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Melissa Auf Der Maur – Out Of Our Minds

2010 - Roadrunner Records
rock/alternative

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Tracklist

1. The Hunt
2. Out Of Our Minds
3. Isis Speaks
4. Lead Horse
5. Follow The Map
6. 22 Below
7. Meet Me On The Dark Side
8. This Would Be Paradise
9. Father’s Grave
10. The Key
11. The One
12. 1000 Years

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Melissa Auf Der Maur ha avuto una carriera in costante fermento, sempre sulla cresta dell’onda. Tra Hole, Smashing Pumpkins e un progetto cover dei Black Sabbath denominato Hand of Doom ha dato il massimo, distinguendosi sempre non solo per la sua “appariscenza” che l’ha fatta salire nell’olimpo delle donne più ammirate del rock, ma anche per una certa personalità da bassista. Poi ha provato un percorso da solista, che l’ha portata a produrre nei primi anni zero un grandissimo disco che ha superato ogni aspettativa. Dopo sei anni dà alle stampe il suo secondo sforzo, circondato dalle attenzioni provocate anche dagli accesi dibattiti con Courtney Love e, appunto, il disco appena uscito della “finta reunion” delle Hole.

Questo Out of Our Minds è di per sé un ottimo disco, seppur leggermente inferiore al suo precedessore, che vira verso nuove strade mantenendo quella venatura energica che contraddistingueva i primi suoi pezzi da compositrice solitaria, con apocalittici inserti new wave, qualche pizzico di elettronica (l’album è stato composto prima con l’ausilio di una drum machine e sintetizzatori, a quanto pare), più melodia ma senza cancellare la profondità e la violenza delle distorsioni, in più di qualche episodio a dire il vero piuttosto pesanti. La pecca è forse la voce di Melissa, che non brilla né per tecnica né per timbrica, pur assestandosi bene con melodie piuttosto catchy e uno stile che genera una specie di assuefazione, più che altro per la sua sensualità. Manca però di originalità e una volta ascoltati un paio di pezzi si può già presagire come si evolveranno tutte le successive linee vocali. Questa piccola falla è comunque insabbiata da una trama compositiva di grande qualità, che non diventa mai banale, e si arena su lidi sempre nuovi. C’è la melodia quasi new wave/ambient di Lead Horse, strumentale di poco meno di quattro minuti assolutamente diverso da qualsiasi cosa avessimo sentito dalla canadese, la straziante ballad alternative già presa come primo singolo Out of our Minds, la soffusa e quasi brit-pop nei suoi saltelli al piano Father’s Grave, e poi i momenti più taglienti, quelli che scuriscono i toni piuttosto “grunge” di Isis Speaks, o le falciate di Mother’s Red Box che ricordano, chitarristicamente, i Queens of The Stone Age più commerciali. Molti gli episodi dall’incedere quasi progressivo, ambientale, lontano da quel post-grunge predominante dell’esordio (ancora presente comunque in Meet Me On The Dark Side e The One).

In sostanza Melissa ha prodotto un lavoro diverso, alienando del tutto la parola “ripetizione” che proprio non si adatta ad un disco fresco, nuovo e, a suo modo, innovativo come questo. Le abilità tecniche non proprio eccelse si annullano immediatamente di fronte ad un sound pieno, pregno, privo di sbavature, supportato oltretutto da un songwriting incredibilmente studiato e che sfonda le barriere dell’alternative da classifica per rivolgersi ad un pubblico molto più settoriale. Da notare che questo progetto si propone come concept album supportato anche da una mostra d’arte, un cortometraggio e un fumetto, tutti forgiati dalla cantautrice nordamericana.

Un disco da avere ed assaporare lentamente, per non perdere nessuna delle sue tenui nuances. Candidato a disco dell’anno.

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