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Black Time – Double Negative

2008 - In The Red
punk/noise/lofi

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Tracklist

1.When the Clock Strikes Twelve
2.Hostile Cosmos
3.Lunar Rhythm
4.Days Are Too Long and the Nights Are Too Short
5.Scary People
6.Repulsion
7.Skeleton Factory
8.Boring Day for the Boredom Boys, A
9.Six Feet Below
10.Problems
11.Little Death
12.Lunar Eclipse
13.I'm Gonna Haunt You When I'm Gone
14.Institution
15.Blot Out the Sun
16.Backwards in Black

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Un mixer rotto. Dentro una caverna. La luna piena. Gli astronauti. B-movie a go go.

Non si parla di politica ma del terzo lp dei Black Time, trio basato a Londra che ha visto una interessante riduzione di decibel negli ultimi tempi. A confronto delle prime due opere : Black Out (In the Red, 2005) e Midnight World (In the Red, 2006) qui il gruppo tende ad un alleggerimento della propria cifra stilistica, non tanto da un punto di vista delle influenze, quanto del rumore prodotto. I punti di riferimento sono sempre molto chiari, quando leggibili tra la sporcizia e le stonature: il garage rock di Detroit trasposto nel secondo millennio. Nel passaggio fra un’epoca e l’altra si è tralasciata qualsiasi forma di  innovazione tecnologica, tranquillamente rimpiazzata dagli escamotage tipici di un’etica DIY fortunatamente dura a morire.

Per i fan dei Country Teasers, Gories, Black Lips e anche per chi non ha perso memoria dello Screaming Lord Sutch più teatrale  questo disco sarà un’appetitosa scoperta: echi di hammond arrugginito misti ad una batteria scheletrica quanto inumana in certi punti, facilmente confondibile con una drum machine scassata, si profilano su 3 accordi robusti e taglienti che quando non fanno impazzire le sinapsi (“Hostile”, “Problems”)riescono a regalare momenti più notturni e melodici (“The days are too long” o la bellissima “I’m gonna haunt you when I’m gone”), o più semplicemente eccitare i nostri muscoli con brani più propriamente punk ( “Six feet below”, o la crampsiana “Skeleton factory”).

Questa descrizione non copre però  un altro elemento caratteristico di questa band, ovvero lo stile sghembo e irrazionale delle composizioni. Non è possibile aspettarsi per tutta la durata del disco una semplice struttura lineare ma un continuo copia-taglia-cuci di diverse voci e melodie\anti-melodie; fino ad arrivare ai due pezzi più rarefatti e quasi “wave” dell’opera: “A boring day for the boredom boys” e “Blot out the Sun”. La prima una specie di spoken-word dai connotati sociali, la seconda una lenta agonia ubriaca di batteria stanca e chitarra svogliata.

Un disco ricco di farciture sixties ma che riesce a coinvolgere senza sfruttare nostalgie e stereotipi risibili e avvizziti, soprattutto per una band che ha ancora molto da dirci.

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