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RED SPAROWES – Scalo San Donato, Bologna, 26 ottobre 2010

L’approdo allo Scalo San Donato (una sorta di affascinante centro sociale abbellito dalla dicitura “Cantiere Culturale”) ha un sapore quasi epico ed evocativo, vuoi per la miniodissea burocratica-logistica che, dal Locomotiv, ha spostato fin qui il concerto, vuoi per quello che dopo tutto potrebbe significare il concerto stesso.

É la musica dei Red Sparowes, è il primo freddo d’Italia, di Bologna, degli spiriti che si congelano e non si stupiscono già più del potenziale ormai non più stupefacente del post-rock, il rock che vent’anni fa osarono definire del futuro e che oggi, in un crogiuolo di anemiche crisi esistenziali, si limita a sopravvivere adagiandosi sugli allori dei soliti noti.
L’ultimo disco dei Pelican, gli ormai furono Isis, certi scivoloni di loro maestà Mogwai, i nostri Giardini Di Mirò, tutti insieme, in dosi diverse, nel comune e incorreggibile vizio di continuare a guardare l’universo dal basso verso il basso, a mascherare la muffa con piccoli aggiustamenti di rotta che suonano tanto come un triste compromesso con se stessi per evitare di guardare dritta negli occhi l’inevitabile vecchiaia.

La paura è straziante, ma al suo interno giace la risposta.

I Red Sparowes salgono sul minuscolo, quasi inesistente, palco e nell’aria il timore che si sparge è sempre lo stesso che suscita ogni uscita con il -post davanti: che la musica, strumentale o non, così romantica e così estrema, non sia poi in grado effettivamente di interloquire, comunicare, affascinare e ammaliare come si vorrebbe.
I video proiettati alle loro spalle, un mix di scene naturali e apocalittiche al tempo stesso, trasudano la standardizzazione che si vorrebbe provare a negare con le armi più classiche e più forti, le note e gli strumenti.
Colpiscono senza sbavature, tra arpeggi decadenti, una sorprendente steel guitar, una batteria forse troppo minimale e un basso positivamente sopra le righe.
Mettono in piedi una struttura inattaccabile, senza giri a vuoto, convincente in ogni pezzo e in ogni passaggio, perfetta per intensità, coinvolgimento emozionale e stile.

Appunto, lo stile, che è sempre lo stesso, proposto, descritto, ri-proposto e brevettato da due decenni ormai, senza sostanziali colpi di genio o audaci azzardi.
Cose che dai Red Sparowes, da interpreti del genere, sarebbe in fondo legittimo aspettarsi.
A volte la sensazione è che la rivoluzione stia arrivando, in ogni momento e sotto forma di deflagrazione cacofonica dopo un mare di sorprendenti slide tanto belli quanto semplici (“In Every Mind”, le cose più semplici e istintive sono le più belle). Un urlo liberatorio a voler dire che sì, i Red Sparowes possono essere davvero più post del post, possono essere davvero il futuro che si immaginavano 20 anni fa.
A volte invece, sembra di aspettarla da sempre e per sempre, nel guardarli compiacersi e giochicchiare con i feedback sulla strada dell’equilibrio, senza mai rischiare il colpo definitivo, quello del trionfo che non arriva mai.
In poche parole, la fotografia del post-rock.

La fotografia dei Red Sparowes, alla fine della serata, quando le giunture e le articolazioni fanno male per tanto immobilismo, è quella di un gruppo di secchioni che potrebbero essere geni per davvero, ma che hanno deciso di adeguarsi e livellare la loro proposta alla solita vecchia, bella e funzionale medietà.

La paura è straziante. La paura di rischiare e di fallire è sempre più forte di quella di cadere nel girone degli ignavi.

a cura di Fabio Gallato

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