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Ulan Bator – Tohu-Bohu

2010 - Acid Cobra

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Tracklist

1. Newgame.com
2. Speakerine
3. Regicide
4. Donne
5. Tohu-Bohu
6. Ding Dingue Dong
7. R136A1
8. Missy & the Saviour
9. A T
10. Mister Perfect

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Tornano gli Ulan Bator.Tornano dopo cinque anni di attesa, ma anche dopo cinque anni di collaborazioni varie che li hanno visti protagonisti con alcuni grandi nomi del panorama musicale internazionale, i nostrani Massimo Volume, Michael Gira (Swans) e Robin Guthrie (Cocteau Twins) per dirne alcuni.
Tornano e lo fanno con grande stile.

La band francese propone un album dai forti contorni noir e grotteschi, in cui l’incipit elettrico e acido (Newgame.com) non è altro che il prologo per un viaggio tra arrondisment bui e illuminati da luci soffuse.
Un unico grande affresco di post rock europeo, in cui si staglia il suono di chitarra malinconico e scuro di James Johnston (Regicide) a fare da architrave a un disco fluido e omogeneo; un lavoro che scorre su una quarantina di minuti e che non rischia mai di annoiare l’ascoltatore, neanche nelle tracce più ostiche e slow core.
Un LP di ampio respiro, tra note che passano lente e dolci e slanci più ruvidi, in cui la voce di Amaury Cambuzat orchestra e trascina senza essere invadente, calibra sapientemente le atmosfere rarefatte con quelle più colorate e si concede perfino piccoli slanci eclettici impossibili da non apprezzare, nascono così canzoni in stile nouvelle chanson francese (Donne) e rigurgiti di rabbia urbana (Tohu-Bohu).

Gli Ulan Bator si lasciano alle spalle i lampi noise, raramente utilizzati, ma comunque presenti (come nella title track) per tingere l’intero prodotto di un post punk dai richiami kraut e shoegaze delicato.
Aumentano le suggestioni cinematografiche e paesaggistiche à la David Lynch, così come la perizia tecnica e compositiva, elementi importanti e che dimostrano una rinnovata passione musicale che non sembra essersi mai spenta, nonostante siano passati più di quindici anni dalla nascita del progetto Ulan Bator.
La band dimostra ancora una volta la propria esperienza accumulata con gli anni e la propria voglia di mettersi alla prova, sfidando l’ascoltatore con testi in inglese e francese, con linee di basso incalzanti (Missy & the Saviour) e tastiere sognanti (Mister Perfect).

Una vena poetica, quella degli Ulan Bator, che invece di affievolirsi nei tempi di “silenzio” pare essersi rinvigorita di anno in anno, fino ad esplodere in Tohu-Bohu, un lavoro coinvolgente e delicato, un bellissimo disco che, come diceva Seneca riguardo al destino: “conduce chi si lascia condurre e trascina chi è recalcitrante”.

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