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Paul Smith – Margins

2010 - V2
indie/rock

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Tracklist

1.North atlantic drift
2.The crash and the shatter
3.Improvement-denoument
4.Strange friction
5.While you're in the bath
6.This heat
7.I drew you sleeping
8.Alone, i would've dropped
9.Dare not dive
10.I wonder if
11.Our lady of Lourdes
12.The tingles
13.Pinball

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Tu che ti chiudi nella tua stanza con una chitarra ed inizi a suonare per poter digerire un momento no, o celebrare un evento felice della tua esistenza, hai bisogno di Margins. Tu che hai una band che fa buona musica, si esibisce davanti ad un discreto pubblico, vende un certo quantitativo di dischi, produce regolarmente musica e lo fa solo per i fans, hai bisogno di Margins. Tu che vuoi seguire una tua strada che sia una forma di evasione dalla routine, dal tuo usuale modo di vivere, dalle accortezze e i limiti che ti sei ritagliato, hai bisogno di Margins.

Un bel po’ di persone avrebbero bisogno di Margins se non fosse che di album come Margins ce ne sono a milioni e, a dirla tutta, fatti anche molto meglio. Anche se, in definitiva, il 2010 è stato un anno piuttosto decente, dal punto di vista musicale (e non mi riferisco ai fenomeni mediatici che acquisiscono valore in base alle loro apparizioni mediatiche), vanno tenuti in considerazione alcuni prodotti che stentano a muoversi nelle classifiche, ma che nonostante tutto mostrano un’applicazione e una dedizione alla causa ammirevole. Il disco solista di Paul smith, fuoriuscito momentaneamente dalla combo dei Maximo Park, come già successo in precedenza per il chitarrista Duncan Lloyd, si trova su quella strada di mezzo del “buono/non buono”, non per particolari demeriti o vistose particolarità, ma perché è un buon album che alza di un gradino la già sorprendente carriera di Mr. Smith, asceso alla fama dal nulla, lui che non era mai salito su un palco e non aveva mai cantato una singola nota in vita sua. Questo Margins ci è utile per smentire definitivamente la teoria che vuole che una vittoria di un principiante in un campo che non gli compete sia da attribuire ad un semplice colpo di fortuna. A dirla tutta, forse, erano bastati gli eccellenti esordi di A certain trigger e il successivo Our earthly Pleasures a smentire tali congetture, ma, anche se non così altisonante, la definitiva parola finale la mette questo disco che è un lavoro da scolaretto che si diletta in ciò che gli riesce meglio pur di non fare brutta figura. È uno stato delle cose che Paul ha saputo ben orchestrare, è un po’ come entrare lentamente in una camera buia per dare il tempo agli occhi di adeguarsi e di riconoscere gli ostacoli. Il riconoscimento che va a Smith è quello di essere riuscito a fare davvero bene quello che ai suoi Maximo Park riusciva benissimo, senza andare a sbattere contro porte sconosciute, e di esser riuscito a mettere un tocco suo personale nel sound tipico della sua band come nel limpido episodio di Dare not dive e ancor di più nella lenta carica di The tingles dove tra gli ampi respiri di chitarra e batteria in sottofondo si consuma l’inondazione sonora della sua voce piena. Ma più di ogni altro è il lento incedere di Improvement-denoument dove meglio si consuma il perfetto connubio tra elementi vocali e strumentali.

Un lavoro per il quale risulta doveroso dare la giusta stretta di mano a Paul Smith per la grande qualità usata nell’elaborare qualcosa che a lui riusciva già con un discreto appeal. Un passo in più, verso l’alto, sulla scala.

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