Menu

Il Venerdì

Il Venerdì Di ImpattoSonoro #6: il mondo senza John Lennon

Perdura, e perdurerà tutti i venerdì questa fantascientifica rubrica dedicata fondamentalmente al nulla. Perchè dopo una settimana e più di fatica, abbiamo bisogno di oziare, parlare di cose di cui parleremmo in un qualsiasi bar sport globale, o seduti su una panchina tra una trentina d’anni, ma più probabilmente anche prima. Oggi si parla di John Lennon e dimensioni parallele.
A cura di Fabio Gallato.

I mitomani non sono mai mancati nel mondo del rock. C’è questo strano tizio, Marc David Chapman, che va in giro a dire che l’8 dicembre del 1980 ha fatto fuori John Lennon con quattro colpi di pistola alla schiena e che quel leggendario settantenne ormai sulla via del dimenticatoio è solo un sosia sbiadito, raffazzonato alla meglio dalla Emi e messo lì a far dischi e a dire robe da fricchettone giusto giusto perchè le morti nel rock non portano soldi alle case discografiche.
Fantascienza, assurdità, paranoia, pietosa e disperata ricerca della celebrità senza metterci neanche troppo impegno e fantasia, visto che c’è già quella menata su Paul McCartney.
John Lennon è vivo ed è l’unica icona globale rimasta in piedi, l’unico cordone ombelicale che ci tiene ancora attaccati al mondo prima, prima del 2001, prima che tutto venisse spazzato via da una virale paura di tutto.
É uno che ha passato i migliori anni della sua vita a rompere le palle a Nixon pensando di riuscire a fermare guerre transoceaniche e ingiustizie planetarie piazzando in mano a qualche hippie strafatto spinelli, candeline e la convinzione di contare davvero qualcosa. Robe impossibili per tutti, robe da supereroi, ma alla fine lui ci è sempre riuscito.
Si spiaccicava per una settimana su di un materassone matrimoniale con una giapponese anche un po’ bruttina, parlava di pace nel mondo, amore, fratellanza e altre cose da hippies e il tripudio era assicurato.
Cantava una canzoncina e subito un esercito di pacifisti si piazzava sotto casa del povero Nixon per stonargliela nelle orecchie per tutta la notte.
Ne cantava un’altra e subito diventava un manifesto, una hit colossale, un simbolo mai sbiadito di un’epoca e di un popolo che riusciva ancora a credere in un mondo migliore.

Oggi ad un mondo migliore non ci crede più nessuno, le canzoncine sono solo qualcosa per dare un senso alla bolletta telefonica e quando vediamo un uomo e una donna in pigiama su di un materasso pensiamo subito stiano per scopare da un momento all’altro.
Invece lui non si è mai arreso, e anzi, John Lennon non è mai stato così presente, così vero, così stupefacente, così duro e radicale come oggi.
É appena tornato dalla Corea Del Nord, in Iran ci ha quasi lasciato le penne, ma ha trovato subito il tempo per un nuovo disco, un nuovo disco cattivo e spigoloso in cui c’è posto per tutto e tutti, persino per una polemica con l’intoccabile Assange e per un’umiliazione pubblica, su Twitter, per «quelle due mezzepippe di Bono Vox e…quello dei Coldplay».
Icona indissolubile e leggenda vivente in un mondo che non è riuscito a tenergli testa e l’ha relegato al ruolo di simpatico souvenir di un tempo in cui cantare voleva dire davvero qualcosa.
Forse è per questo che, nel 2010, a 70 anni suonati, è così incazzato, forse perchè non ci sta a tenersi addosso la camicia di forza del sopravvissuto per eccellenza.
Lui, che è passato sopra tutto, alla Cia, ad Al Qaeda, a Kurt Cobain, a Michael Jackson, a Freddy Mercury, ai no global, a George Bush e alle leggende metropolitane sulla sua morte, Lui non riesce definirsi un sopravvissuto, ma, in una significativa variazione di tema, “immortale”.

Le spara ancora grosse, John, ma tanto è inutile girarci intorno. L’era di John Lennon è finita, e nessuno può farci più niente.
A vederlo così, mandare a quel paese l’ultimo di una lunga serie di giornalisti che gli domanda di Julian Assange, fa un po’ pena e tenerezza insieme.
Ma soprattutto fa affiorare il terribile pensiero che se Mark David Chapman non fosse solo un patetico mitomane e se l’8 dicembre 1980 l’avesse davvero ucciso non saremmo mai giunti a confrontarci tristemente con l’inevitabile declino di un pezzo di storia mondiale, di un idolo globale che è “bigger than Jesus”, l’emblema vivente di una società in perenne tensione tra l’amore e l’odio.
Chi ha avuto il coraggio e la fortuna di incontrare e parlare con Chapman, di tuffarsi senza salvagente nella sua assurda paranoia acchiappasoldi, l’ha descritto come uno dei tanti che negli anni ’70 si sentiva tradito da Lennon, da quel geniale artista che senza Paul McCartney suona rauco e pretenzioso, da quell’intellettuale pacifista che molla tutto e tutti e mal si sposa con una fede, vera e spassionata, per la band più importante di tutti i tempi.
L’avrebbe ucciso per amore e per odio, per punire un blasfemo, per sacrificare l’ennesimo Re Dei Fasulli, per regalare alla storia un eroe.
Se solo fosse vero.

L’assassinio di John Lennon sarebbe stata la giusta apoteosi, il giusto finale nel copione che parla di un eroe come pochi altri, l’unica maniera di risparmiarci il lutto per la sua dipartita culturale, per il suo non contare più niente, per il suo non essere più decisivo.
Sarebbe stato meglio così, se ne sarebbe andato come un mito, quello che sistema il mondo con dei fiori, uno spinello e un pianoforte.
Nessuno ha il coraggio di ammetterlo, perchè immaginare un mondo senza John Lennon sarebbe come buttare via anche l’ultimo legame con il  ‘900, quel mondo incantato, fasullo, ma vivo in cui a tutti sembrava che “everything gonna be alright“.
Quest’uomo burbero e spigoloso,  nato in un porto industriale britannico depresso, genio della musica, attivista politico, regista visionario, pioniere del web e inarrivabile comunicatore, è ormai una polverosa statuina, un elemento naturale da trattare con distratta riverenza e niente più. Come un iceberg, un’isola, il Dalai Lama o un ciliegio giapponese.

a cura di Fabio Gallato

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati

Close