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WILLIE NILE – Asti, 14 luglio 2010

Willie Nile è un portatore sano di rock’n’roll, schietto, diretto, sincero, glielo si legge negli occhi, lo si vede dalla sua camminata, dai gesti e dal suo look. Il piccolo sessantenne di New York ha confermato anche questa sera tutto il bene che ha saputo costruirsi durante una carriera irta di ostacoli che il nostro ha saputo superare venendo fuori alla distanza e riconfermando il tutto, complice un pubblico costretto a stare seduto per buona parte del concerto ma che , forse un pò in ritardo si è lasciato catturare dal piccolo man in black, catapultandosi in piedi per portarlo in trionfo nel finale.

Asti musica è una rassegna che vuole essere una carrellata quantomai esaustiva e varia sulle diverse sfacettature dei generi musicali sotto la stupenda e suggestiva cornice della cattedrale gotica. Quindici giorni di musica ininterrotta che stasera fa tappa negli States presentando due cantautori, purtroppo sconosciuti al grande pubblico.
Ad aprire per Nile il coscritto Dirk Hamilton, un passato da stella nascente dellla west coast californiana degli anni settanta, con un futuro radioso da scrivere, si perse o meglio preferì continuare la sua ricerca musicale nel sottobosco e per certi versi, questo lo accomuna a Nile. Folk, blues e soul sono i suoi mezzi di comunicazione e una voce tutta da riscoprire, il tutto unito da una profonda simpatia e amore verso l’Italia e per i musicisti italiani che lo accompagnano.
E’ un peccato che pochi giovani abbiano assistito al concerto di Nile. Il piccolo folletto newyorchese ha impartito una lezione di rock, lui nato artisticamente nella New York di metà anni settanta, quando il CBGB’s della grande mela ospitava Television, Ramones,Talking Heads e Patty Smith. Nile è la congiunzione tra il cantautorato profetico di papà Dylan, gli Stones del “…but i like it” e il punk rock urbano dei Ramones a cui il nostro non manca mai di fare omaggio, stasera è stata la volta di I wanna be Sedated.
Willie Nile è un grande comunicatore, attraverso le parole delle sue canzoni e cercando a più riprese il dialogo con il suo pubblico. Spiega le canzoni e abbozza qualche parola in Italiano, visto che l’Italia in questi ultimi anni sembra proprio piacergli. Accanto ai suoi cavalli di battaglia vecchi e nuovi, Vagabond moon, una richiestissima e scatenata She’s so cold nel finale, Run, una trascinante Cell phone ringing scritta dopo il fatidico 11 settembre,Give me tomorrow e la nuova Innocent ones dal prossimo disco in uscita, Willie omaggia a più riprese amici, icone e suoi idoli, a dimostrazione di quanto sia ancora lui stesso un fan della musica. Omaggia Jeff Buckley con On the road to calvaryscritta nel 1999 per l’artista dal futuro spezzato, suona e fa cantare al pubblico Hit the road Jack di Ray Charles, spiegando di come lui e la sua band decisero di metterla in scaletta dopo averla ascoltata in radio durante uno spostamento lungo le autostrade italiane, cita l’amico Roger Mcguinn a cui dedica la commovente e pianistica Across the river.
Scatena la sua esile e nervosa figura omaggiando gli Who con Substitute e finendo alla grande con gli Stones di Satisfaction. A questo punto il pubblico è tutto dalla sua e nonostante la stanchezza visibile, a cinque minuti da fine concerto si presenta al banco del merchandise per riconcedersi un’altra volta. Dischi, foto, autografi in quantità e nuovi fans conquistati.

Questa è la politica del piccolo Willie che ha sempre preferito i piccoli passi, fatti senza svendere nulla agli aguzzini mercenari della musica e il suo esilio discografico di quasi dieci anni negli eighties parla chiaro.
Come ebbe a dire nella prefazione di un libro:” Non importa che sia un club, uno stadio, un angolo di strada. A New York, Dublino o San Francisco: la musica che arriva dal cuore vive e respira nelle voci e nelle canzoni di chi fa il viaggio.”
Bravo Willie.

a cura di Enzo Curelli

www.willienile.com

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