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Recensioni

Iron Maiden – The Final Frontier

2010 - Emi
hard/rock/metal

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Tracklist

1. Satellite 15....The Final Frontier
2. El Dorado
3. Mother Of Mercy
4. Coming Home
5. The Alchemist
6. Isle Of Avalon
7. Starblind
8. The Talisman
9. The Man Who Would Be King
10. When The Wild Wind Blows

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Quindicesima uscita in studio. Un numero notevole, e i risultati lasciano, in questo senso, più che soddisfatti. Sarà che, almeno il sottoscritto, aveva bassissime aspettative (colpa dei primi leak su YouTube), ma lo stupore nell’ascoltare The Final Frontier, in particolare alla terza riproduzione, è notevole. Forse per l’innegabile capacità di reinventarsi sempre, pur restando circoscritti in certi canoni e ben ancorati a certi elementi, non diventando mai né statici né insipidi.

Neppure la carica è venuta a mancare, nonostante l’età media della band. Gli alfieri dell’heavy metal britannico non smettono di proporre i loro soliti cliché in maniera funzionale e, a loro modo, geniale, non dimenticandosi colpi di scena, cambi di tempo e quelle armonizzazioni che da quando hanno tre chitarre non vengono mai lasciate da parte. E, soprattutto in questo lavoro, è un bene.

Nicko McBrain è sempre in forma, e dopo un inarrestabile miglioramento che l’ha visto crescere a dismisura (a livello tecnico più che di composizione), negli anni ’90 e soprattutto negli anni zero, si è assestato su di una linea clamorosamente buona, in particolar modo se andiamo a raffrontare la sua data di nascita con le sue reali capacità. Il tocco è sempre lo stesso e continua (e continuerà per sempre) ad essere il vero marchio di fabbrica dietro le pelli degli Iron Maiden, con buona pace del povero Clive Burr, che rimane validissimo.

Parlando delle tracce sicuramente funzionano quelle più standard, che sono tornate a somigliare ai dischi di anni ’90 e 2000, come “The Talisman”, “The Man Who Would Be King” e “The Alchemist”, simili in tutto e per tutto alla stragrande maggioranza dei brani di “Brave New World”, di gran lunga il miglior album degli Iron Maiden degli ultimi vent’anni (ed infatti tutti i suoi brani offrono un ottimo modello, come dimostrano quelli dell’ultimo loro sforzo per EMI e UME). Per i tentativi di innovazione si rimane, in realtà, abbastanza delusi, poiché i brani risultano spesse volte fuoriluogo, come il pezzo d’apertura (e primo singolo), la title-track, che non trova mai un vero motivo di esistere in nessuna delle sue parti. Troppo sterile, per niente fresca, per niente Maiden.

Infine, leggendo i credits delle canzoni, si nota che Harris inizia a dare più spazio nella creazione dei brani anche agli altri e, soprattutto per quanto riguarda i brani composti da Smith, questo è un aspetto positivo.

Cosa non va, invece?

Sicuramente le linee vocali di Bruce Dickinson. Un continuo sforzo assolutamente esagerato di raggiungere le note che ha sempre saputo prendere con spiazzante precisione ma che ormai sono fuori dal suo campo d’azione. Forse rendersi conto che gli anni passano per tutti avrebbe aiutato le sorti di questo disco. Inoltre alcune melodie lasciano alquanto a desiderare, salvando sporadici momenti come la bellissima “When The Wild Wind Blows”, imprescindibile anche per l’emotività che lascia trasparire.

Un altro aspetto abbastanza negativo di “The Final Frontier” è la piattezza degli assoli, onnipresenti ma troppo scialbi e contorti per risultare plausibili e piacevoli. Sono passati gli anni ’80 (e anche Fear of The Dark) e la mano di questi ragazzoni hanno perso quel tocco che anche a livello compositivo e solistico li ha resi storici. E’ evidente in brani come il primo estratto “El Dorado”, piuttosto spento, anche se si può comprendere come agli hardcore fans sicuramente piacerà, nonostante l’eccessiva durata (pecca anche di altri brani).

Un’altra debolezza dell’album potrebbe essere individuata nei testi, fatti di liriche epico-mielose, cronache di guerra, infarcite del solito lessico che vede la parola death inserita alla bell’e meglio ogni due per tre. L’importante è che, da un punto di vista melodico, funzionino. E in questo senso si può dire che la coppia di writers Harris-Dickinson riesce ancora a lasciare il segno.

Fiacca anche la produzione, per la prima volta dopo tanto tempo un po’ pompata, con un sound iperlavorato, smussato all’inverosimile. Lo si sente in alcuni tratti per quanto riguarda chitarre e batteria, con dei suoni quasi irreali, seguendo una strategia completamente diversa da quella della presa diretta, utilizzata nei dischi precedenti.

Facendo un overall, complessivamente l’album funziona. Va ascoltato qualche volta in più per rendersi conto che il sound del disco precedente, sebbene per certi aspetti avesse portato una ventata di fresco in casa Maiden, non era quello che li porterà avanti, e a confermalo ci pensa proprio The Final Frontier, soprattutto con la forma sempre perfetta della sezione ritmica che vede McBrain e Steve Harris sostenere ogni singolo episodio del disco con una precisione e un tocco da panico. Sinceramente, senza di loro, gli Iron Maiden si sarebbero già dovuti fermare da tempo.

Ottimi soprattutto i brani della seconda metà del disco, con un pressante afflusso di nuove idee che, fuse con i cliché della storia maideniana, formano pezzi memorabili, pronti a ridefinire gli assetti che conosciamo e a distorcere la storia dell’heavy metal come solo loro potevano ancora fare nel 2010. E l’introduzione, controversa, compromettente, a suo modo divergente da tutta la carriera del sestetto britannico, lo dimostra. Può non essere gradita, per i suoi pattern piuttosto banali e ripetuti ad oltranza, ma è evidente come nello “schema generale” del progetto Maiden ci sia la volontà di seguire una pista sempre più epica, ed in questo senso un intro simile non può che funzionare nel minor modo possibile.

Sforzo notevole, considerato tutto, apprezzabile non solo per i fan, ma non vi consiglierei mai di ascoltare questo come “album simbolo” della storica band. Per questo, ci sono gli anni ’80 (o Brave New World).

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