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Marlene Kuntz – Ricoveri Virtuali E Sexy Solitudini

2010 - Sony BMG
rock/alternative

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Tracklist

1. Ricovero virtuale
2. Paolo anima salva
3. Orizzonti
4. Io e me
5. Vivo
6. Oasi
7. Un piacere speciale
8. L’artista
9. Pornorima
10. L’idiota
11. Scatti

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Cosa aspettarsi dai Marlene Kuntz nel 2010? La loro carriera, così come quelle di tante delle band simbolo dell’alternative italiano, in primis Afterhours e Verdena, sono sempre mal viste come comete in continuo declino, ma non sempre si può dare una chiave di lettura così riduttiva del lavoro di band di questo livello. O quasi.

I Marlene Kuntz con Uno hanno dimostrato di aver abbandonato il loro periodo più alternativo, quello che li ha resi celebri ed influenti per un ventennio buono di carriera, lasciando spazio ad un innesto ultramelodico che aveva il terribile sapore di “voglia di fare soldi entrando nelle classifiche”. La chiave di lettura di questo ultimo “Ricoveri Virtuali e Sexy Solitudini”, il cui titolo è tra l’altro osceno, è la stessa, solo che appare evidente come la precedente ricerca del successo sia ora accostata alla ricerca di un sound nuovo, di un percorso che si discosti da tutto ciò che è stato fatto prima senza abbandonarne i linguaggi. E’ così che la voce di Godano non sembra neanche più la stessa (come in “Io e Me”, un brano che gioca sul contrasto melodia-cattiveria anche all’interno delle vocalità del frontman, in puro stile Catartica, nonostante il suo incedere “sotterraneo” sia quello di un brano elettronico, magari dei Portishead) e il numero di chitarre distorte diminuisce nuovamente, senza comunque trascurare una certa complessità nel songwriting che giova a brani come “Orizzonti” e “Oasi”, seppur non brillino per originalità se comparate ai bellissimi dischi che facevano fino a 7-8 anni fa. L’episodio più scarso del disco è il singolo, “Paolo Anima Salva”, un pezzo che non sa di niente, con un arrangiamento alle chitarre piuttosto insapore e un testo che si fatica a capire. Stupisce invece “Ricovero Virtuale”, ironica cavalcata alternative che conia il loro vecchio stile con il nuovo percorso intrapreso, come un ponte tra i due mondi. L’esagerazione melodica di “Vivo” si presenta come un’interruzione nella tradizione delle loro ballad, che avevano comunque caratteristiche piuttosto alternative, con accordi diversi, spesso ispirati dal grunge o da band come CCCP e Litfiba. In questo caso si ascolta un brano abbastanza spompo, fin troppo struggente, con dei coretti inascoltabili. Non funziona neppure “Un Piacere Speciale”, una canzone rovinata, anche questa, dalle seconde voci che non portano da nessuna parte, e da una scelta di linee vocali troppo fragili, spesso troppo votate al parlato, mentre l’arrangiamento di chitarre e basso in sottofondo ha comunque uno spessore artistico notevole. Lo stesso si ripeterà in “Pornorima”, anche se stavolta l’effetto “Marlene Kuntz dei bei tempi” in buona parte del pezzo aiuta a digerirlo con più facilità. Si capisce benissimo che i tempi di Uno non sono tanto distanti quando ascolti soprattutto gli ultimi due brani, “L’Idiota” e “Scatti”, pot-pourri di chitarre elettriche in pulito e melassa vocale, con liriche valide ma in alcuni tratti incapaci di dare il colpo definitivo, il fendente che permetta di sfondare le casse dell’ascoltatore per raggiungere il suo cuore, e non solo i suoi timpani. Una volta, Godano, ci riusciva, con scelte lessicali di un certo livello, oggi in realtà ancora presenti ma affievolite da certe difficili declinazioni a livello vocale che ne rendono difficile la digestione.

Di per sé questo disco va apprezzato come un simbolo di maturità artistica che è arrivata già da tempo, interrompendosi e poi ritornando sotto una nuova veste, che è proprio questa. Il destino è però beffardo, e si ritrovano a proporre un prodotto vecchio e che non funzionerà mai, lasciando scontenti anche i fans. Facendo una critica costruttiva, si può senz’altro dire che il tentativo di cambiare ha giovato abbastanza ad un disco che dal punto di vista compositivo lascia abbastanza a desiderare, mentre continua ad acquisire valori più che lo ascolti soprattutto per quanto riguarda i testi, che continuano ad avere il valore letterario che hanno sempre avuto. Uno sforzo che si può apprezzare fino a un certo punto, perché la finta cattiveria di frasi come “Che pensino a scopare i farisei dell’indie rock” arriva fuori tempo massimo. Di un bel po’. 


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