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METAROCK FESTIVAL #2: BANDA BARDO’, PEPPE VOLTARELLI, WORKING VIBES, GATTIMEZZI, BRUNORI SAS – Pisa, 10 settembre 2010

“Ha tutte le carte in regola/Per essere un artista:/Ha un carattere melanconico,/Beve come un irlandese./Se incontra un disperato/Non chiede spiegazioni”

La serata è dedicata a Piero Ciampi, all’occasione del trentennale della sua morte: un cancro alla gola che gli fu fatale. Aveva quarantacinque anni.

La sicurezza di aver compreso l’orario di inizio concerti e l’orgoglio di arrivare, per almeno una volta, in perfetto orario sono i sentori del tutto positivi con i quali giungo alla Cittadella. Sono le 20. Un orologio svizzero, ma sul palco si distingue già la figura di Brunori Sas con in braccio la chitarra. Un complotto. “E’ appena iniziato, sarà la seconda o la terza canzone” mi dicono. Nonostante questo anche oggi ho perso l’apertura: Giuseppe Caruso. La puntualità non sarà tra i miei pregi, ma rimango della ferma convinzione che pubblicizzare gli orari non sarebbe da ritenersi un optional.

Dario Brunori si rivela irriverente, tenace, goliardico. Propone canzoni tratte da “Vol.1” interagendo ripetute volte con il pubblico, che si diverte e gradisce.

Pare proprio che il progetto solista scaturito a seguito dei Blume stia funzionando.

Con il medesimo lesto cambio palco del giorno precedente, salgono i Gatti Mezzi: un duo pisano composto da Tommaso Novi e da Francesco Bottai che propone spassosi e beffardi testi in pisano uniti ad una sonorità jazz e swing ricercata, distinta e raffinata. Un primo avvertimento di quella contrapposizione che caratterizzerà la serata. Non un contrasto tra generi musicali, bensì un confronto ambivalente con, da una parte, le sonorità e le parole e dall’altra le percezioni. Introducendo la canzone “Macchianera”, composta in ricordo dell’omonimo centro sociale pisano che fu chiuso nel 1999 e dai quali lochi sfilò il meglio della scena punk e hardcore del periodo (Tom Verlaine, Henry Rollins, Fugazi, Negazione, Kina), anche i Gatti Mezzi spendono generose parole verso il Rebeldia, con il dolore di essersi visti strappare uno spazio tanto vitale.

La loro estrosità non tarda a ricevere appoggi: le canzoni vengono cantate ed impersonate a gran voce. Sorge la titubanza che tra la folla siano presenti cugini, genitori, zii e prozii, ma plausibilmente è solo sintomo di evasione dal canonico, tedioso, borghese e perfetto italiano che siamo vincolati ad asserire.

La musica

prosegue con i Working Vibes, la band a cui Papa Massi diede fisionomia nel 2001 in questa città. L’apertura è riservata ad un appropriatissimo tributo a Piero Ciampi, al quale conseguiranno ritmi in levare e reggae, proponendo canzoni presenti nei due album all’attivo: “Danzhallution” e “Su Qualsiasi Ritmo”, mentre il futuro lavoro in studio prenderà il via ad ottobre e vedrà alla produzione artistica proprio Finaz della Bandabardò che non più di un’ora e mezzo dopo si troverà a suonare sullo stesso palco. Le voci di Papa Massi e di Ciscomanna si intrecciano tra di loro, si scambiano battute; è un continuo dialogo di racconti e di storie di quotidiano, di storie cittadine. I suoni sono ricchi e allo stesso qual tempo scarni. L’esecuzione dell’ormai intramontabile “Nella Danzhall” fa divenire il pubblico in fermento.

La band ringrazia e lascia il terreno a Peppe Voltarelli: cantautore, originariamente fondatore e frontman del Parto delle Nuvole Pesanti, che decise successivamente di intraprendere la carriera solista.

Emerge sul palco con la chitarra ancora nella custodia, appoggia quest’ultima, la spalanca, imbraccia la prima e appende all’asta del microfono il disegno di una sua caricatura. A prima vista dà l’impressione di essere un uomo irreale ed il suo set non gli

è altro che una conferma. Spirito critico ed energia conditi con un pizzico d’ironia. Nella scaletta si alternano brani della composizione da solista a pezzi del repertorio del Parto delle Nuvole Pesanti. Il verso del ciuccio, che Peppe invita ripetute volte a riprodurre, rimarrà nei cuori di tutti i presenti.

