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RPA & The United Nations Of Sound – United Nations Of Sound

2010 - Parlophone
brit/rock

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Tracklist

1. Are You Ready
2. Born Again
3. America
4. This Thing Called Life
5. Beatitudes
6. Good Lovin’
7. How Deep Is Your Man
8. She Brings Me The Music
9. Royal Highness
10. Glory
11. Life Can Be So Beautiful
12. Let My Soul Rest

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RPA è Richard Paul Ashcroft. Si, certo, proprio lui, quello che dopo la fine dei Verve ha fatto qualche bella canzone in dischi solisti piuttosto “scrausi” e ha pensato bene di riformare i Verve per rifare quella manciata di singoli che gli ha portato milioni. E poi tornare solista.

Stavolta si presenta con un progetto in realtà fondato nel 2008 che porta il nome di RPA and the United Nations of Sound. Gli U.N.S. sono quattro musicisti più o meno britannici che lo accompagnano nella (ri)scoperta di cosa? Del medesimo sound, è ovvio. Un Richard Ashcroft che si rispetti non cambierebbe mai i suoi marchi di fabbrica per qualcosa che, tendenzialmente, rischia di funzionare meno. Perché c’è a chi piace. A noi non molto, ma addentrandosi nel disco si può trovare anche qualche pezzo di buona fattura. Come il singolo “Are You Ready?”, dal sound più ashcroftiano che mai (e infatti ricorda molto sia i Verve che gli Oasis, con le miriadi di cloni che neanche vale la pena citare), in realtà un pezzo ben costruito e che funziona, fa credere, anche dal vivo; oppure la combo “Beatitudes” e “Glory”, dove si apprezza maggiormente un lavoro di chitarra sempre troppo sobrio e che svolge forse eccessivamente il ruolo di riempitivo. Un elemento chiaramente positivo è la ricerca di un sound che sia volutamente “classico”, rifacendosi a band storiche come ZZ Top e Lynyrd Skynyrd, però non raggiunge quegli standard di originalità che ci si aspettano da un progetto che il buon Richard ha spinto tanto perché passasse per “nuovo”. Sono ottimi invece i testi, sempre abbastanza malinconici, come da sempre l’artista ha abituato i suoi fan. Ed è così che riesce ad esprimere il meglio, come nel brano “Lonely Soul”. Il titolo la dice lunga, ma le liriche valgono una considerazione speciale.

In realtà era facile intuire che in un disco come questo si sarebbero riascoltati i soliti cliché dell’artista inglese, magari in salsa più moderna ma pur sempre rinchiusi in quelle “quattro mura” di suono. La verità è che non ha molto da dire al di fuori dei Verve, nonostante uno stile inconfondibile che gli ha procurato non poca fama. Richard, ripensaci.

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