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HOLE – Gran Teatro Geox, Padova, 31 agosto 2010

Tempo sprecato + soldi sprecati = concerto abbastanza insipido. Per approfondire meglio la questione leggere ciò che segue.

Courtney Love è semplicemente uno dei personaggi più celebri del gossip del mondo del rock degli ultimi 20 anni. Questo aspetto è stato portato da lei avanti con enorme ostentazione e tutt’ora i fan delle Hole ne pagano le conseguenze. Le Hole, effettivamente, sono diventate una donna (lei) e quattro uomini, di cui forse uno sostituisce Courtney alla chitarra mentre lei finge; ci tengo a precisare che questa è solo una mia, fondata, supposizione.

Orario previsto per l’inizio del concerto: 20 e trenta. Orario reale: 22 e 10. Orario fine: 23 e 10, dopo 5 minuti di pausa per attendere l’acclamato (con offese e “simpatici” riferimenti) bis. Prezzo del biglietto: quasi 41 euro (di più, ovviamente, in prevendita, e quasi 47 per la platea numerata). Detta con parole molto semplici, un’inculata paurosa. I paganti, per trovare un attimo di divertimento, hanno dovuto affidarsi alla scaletta, abbastanza debole. I tre singoli più celebri, “Violet”, “Celebrity Skin” e “Malibu”, a scatenare movimento tra il pubblico che solleva qualche coro senza evitare di sgomitare e saltare, poi alcuni pezzi dell’ultimo disco, apprezzati ma solo da alcuni presenti, in ogni caso migliori live che in studio. Molti momenti relax, addirittura acustici. Ne eravamo abituati, ma le Hole degli anni ’90 non avrebbero mai fatto un’imprecisa cover di “Jeremy” dei Pearl Jam, quasi improvvisata tanto che mancavano alcune parole (su ammissione di Courtney). Nonostante questo, si trattava di una chicca che ha significato tanto, vista la breve durata del concerto e l’assenza di un gruppo spalla a carburare+riempire.

In realtà l’ex moglie del compianto Cobain si è presentata piuttosto in forma, sia fisica che musicale, portando il suo celeberrimo esibizionismo anche sul palco del Gran Teatro Geox di Padova, con qualche battutina, piccole pose da pin-up e una minigonna che non vede l’ora di far saltar fuori qualcosina per le fotografie degli astanti. Qualcuno grida “mi sono innamorato”, ma forse, anzi sicuramente, sta esagerando. Tecnicamente i musicisti di cui la frontwoman si è attorniata svolgono egregiamente il loro lavoro, senza mai sbagliare un colpo. Per quanto riguarda lei, alla voce è alquanto evidente che gli anni stiano avanzando e che il suo stile, molto urlato e sgraziato, sia stato superato dal tempo che passa. Per lei, chiaramente, perché il pubblico lo apprezza e sembra non notare alcune “stecche” dannatamente lampanti. Ma poteva andare peggio (se non ci credete fate un giro su YouTube), poiché Courtney, in una condizione che quasi ricorda il nostro Pierpaolo Capovilla, definibile, in termini non proprio medici, di “falsa ubriachezza” (o forse lo era davvero?), ha preferito soluzioni più melodiche in alcuni tratti, in altri accelerando i brani, il tutto per la giusta causa della buona riuscita dei brani. Aspetto, questo, positivo.
Non lo era particolarmente invece quello del sound complessivo, abbastanza “popstar” se comparato all’epoca d’oro della formazione (quella di Melissa Auf Der Maur, per noi), alterato, negativamente, dall’acustica “triste” della location.

Ripetendo il resto, la durata, l’organizzazione e il prezzo dell’evento, hanno lasciato molto, o forse troppo, a desiderare, e senza indagare su eventuali colpe dei promotori e leggi locali del padovano, si può benissimo, di nuovo, dare la colpa all’eccessiva vanagloria di questo personaggio, discutibile ma alquanto seguito. E le targhe delle automobili, nonostante la data del giorno precedente all’ex Palacisalfa di Roma, lo dimostrano.

a cura di Emanuele Brizzante

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