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METAROCK FESTIVAL #1: BAUSTELLE, IL TEATRO DEGLI ORRORI, PERTURBAZIONE, LA FAME DI CAMILLA – Pisa, 9 settembre 2010

“Un photo reportage deve avere almeno 5-10 righe di introduzione”.

C’era un tempo in cui mi dicevano: “Non fai altro che complicarti la vita. Vedila più lineare, non è altro che così”. Ne siamo ancora sicuri?

Sono qua per raccontare un festival. Reportage o photo reportage che sia.

Il Metarock Festival conduce ormai da 25 anni artisti nazionali ed internazionali, un nome fra tutti Siouxsie and the Banshees, nella città della bandiera rossocrociata, della torre pendente, della torta coi bischeri.

Per chi non conoscesse la sopra citata torta, ecco l’angolo cucina. Per chi invece ha tale fortuna o è un rocker duro e crudo, passi pure al paragrafo successivo.

Ingredienti per il ripieno di 3 torte:

200 gr. di riso bollito in acqua con un po’ di cannella,

200 gr. di cioccolato fondente,

100 gr. di pinoli,

100 gr. di cacao amaro,

150 gr. di uvetta passita,

100 gr. di canditi (preferibilmente cedro e arancio),

100 gr. di zucchero vanigliato,

200 gr. di zucchero,

3 uova ben sbattute,

una spolverata di noce moscata,

1 bicchierino di Strega e 1 di Rum.

Ingredienti per la pasta:

4 uova,

250 gr. di zucchero,

100 gr. di burro,

100 gr. di zucchero vanigliato,

5 gr. di lievito da dolci o ammonio bicarbonato,

farina quanto basta e la buccia di un limone grattugiata.

Se qualcuno fosse interessato provvederò a fargli pervenire pure il procedimento.

Quest’anno la tre giorni di kermesse, svoltasi presso Piazza Terzanaia, meglio conosciuta da tutti i pisani come La Cittadella, ravvisa nomi della scena italiana, tra i quali si fanno spavaldamente avanti: Il Teatro degli Orrori, Baustelle, Bandabardò, Peppe Voltarelli, 99 Posse e Motel Connection.

Giovedì 9 settembre 2010, ore 20.45

Arrivata nelle immediate vicinanze della Cittadella, lego la bici, continuo a piedi e non appena svolto la strada inizio a distinguere la fila. Nel momento in cui entro sento giungere dal palco una voce che ringrazia la folla già numerosa e, presentando la band, ricorda la provenienza: Bari. Qualcosa non quadra. Alzo la manica della felpa e controllo l’orologio: sono le 21. E’ l’orario che non quadra. Sul palco non potevano altro che esserci La Fame di Camilla che nel cartellone erano programmati come terzo gruppo. Seppur realizzo con dispiacere di aver perso gli Stanislao Moulinsky e Samuel Katarro, quello che per di più concretizzo è di essere una ritardataria patologica. Mi avvicino. La sicurezza precisa subito: “Non puoi andare oltre quella transenna, questo è l’unico posto dove puoi fare foto. Per i Baustelle le prime tre canzoni senza flash, poi devi uscire.” Patti chiari amicizia lunga.

Anche questa serata mi ritrovo perfettamente con l’orecchio sinistro davanti alle casse. E’ uno strano scherzo del destino la loro anomala affezione verso di me ed il mio mal di testa perenne.

“Abbiamo solo 20 minuti, quindi non perdiamo tempo”. La Fame di Camilla attacca con un altro pezzo. L’indie-pop della band riscuote una valida approvazione nel pubblico presente, specialmente con il singolo “Buio e Luce”. La televisione ed il festival ligure che si vanta di portare avanti la grande musica italiana ha purtroppo una grande presa sugli italiani. Se però si tratta di canzoni di questo livello, ben venga.

Il cambio palco è rapido e salgono subito i Perturbazione. Una scaletta breve ma che dà spazio ai maggiori successi della loro carriera ventennale, da “Agosto” a “Il senso delle vite”, passando per i pezzi tratti dall’ultimo album “Del nostro tempo rubato”. Energia, interazione, rilassatezza, abbandono e ilarità. Complimenti. Qualcuno deve avermi visto ballare mentre fotografavo e il risultato potete vederlo voi stessi nella gallery sottostante. Agghiacciante, ma io mi sono divertita.

Al termine del concerto l’atmosfera si surriscalda.

