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Pain Of Salvation – Road Salt One

2010 - Inside Out
prog/metal

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I prog-metaller svedesi si lanciano nella settima avventura in studio guidati come al solito da Daniel Gildenlow, sempre più simile a uno Ian Anderson del progressive metal (in fissa coi concept album, quasi unico compositore, produttore, cantante, chitarrista, personalità strabordante, e in via eccezionale per questo disco anche bassista). I membri originali sono spariti a uno a uno, tranne il tastierista Hermansson, anche se l’altro chitarrista-cantante, il brillante Hallgren, è con lui dal secondo album; chiude la formazione il nuovissimo batterista francese Leo Margarit.

Proseguendo il distacco dai temi classici del prog-metal iniziato col quinto album “Be” (2004), “Road Salt One” è la prima metà di un doppio disco che dovrebbe avere come tema gli incroci e le scelte di vita delle persone, “in maniera simile al film Magnolia”. Ma io il film non l’ho visto; nel disco mancano i testi; e quelli in rete non suggeriscono un gran che a livello narrativo, a parte un triangolo tra un tizio e due sorelle. Peraltro i testi trattano sempre delle solite tematiche: amore frustrato o doloroso, coppie che si tormentano, sofferenza, perdita dell’innocenza. Un po’ stancante, dopo che ci siamo sciroppati un intero concept sullo stesso tema (“Remedy Lane”, 2002).

L’album è vario e abbastanza sconcertante – cosa assai positiva, nel granitico mondo metal in cui non si consente ad alcuno di cambiare: le sonorità sono poco metal e anche poco prog, lasciano un sapore strano in bocca, di sale gettato su strade sterrate coperte di neve nelle desolate lande della Svezia settentrionale. E’ il caso soprattutto del potente brano di apertura, “No way”, che fa condurre una storia di amore paranoico a una batteria dal suono secchissimo e a un ruvido impasto di organo e chitarre anni settanta. Sensazioni del tutto diverse rispetto a quelle altrettanto riuscite evocate dal rigore artico di “Sisters”, accompagnata da un terzetto d’archi, della correlata “Where it hurts” (che ne riprende personaggi e temi musicali) e del vertice emotivo del disco, la title-track, con il fantastico piano elettrico di Hermansson in rilievo.

Purtroppo non tutti i brani sono altrettanto coinvolgenti. E’ il caso dell’hard rock abusato di “Darkness of mine” (la cui apertura fa venire il mal di denti) o di “She likes to hide” e “Of dust”, che sembrano solo scarti di “Be”. “Sleeping under the stars”, un brano quasi bandistico, merita rispetto ma non convince appieno, ed è rappresentativo della natura del disco: vario, saturo di piccoli esperimenti sonori, sicuramente un passo avanti per Gildenlow e la sua band nell’impadronirsi di tecniche di composizione e produzione; privo però di risultati davvero innovativi. Sembra più un compito a casa autoassegnatosi, a tratti fascinoso, ma comunque limitato, con brani come “Linoleum” e “Innocence” che ondeggiano ondivaghi tra parti noiose e già sentite e momenti più incisivi (specie la seconda).

In conclusione, tolti gli appassionati della band, ai quali mi sento di ascrivermi, non si capisce chi dovrebbe ascoltare questo disco. Non che la varietà e l’eclettismo non siano da apprezzare, ma qui sembrano fini a se stessi, incapaci di portare il disco veramente fuori dall’esercizio di stile. Forse Gildenlow avrebbe dovuto curare di più i temi più sporchi e quelli più rarefatti (i meglio riusciti) e incidere un disco solo. Vedremo con la seconda parte, in uscita nel 2011, se questo album è solo il preludio a qualcosa di più compiuto.

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