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Klaxons – Surfing The Void

2010 - Polydor
electro/indie/rave

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Tracklist

1. Echoes
2. The Same Space
3. Surfing The Void
4. Valley of The Calm Trees
5. Venusia
6. Extra Astronomical
7. Twin Flames
8. Flashover
9. Future Memories
10. Cypherspeed

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Uno che sente nominare i Klaxons nel 2010 cosa dovrebbe dire? Sopravvissuti all’ondata indie che non si è ancora arrestata e che genera tanto hype da essere spesso sinonimo di pateticità ad alto rischio? No, semplicemente, in quel marasma globulare di band, one-man acts e quant’altro che la Gran Bretagna (e la cultura britannica) buttano fuori giorno dopo giorno, sono tra quelli che hanno prodotto un disco di debutto sopra la linea del mediocre, e quindi sono destinati a rimanere. Se lo vogliono, e se lo vogliono i loro (non tantissimi, credo) fans.

“Myths of the Near Future” era la sintesi perfetta dell’indie più hipster e dell’electro-pop commerciale ma studiato che va tanto di moda sia in Europa che negli USA, surclassando, per originalità, altri alfieri ora innominabili come i Bloc Party. “Surfing The Void” continua un percorso già tracciato con solchi piuttosto profondi ed evidenti, e lo fa in maniera sfacciata, in certi momenti ricalcandolo con foga, in altri esplorando le uniche nuove vie che lasciava aperte con interessanti sperimentazioni che meritano la descrizione più dettagliata che trovate di qui a poco.
L’apertura dell’album è affidata ad “Echoes”. No, niente Pink Floyd, però alcuni accenni ai Pixies meno ruvidi, di nuovo (e in maniera più plateale) in “Venusia”, uno dei brani meno adeguati ad essere utilizzati come singolo, ma forse lo diventerà, per la sua strofa altamente catchy e una struttura di per sé scarsamente originale. Un brano che attira subito l’attenzione è “Extra Astronomical”, che con un titolo vagamente space rock (al di là della vicinanza semantica, sia chiaro) strizza l’occhio ad una scena post-rave che i Klaxons non rappresentano nonostante gli elementi di continuità siano evidenti. Electro-pop, rave, qualche parabolica prog che non si vada a definire troppo vicina a quel tipo di filone, altrimenti gli aficionados si incazzano.
É Jamie Reynolds il perno di tutto, con una voce piuttosto particolare e che esplora quel tipo di linea tanto cara ai fenomeni del mondo indie, in qualsivoglia modo poi lo si voglia declinare ed etichettare, uniformando canzoni in realtà non molto simili tra di loro in un unico ammasso di plastilina. Un blocco granitico di pop che funziona, eccome se funziona. Lo dimostra infatti la title-track, insieme a “Twin Flames”, altro episodio pronto ad innalzare la bandiera per sventolarla a guida di stendardo pirata. Chi ha orecchie per intendere intenda, perchè è proprio questo il brano chiave, impulsivo e pulsante, aggressivo ma pacato nelle scelte dei suoni, danzabile ma senza esagerare. La scelta del sound, che conferisce intensità ad un disco che non ha avuto molta fortuna nella storia della sua produzione (e tant’è che si sono dovuti far produrre da Ross Robinson, il personaggio più inadeguato che potessero raccattare ma che ha saputo trovare la giusta dimensione, nonostante tutto), fornisce la chiave di lettura ultima per un disco sopra la media, al di là dei frequenti momenti di debolezza che derivano più che altro dalla prolissità di alcuni arrangiamenti, come in “Future Memories”, un brano che funziona e rifunziona ma che non ha nulla di quel tocco caratteristico di cui Klaxons hanno voluto impreziosire tutta la loro breve discografia.

Per riassumere, il disco è ottimo, con pochi cedimenti, compatto, costruito in maniera logica, ben suonato e ben prodotto. Non mancano né le nuove idee né le interessanti ricostruzioni di alcune delle principali strutture “klaxoniane” per eccellenza, tutto questo per non lasciare a bocca asciutta né i vecchi fan né qualche eventuale nuovo arrivato. Per tutti.

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