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Fuh – Dancing Judas

2010 - Canalese Noise Records
post/rock/noise

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Tracklist

1. Grandine
2. Four Things
3. Distance
4. Quarter
5. Miniver
6. Gordon Rest In Peace
7. Canalese Landscapes
8. H7-25

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In Piemonte c’è sempre tanta voglia di spingere forte sull’acceleratore, e sul distorsore, prendere, e spaccare tutto. Bastavano già i Dead Elephant e qualche altro a dimostrarlo ma poi sono arrivati anche i Fuh, il cui rito d’iniziazione li aveva fatti passare per derive hardcore fuse con il noise più grezzo dei Sonic Youth meno studiati, per poi finire col tempo ad evolversi in maniera molto ampia, mirando verso orizzonti di cui stupisce soprattutto l’ambizioso tentativo di raggiungerli. E anche il verdetto, positivo, della ricerca.

Cosa c’è in Dancing Judas? Qualche elemento (o più che elemento, rimasuglio) del loro “beginning” hardcore, un po’ di incontri con l’anima più pop dei Motorpsycho, violentati dalla cattiveria piemontese, le forme istintive della composizione metal o prog, le distorsioni che sembrano grunge o di chi il grunge lo ha comunque masticato per tanto, troppo tempo. Ed ecco per l’appunto Luca Ferrari, ospite al synth in H7-25, un pezzo che sa quasi di Jesus Lizard più rallentati, più disillusi, in ogni caso abbastanza pesante da darti l’idea che lo sludge dei Cult of Luna più potenti sia lì dietro l’angolo, ma con una voce migliore. Magnus Ryan e soci di nuovo in Gordon, Rest In Peace, ma con un tappeto sonoro che ricorda molto i Russian Circles. Noise assolutamente ambient, quasi shoegaze, in Canalese Landscape, così come un po’ di post-punk si nasconde neanche troppo velatamente nei distorti e nel comparto ritmico di Distance. Non dimentichiamo poi le impennate più potenti del disco, che con quell’anima hardcore che dicevamo ci va a nozze, nonostante i tentativi di distaccarsene. Ecco infatti che la furia di Miniver ti spara dritta in faccia tonnellate di fuzz, overdrive esagerati, un lavoro di batteria ottimo e un gusto per i suoni che in Italia si può ritrovare raramente.

I Fuh hanno deciso di puntare in alto. C’è la voglia di non ripetere niente che fosse già stato detto, fatto o scritto. C’è poi la consapevolezza che non è  cosa facile, ma ci provano lo stesso, regalando alla scena italiana un gioiello di cui aveva davvero bisogno. Milioni di sfumature diverse riunite in un unico grande prodotto finale, come cinquanta sottilissimi fili fatti passare per un’unica cruna d’ago. Eccezionali, sfrontati, pazzeschi.

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