di nani, troie, ballerini e raccomandati/e. Senza neanche più il buon gusto di occultare il marchettone e la spinta, che diventano oggi Sistema vivo, consolidato e manifesto.

E’ per questo che non molliamo la presa e ci aggrappiamo a quel poco che resta per dire la nostra, come volessimo nostalgicamente provare a recuperare quel che di buono si può ancora raccogliere dal Festival della Musica Italiana. Come fossimo in una trincea ormai espugnata.

La vergognosa finale a 3 è stata tra Marco Mengoni, Valerio Scanu e il Trio Reazionario, quest’ultimo accolto dal lancio degli spartiti da parte dell’Orchestra di Sanremo. Un momento altissimo.

Poi come tutti ormai saprete ha vinto il giovane sardo Scanu, il golpe è stato sventato. Ma attenzione perché il pericolo non è finito: i monarchici girano nudi ancora nascosti in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Nel frattempo è stato ufficializzato l’acquisto dell’intero pacchetto “Festival della Canzone Italiana” da parte di Maria De Filippi.

La nostra analisi su artisti e canzoni.

ARISAMalamorenò. Voto: 2

Come se ce ne fosse bisogno, ora che ha fatto una canzone di merda, possiamo levare di mezzo quel pesante strato di ipocrisia e smetterla di dire che “in fondo è carina”. Si presenta con tre imbarazzanti drag-queen e una canzone incomprensibilmente brutta e inutile. Si toglie perfino gli occhiali e, sfoderando un look a metà tra la befana e un pagliaccio in pensione. Il mondo piange. E piangerà ancora di più nel sentirla passare ossessivamente su radio, tv ed ascensori. Servirà una lobotomia per estirparsela dalla testa, dato anche il seguito di falsi nerd che le copieranno i sempre più improbabili occhiali da vista. IRENE FORNACIARI feat. NOMADIIl mondo piange. Voto 4

Si porta dietro un cognome scomodo, i Nomadi a mò di statuine del presepe e una canzone potenzialmente convincente che sprofonda in un baratro di mediocrità dopo i primi 60 secondi netti. Mentre tutti si chiedono dove siano effettivamente i Nomadi, ecco che nel finale il buon Danilo Sacco riaffiora dal sonno cercando di dare un tono al tutto. Ci riuscirebbe alla grande, se non fosse vestito come un reduce della guerra di secessione.

MALIKA AYANERicomincio da qui. Voto 6

Doti canore sopra la media, eleganza e presenza scenica da diva d’altri tempi, sembrerebbe poter sbancare il festival da un momento all’altro. Non fosse che, anche dopo ascolti ripetuti, il 50% delle parole rimane pressoché incomprensibile. Una canzone che poteva essere scritta un po’ meglio, nel ritornello sfocia in un confuso crescendo che, più che esaltarne le doti, rovina un’esibizione magistrale. Peccato. Forse era meglio farsi aiutare da Cremonini.

SIMONE CRISTICCHIMeno male. Voto 6.5

Sensibilmente aiutato da Frankye Hi-Nrg, si presenta ancora una volta con la canzone più intelligente e divertente del festival. Riesce ad essere antiberlusconiano e anticonvenzionale offendendo allo stesso tempo il governo francese. Il “Sarko-no e Sarko-sì” sarebbe da istantanea censura, ma Cristicchi è sicuramente l’eroe del festival. Peccato per il plagio – Tarantino la chiamerebbe “citazione” – del Robin Hood di Cristina D’Avena.

TOTO CUTUGNOAeroplani. Voto 3

Più invecchia e più sembra, esteticamente parlando, un’inquietante fusione tra Battiato e Baglioni. Rispolvera charme d’altri tempi e una fisarmonica più vecchia di lui. Cacciato a malo modo alla prima serata, si gioca il tutto per tutto con un emozionante duetto con Belen Rodriguez che, a tratti, sembra cantare perfino meglio di lui. Inconfondibile segnale che il povero Toto ha davvero già dato. Anche se non si sa bene cosa.

NINO D’ANGELOJammo jà. Voto 4

Sicuramente tra i più simpatici di sempre, saltella eccitato come un ragazzino che si esibisce per la prima volta al festival dei neo melodici campani. Accompagnato da tale Maria Nazionale – che con la sua partenopea prosperosità gli fa dimenticare persino il testo (legge chiaramente un gobbo) – punta sulla carta “Siamo Italiani, raccogliamoci tutti attorno alla tetta di mammà”. Si accorge troppo tardi di essersi presentato al festival della canzone Italiana.

IRENE GRANDILa cometa di Halley. Voto 6

L’omonima bionda della più nota Serena da un po’ di anni ha fortunatamente cambiato mentore. Dopo Vasco Rossi e una miriade di canzoni ridicole, i suoi pezzi vengono scritti dal Baustelle maschio Francesco Bianconi. Che già dall’intro si capisca che “La Cometa Di Halley” sia in realtà uno dei pezzi scartati da “Amen” (ultimo disco dei Baustelle), poco importa visto che, dopotutto, il 99% dei giurati non conosce i Baustelle. La canzone funziona bene, il duetto con uno strabiliante Marco Cocci le fa perdere le faccia, e noi ci chiediamo cosa tenga lontano i Baustelle da una partecipazione in prima persona al festival di San Remo.

