L’andamento ondivago dei Blonde Redhead dopo la virata meditabonda di “Melody for a certain damaged lemons” si conferma con questo nuovo lavoro del terzetto italo-giapponese. Il processo di maturazione pop ultimatosi in “23″ era passato per il quasi totale sacrificio delle chitarre abrasive compiuto già in “Misery is a butterfly”, ed era costato fatica e credibilità, anche se era stato in ultima analisi un successo.
Avvicinarsi a “Penny Sparkle” è operazione ben più complicata: le melodie abbondano, certo, nella forma di un etereo dream-pop, le cui maggiori influenze sono ovviamente i Cocteau Twins, ma con un qualcosa di più di un tocco di trip-hop. Sulla carta tutto pare potenzialmente interessante, anche se certo non nuovo: il problema è il risultato, che è a tratti, incredibilmente, insostenibilmente noioso.
Il disco si apre con la valida “Here sometimes”, in cui Kazu Makino canta quasi in un registro non suo, aumentando ulteriormente la distanza dal passato di bambina psicotica. E’ una voce fascinosa e ipnotica che danza su un tappeto ritmico sinuoso e lascia presagire percorsi allettanti e un prosieguo del lavoro compiuto in “23″; ancora maggiore il livello di dettaglio nella magistrale “Not getting there”, in cui l’equilibrio tra percussioni acustiche ed elettriche di Simone Pace puntella brillantemente i temi melodici. E’ però anche questo il brano in cui si nota con forza lo spostamento ormai irreversibile dell’enfasi sulle tastiere e la sparizione di buona parte delle scelte angolari, spigolose; un paradigma che si imporrà con sempre maggiore forza nei brani successivi, imponendo un certo senso di disagio e di stanchezza, caratterizzato anche dal progressivo spegnersi della velocità del disco.
Ancora le cose si difendono in “Will there be stars”, brano interessante in cui la mancanza di una chitarra sporca risulta quasi dolorosa, ma in modo sbagliato, come il rifiuto della violenza in un rapporto sessuale nato per essere sadomasochistico. La perplessità si fa sempre maggiore: forse dopo “23″ i fratelli Pace e Kazu Makino hanno ascoltato troppo synth-pop anni ottanta. E’ uno stupore che non sorprende in positivo né avvince, non accarezza; è una fissità, un velo di sonno indotto, non del tutto da disprezzare, ma comunque inconsistente, che chiede di rifuggere da aggettivi che diano indicazioni: come si può definire questo disco pallido, quando il pallore è comunque una idea di qualcosa, una assenza o una connotazione, mentre questo disco tende a uniformarsi a qualcosa senza connotazione e in un certo senso progressivamente senza faccia.
Quando si arriva a metà disco semplicemente non ce la si fa più a sentire gli stessi toni, gli stessi effetti, quell’uniformità, che prosegue fino a “Everything is wrong”, non particolarmente significativa ma una boccata di ossigeno in mezzo a tutti quei mid-tempo. Però qualcosa che qualsiasi band di dream-pop potrebbe confezionare a occhi chiusi. Le cose vanno un po’ meglio con “Black Guitar”, non fosse che non c’è alcuna “chitarra nera” e che forse sarebbe stato meglio mettercela.
Alla fine di tutto, si tratta comunque di un disco gradevole, ma di una gradevolezza poco significativa. Come quando si beve un bicchiere di coca-cola, e nessuno distingue mai un bicchiere bevuto oggi da uno bevuto in un qualsiasi altro momento della propria vita. Inevitabilmente, finché state in compagnia di amici e una pizza, lo mandate giù senza problemi. Ma se mandate via gli amici e non avete da mangiare, e vi concentrate sulla coca-cola, non è che sia proprio il massimo.
Contrariamente a quanto scrive Giulio Caroletti, trovo che il nuovo album sia un ulteriore passo in avanti del gruppo. Non amando affatto “il suono sporco” delle chitarre elettriche ed essendo, invece, un appassionato di musica elettronica “di lusso”, stile “Morning Light” dei Locust (Mark Van Hoen) per intenderci, ho ascoltato più volte l’ultimo lavoro dei Blonde Redhead, restandone affascinato e ammaliato. Basta rockettari schitarranti da pub di terza categoria, basta finti alternativi anti-melodia, basta rumore fine a se stesso e creato appositamente per il sostegno dello stordimento quotidiano del ragazzo ribelle adolescente o postadolescente- nostalgico. Tutti i più grandi artisti e gruppi sono partiti da chitarra, basso e batteria, per approdare poi a suoni più elaborati, eleganti, ora sintetici ora acustico-classicheggianti (uso degli archi in primis): si pensi ai Dead Can Dance (pre-etnici), a Brian Eno, a Neil Hannon con i suoi Divine Comedy, gli And also the trees, Nick Cave, Diamanda Galàs etc. Se si desidera ascoltare ancora le chitarre elettriche, suonate però con senso e non soltanto per fare chiasso e “sporcizia”, consiglio vivamente i Cocteau Twins, Robyn Hitchcock, o i This Mortal Coil, storico ensemble degli anni ’80 diretto da John Fryer, di scuola 4AD londinese, celebre per aver interpretato cover di importanti artisti contemporanei, con una magistrale combinazione tra archi e strumenti “moderni”, tra languidi echi goth e incursioni industrial e post-punk. Di recente, nel1998, i This Mortal Coil sono diventati Hope Blister: nel loro primo disco, “…smile’s ok” c’è una splendida cover di Brian Eno, “Spider and I”, in cui la gelida voce di Louise Rutkowski gioca in contrappunto con un barocco quartetto d’archi, che, alla fine del brano, si scontrerà con l’arrivo di una rumorosissimo seguito di chitarre elettriche assordanti e fischianti: l’effetto mi ha fatto sempre pensare al “brutto” imperante ai giorni nostri che cerca di schiacciare, irretire e stordire… Diamo allora un po’ più di carica e sostegno a chi osa non uniformarsi ai suoni commerciali imperanti e tenta nuove strade espressive, pur ammiccando ad artisti, epoche e generi che l’hanno preceduto. Gli anni ’80 non sono stati, infine, solo un periodo di musica “trash”, bassa e ripetitiva. Dopo l’indigestione progressive degli anni ’70, si è cercato di prendere il meglio di quanto appena ascoltato, andando però avanti, ritornando al sinfonico-melodico con occhi moderni e con la decadente verve malinconica, che torna puntuale, come sempre, a fine secolo.