Di solito ci si accorge di un traguardo dopo averlo ampiamente superato. Si guarda indietro e lo si vede lì lontano, sempre più piccolo nello specchietto retrovisore.
Sapevo invece che vedere i Blink 182 dal vivo sarebbe stato per me uno spartiacque ben prima di trovarmi sotto al palco. Non è stato un concerto, no. L’Arena Parco Nord era solo uno spazio troppo grande per la mia misera, infinitesimale piccolezza. Ero in mezzo a una folla in burrasca e mi chiedevo se non fosse meglio spingere per arrivare fino alle transenne; se non fosse meglio abbandonarmi all’oceano di corpi puzzolenti e sudati e cantare alla cieca; se non fosse meglio stare in piedi, eretto, sulla collina e contemplare l’Arena ipnotizzata e in sincronia.
Ero troppo piccolo, o era tutto troppo grande, volevo essere ovunque, volevo essere ognuna di quelle teste convergenti verso un solo punto, Io Volevo Essere il Concerto.
In questo stato di perpetua inquietudine ho lasciato che tre imbecilli su un palco mi raccontassero per filo e per segno i miei ultimi undici anni di vita. I più belli, ora che di anni ne ho 23 e ho, appunto, passato un traguardo. Undici anni, perché nel ’99 chiesi alla mamma di comprarmi quel disco lì, con una pornostar in copertina. “Chi sono?” – “Massì, mamma, quelli che hanno fatto il video nudi che corrono per la strada, dai”. Deve aver pensato “è solo musica”, e di questo gliene do atto e la ringrazio.
Mentre stavo quasi immobile, un minuscolo puntino nell’Arena, mi rendevo conto che avevo una seconda possibilità. Vedere i Blink sapeva proprio di seconda possibilità; lo scioglimento nel 2005, il rimpianto per non aver mai visto la band forse più importante per la tua giovinezza, di sicuro la più importante per la scelta di diventare un musicista, una mancanza imperdonabile di un tassello nella ricostruzione del mosaico del tuo essere.
La seconda possibilità era arrivata, non me l’ero fatta sfuggire, ma, ugualmente, mi ero fatto prendere alla sprovvista. Immobile.
Milioni di pensieri in testa: sono cresciuti si odiano e lo fanno per soldi no spetta non è vero sembra proprio che siano ancora amici ma troppo padri per fare i ragazzini ormai fanno rock le canzoni punk non spingono bene beh piano però reckless abandon è un calcio in faccia sono delle rockstar sono delle fottute rockstar guarda queste venticinquemilapersone che cantano i loro testi…
Devo parlare della scaletta? Di come hanno suonato? Dell’assolo di batteria di Travis che gira su se stesso e sul suo asse, altro indizio di un microcosmo o macrocosmo, a seconda dei punti di vista, in perfetta armonia, esistente dentro a quell’Arena?
Perché? Che senso ha? Non c’era spazio per queste stronzate nella mia testa in quel momento. Era stato tutto preso dalle persone, dalle tantissime persone che associo ai Blink, che avrei voluto lì con me in quel momento, come fosse l’ultima cena, come se tutti avessimo avuto lo stesso traguardo e direzioni diverse una volta passato.
Invece ero solo.
Alcune di queste persone erano altri puntini, altri corpi celesti del cosmo dell’Arena, altre invece disperse nel caos là fuori, oltre le barriere, fuori dal sistema.
E’ restando solo che ho potuto coinvolgere tutti, alla pari, nella mia ultima cena, sentirmi Fatto di questi Undici anni, di queste Tantissime persone, di queste Migliaia di situazioni che si condensano in tre minuti di canzone, in un’ora e mezza di musica. Che purtroppo, come tutte le cose finisce. E finisce senza Adam’s Song, la canzone che avevo aspettato con ansia quasi drammatica. Finisce, si accendono le luci e penso che non fa niente, che lo accetto, che forse è meglio così, è meglio continuare a desiderarla invano. E immagino che questo significhi crescere.
a cura di Marco Vezzaro
foto di Marco Franzoso
E’ bellissimo questo report non-report.
Grazie, Marco
Grazie a te di averlo letto; felice di poter apparire su questo sito
ciao scusa l ignoranza h letto il tuo articolo e ti facci una domanda ma che vuoi dire non 6 rimasto soddisfatto del concerto di averli visti dal vivo? secondo te non sono più loro? (io c’ero)
il senso fondamentale del mio non -live report è che la cosa importante di questo evento non è stata tanto la performance dei blink, sulla quale non ha senso scrivere nulla che non sia estemporaneo, ma l’evento in sè, quello che ha significato, a prescindere da come sia andato il concerto. Un live report si può leggere da occhi sicuramente più competenti e meno di parte, io ho voluto più fissare l’atmosfera che ha reso questo concerto irripetibile e imperdibile.
Insomma non ha importanza se i Blink mi siano piaciuti o meno. Se anche avessero sbagliato tutte le canzoni, o suonato una scaletta debole, o suonato poco, il significato profondo dell’evento non sarebbe stato intaccato: questo concerto ha simbolicamente chiuso una fase della mia vita e di moltissimi altri che si trovavano all’arena (età media 20 anni, quindi molti vecchi fan) e tanto mi basta.
Per quanto riguarda il “Non sono più loro”, i Blink, come pochissime, ma veramente pochissime band di questa scena, sono sempre stati e sempre saranno loro.
Spero di non aver complicato ancora di più le cose.
Ho trovato quest’articolo per caso nel web. Anche io sabato scorso ero lì. E devo dire che hai riassunto nel tuo reportage perfettamente le mille sensazioni che si sono impadronite di me quella serata. Il tuo rapporto coi Blink è molto simile al mio, e hai perfettamente ragione quando dici non importa com’è stata la performance, ma cosa è stata. Quando mi chiedono com’è andata al concerto, bravi? Non rispondo elogiando il gruppo per la performance, ma racconto il mio stato d’animo in quel momento. Per quelle 2 ore scarse ero in estasi totale, come se il mondo si fosse fermato, felice di avere finalmente visto la mia band dell’adolescenza, con i miei occhi, a pochi metri da con una miriade di persone come me. Non importava se potevo sembrare ridicola a cantare a squarciagola ogni singola parola ad occhi chiusi, comprese quelle che solo nelle tracce del cd sono incise, e nei live non si fanno… Eravamo solo io e loro.