FABRIZIO MORONon è una canzone. Voto 3

Inizia a cantare e ti chiedi quando arriveranno sul palco le Br a rapirlo. Purtroppo non arriva nessuno e allora ti consoli pensando che, visto il titolo, il giovane cantautore romano è dotato, almeno, di un buon senso dell’umorismo. Versione coatta e moscia del peggior Caparezza, ha il merito di portare a Sanremo una chitarra elettrica e una batterista donna.

NOEMIPer tutta la vita. Voto 8

Emozionatissima e non immune da comprensibili errori di esibizione, porta con sè la miglior canzone del festival e una voce che, se non esistesse già Mina, sarebbe sicuramente un’assoluta e piacevole novità. Graffiante, elegante e affascinante, forgiata da Morgan in quel di X-Factor, risulta essere, visti gli indegni colleghi, l’unico motivo per farci ricredere sui talent show. La nostra preferita.

POVIA La verità. Voto 1

Si presenta come tutti gli anni senza canzoni, ma sempre ben fornito del suo piccolo scandalo. Pezzo banale, mal cantato e con parti che, per il linguaggio e per certe espressioni volutamente strappa lacrime, rasentano pericolosamente l’oscenità. Si affida, giustamente, ad un gruppo di ottimi musicisti, capaci e visibilmente imbarazzati nel condividere il palco con la persona con i capelli più unti che la storia ricordi. Per il prossimo anno il caso umano su cui speculare sarà probabilmente se stesso.

PUPO, EMANUELE FILIBERTO con il tenore Luca CanoniciItalia amore mio. Voto 0

Vista la prematura scomparsa di Mino Reitano c’era bisogno di qualcuno che ne prendesse il testimone per cantare un’accorata dichiarazione d’amore dedicata all’Italia da un emigrato. Come non cogliere l’occasione e non fare coppia con il discendente dell’ultimo monarca italiano? Peccato che quest’ultimo fosse un esiliato e non un semplice emigrato, nonostante calchi la mano per auto-incensarsi ed assolvere la monarchia dai propri peccati nonostante la richiesta di risarcimento di 260milioni di euro. Difficile commentare lo scempio. La giuria, con un’insperata dose di buon senso, cerca di cacciarli in tutti i modi, dal pubblico arrivano applausi, fischi e perfino qualche bandiera italiana. Ma soprattutto fischi. Il televoto da casa – chiara invenzione di Satana, quindi dei pubblicitari – li riammette due volte, celebrandone tristemente il trionfo. L’Italia s’è desta, ma siamo ancora una volta calpesti e derisi. Popolo italiano, all’armi! Prima che sia troppo tardi.

ENRICO RUGGERILa notte delle fate. Voto 5

Sembra esserci per scherzo, ma il giro di basso, magnificamente fuori luogo, sembra funzionare alla perfezione. Canta con un po’ di sufficienza, scimmiottando un po’ se stesso e ricordando a tratti perfino un triste Ligabue. Blasfemamente sacrificato per far posto al trio dei reazionari patrioti ha preso in giro tutti proponendo una mascherata versione 3 de Il Vitello dai Piedi di Balsa.

VALERIO SCANUPer tutte le volte che. Voto 2

Ideale prosecuzione del già pessimo Marco Carta, canta come avesse almeno l’età di Toto Cotugno, ma annoia il triplo. “A far l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi” è frase da scolpire su una pietra. Da legargli al collo ed affogarlo, in tutti i luoghi, in tutti i laghi.

SONOHRABaby Voto 1

Censurabili dall’inizio alla fine, si presentano con due chitarroni che non suonano e una canzone al limite dell’osceno. Duettano con Dodi Battaglia che, conscio della tragicità della situazione, cerca di buttarla sul ridere e si lancia, senza che nessuno glielo chieda, in una serie di incomprensibili virtuosismi alla chitarra. Nota aggiuntiva: Dodi Battaglia è chiaramente più giovane dei Sohnora.

MARCO MENGONICredimi ancora. Voto 4.5

Vestito come un totale idiota, spreca una voce da potenziale pop star con una canzone moscia e fin troppo prevedibile. Con una produzione intelligente o, più semplicemente, non italiana potrebbe diventare un interprete di grande valore e non apparire invece  incredibilmente ridicolo.

Per pietà cristiana nei nostri e vostri confronti abbiamo evitato di inserire anche i “GGiovani” della Nuova Generazione perché se questa è la crescente generazione di giovani talenti nazionali significa che il baratro è sempre più vicino ed inesorabile. Le due uniche fortunate eccezioni che ci sentiamo di menzionare sono la meravigliosa Nina Zilli con “L’uomo che amava le donne” (vincitrice del premio della Critica, se pur con un testo imbarazzante) e gli ottimi La Fame di Camilla con “Buio e Luce” che molto devono ai Deasonika.

Di tutto il resto, la Clerici, gli ospiti e di tutta la baracconata attorno non ce ne frega un cazzo. Per quello potete andare su Repubblica.

P.s. Tutti i nostri punti vanno al maestro d’orchestra Marco Sabiu che ha inserito “Hoppipolla” dei Sigur Ros come sigla.

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