Le luci calano. Sono le 22.

La voce di Capovilla, le chitarre di Mirai e di Manzan, il basso di Mantelli e la batteria di Valente si fondono perfettamente in un unico, solido, potente, massiccio, sfrontato e rassicurante suono. Rassicurante, sì. Rassicurante poiché le parole dei testi vengono sentite, patite e vissute, non solamente cantate. Vissute dalla band, vissute dal pubblico e vissute da me, in quanto tale.

C’è un tempo per accendere lo stereo, o il giradischi che sia, per ascoltare ciò di cui ho bisogno e c’è un tempo per andare ad un concerto, sentire la stessa identica canzone, tuffarmi per l’ennesima volta nella storia raccontata, galleggiarci ed essere trascinata brutalmente giù, nel

più profondo dei fondali che quelle note e quei suoni possano creare. Ricevere la conferma di ciò che innumerevoli volte avevo avvertito quando ero stesa sul divano, quando tentavo di sistemare la catasta di libri e borse sulla scrivania, quando avrei voluto essere altrove o quando invece mi scagliavo febbrilmente per aria. Provare la stessa identica sensazione con la sola differenza di averla captata all’estrema potenza è rassicurante.

Rilevanti, consistenti e dirette le interazioni con il pubblico tra una canzone e l’altra. Come trascurare un Capovilla che ringrazia il pubblico per essere presente e per non trovarsi, come tutte le altre sere, davanti alla tv berlusconiana? Come trascurare un Capovilla che non si propone di suonare unicamente del buon rock’n’roll ma che auspica ad andare oltre promuovendo la cultura e scuotendo le anime delle masse, ma anche l’anima del sindaco di Pisa, manifestando un sentito supporto morale al Rebeldia, il centro sociale cittadino dove hanno sede ben 31 associazioni e che rischia lo sfratto e vive in una situazione precaria, da fin troppo tempo?

Mi sono sentita fiera di essere al Metarock. Fiera di essere lì principalmente per Il Teatro degli Orrori. Fiera e ottimista. Ottimista perché, pur si voglia pensare che l’Italia si trovi in una condizione di insofferenza, esistono molte più persone con buon gusto di quanto si brami vagheggiare. Questa sera ne è stata una conferma.

Il breve set di un’ora, iniziato con “La Vita è Breve” e portato avanti privilegiando i brani tratti da “A Sangue Freddo” a discapito di quelli appartenenti a “Dell’impero delle tenebre”, non accontenta. Una graditissima visita troppo fugace. Salutano e ringraziano ripetute volte avanzando sul palco, indietreggiano, si voltano e si allontanano.

Un brandello del pubblico presente sgomita, si distacca e si avvia all’uscita. Come biasimarli. Dall’altra faccia della moneta lasciano un po’ d’aria a chi, durante l’ora appena trascorsa, era rimasto accasciato e dormiente sulle transenne, mentre adesso si è ridestato e non vede altro che fantomatici Bianconi spuntare da ogni dove.

Il cambio palco è più lungo dei precedenti. Viene montata una pedana e vengono stesi dall’alto teli bianchi sui quali verranno poi proiettati semplici giochi di luci. L’apice di scenografia che abbia visto al festival.

Come dimostrazione che in numerosi casi la scenografia non è direttamente proporzionale alla qualità dell’esibizione, dopo aver esaurito il limitato tempo di tre canzoni per scattare foto, ho dislocato nell’area dei banchetti, soffermandomi ad ognuno una buona decina di minuti, decidendo quale collana comprare. Naturalmente non ho comprato niente.

Non sono oggettiva, lo so, ma non so esserlo. Non posso altro che ricordare il curioso modo di cantare del gruppo di Montepulciano che potrebbe essere usato a fine didattico per insegnare ai bambini la divisione in sillabe.

Con un quarto d’ora di ritardo dall’orario previsto, la mezzanotte, i Baustelle salutano e la calca si trasferisce verso l’uscita, tra chi confabula di andare a bere qualcosa in centro, chi rimane fuori dal cancello discorrendo per qualche altra ora e chi invece si avvia verso casa recuperando la propria bici.

Lascio la parola alle foto. Saranno poca cosa ma sicuramente sapranno rivelare meglio di come abbia fatto io sinora, la line up estremamente eterogenea della prima serata.

a cura di Arianna Guerrini

www.metamusic.eu


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