Qualche attimo di attesa e sale sul palco la Bandabardò. Avevo precedentemente annunciato che la serata avrebbe preso una piega ed uno stato d’animo particolare. Assistere ad un concerto così tanto atteso per le prime quattro canzoni sotto palco e poi seduta sull’orlo della cavità, dove 4.000 persone si facevano avanti, da perfetta estranea, di rado mi era accaduto.

Vedere davanti a sé 4.000 persone accorse tutte per loro. 4.000 persono che si muovono: un piede a destra, l’altro avanti, un piede a destra, l’altro indietro.

4.000 teste che cantano, che ballano con un bicchiere di birra in mano, 4.000 persone illuminate da luci colorate, 4000 teste e 4.000 corpi senza pensieri. Poco più in là una che osserva, scatta qualche foto alla folla maledicendo il suo teleobiettivo, mai più fuori luogo di adesso.

Un mix di parole, pensieri, gesti ed emozioni.

Gli opposti si attraggono.

Mi è capitato raramente di rimanere così immobile, impassibile, in estasi seduta sul prato al semplice ascoltare, al semplice ammirare la folla danzante. Due stati d’animo all’apparenza così dissociati, disgiunti, ma in sostanza così affini.

“Attenzione concentrazione ritmo è vitalità/devo dare di gas voglio energia/metto carbone e follia“. Chi lo esterna e chi preferisce tenere tutte queste suggestioni ancora dentro di sé, ancora per un poco. Quasi ad esserne gelosi.

Rimanere seduta sul prato con le braccia che giungono le gambe. Ammirare.

Probabilmente provo le stesse sensazioni che in quegli stessi attimi sta avvertendo chi ha lavorato dietro questo evento, chi ha sudato, chi è arrivato ad implorare la fine dei preparativi. Mi rendo conto che non può essere considerata solo una semplice manifestazione. È vita, è salute. È quello di cui tutti abbiamo bisogno per rigenerarci dall’avvilente quotidianità. Essere reduce da una giornata di studio, di lavoro, di preparativi o di commissioni e sentire della buona musica, rigenera. Una valvola di sfogo. Di influssi positivi.

I pensieri si confondono con i testi delle canzoni che non posso esimermi dal cantare, ma sono ancora indefiniti, astratti, senza forma. Pieni di emozione.

Erriquez, Finaz, Orla, Nuto, Donbachi sono in gran forma. Come da tempo ci hanno abituato.

La scaletta lascia ripercorrere ampliamente i maggiori successi, facendo due titoli: “Vento in faccia”, “20 bottiglie di vino”, “Sette sono i re”, “Sempre allegri”.

Anche da parte della Bandabardò non poteva mancare un ennesimo, ma non meno rilevante, sostegno al Rebeldia. Un sostegno da parte di chi, da sempre, è stato vicino alla città.

Una edizione che non ha avuto i nomi di picco degli scorsi anni ma che ha saputo far fronte all’esigenza della cittadinanza in una location ormai a lungo testata e, a detta del sindaco: “la creazione di un’area restituita alla città in ar

monia con i residenti”.

Non sono qui per alzare una polemica sull’orario tassativo di fine concerti, sulla decisione di non organizzare più spettacoli nella bellissima cornice del Giardino Scotto. “Troppo vandalismo, troppe bottiglie e troppi bicchieri per terra” dicevano.

Continuiamo con lo stereotipo della musica del diavolo. Chiudiamo i centri sociali.

Di una cosa non sta tenendo conto il sindaco: gli appoggi nazionali che Rebeldia sta ricevendo.

Sudore, rischio di pioggia, contestazione, aggregazione e ottima musica. Questo sono state le prime due serate del Metarock 2010.

Per quanto riguarda la terza e conclusiva giornata, non posso raccontarla.

Ero a Firenze. Dapprima a roteare freneticamente per la città in cerca di parcheggio, successivamente fuori dal Mandela Forum con oltre 3.000 persone che non erano riuscite ad entrare. “Già tutto pieno”.

Era la festa di Emergency e tra gli altri suonava Patti Smith assieme alla Casa del Vento. Ringrazio il maxischermo, ma maledico la posizione. Patti Smith è la mia dea.

a cura di Arianna Guerrini

www.metamusic.eu

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