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Il Venerdì

Il Venerdì Di Impatto Sonoro #8: 10 dischi del 2010 da cui tenersi alla larga

Si salva, e si salverà tutti i venerdì questa rutilante rubrica dedicata fondamentalmente al nulla. Perchè dopo una settimana e più di fatica, abbiamo bisogno di oziare, parlare di cose di cui parleremmo in un qualsiasi bar sport globale, o seduti su una panchina tra una trentina d’anni, ma più probabilmente anche prima. Oggi si parla di 2010 e dischi brutti. A cura di Fabio Gallato.

É ovvio che uno arriva a dicembre e si trova in difficoltà: gli standard mondiali impongono di avere 10 dischi da ordinare gerarchicamente per stilare le consuete top ten dei migliori dischi dell’anno (che usciranno subito dopo Capodanno su ImpattoSonoro, n.d.r.).
Fare mente locale e recuperare 10 album degni di finire incolonnati in una pagina è un’impresa ardua.
Perchè magari hai passato il 2010 ad ascoltare sempre lo stesso disco di merda che ti ha rubato il cervello, magari ti vergogni perchè il disco di merda che ti ha rubato il cervello è quello di Lady Gaga, magari hai ascoltato solo roba uscita qualche decennio fa perchè gli anni zero sono una merda a prescindere, magari sei uno di quelli che ogni anno “quest’anno è stato una merda dal punto di vista delle uscite discografiche” e chissà cos’altro.
Però bisogna farla la classifica, ci sono degli obblighi contrattuali da rispettare, una reputazione da difendere, del tempo perso da riempire con un’attività che può sembrare seria agli occhi altrui.
E allora via, a scrutare chilometriche liste di uscite discografiche del 2010, ad ascoltare centinaia di dischi in tre giorni, a leggere recensioni, a scoprire gente che neanche ti eri mai sognato esistesse o esistesse ancora.
Ed è ovvio, a questo punto, tra molti buoni dischi, incappare anche in qualche disco che avremmo voluto non scoprire mai, che ci ha deluso, che ci ha lasciato sbigottiti, che ci ha lasciato con molti interrogativi, che ci ha lasciato senza niente in mano, che ci ha fatto maledettamente schifo.
Abbiamo messo qui i primi brutti dieci dischi che ci sono venuti in mente e che, badate bene, non sono necessariamente i peggiori dischi del 2010. Perchè il concetto di disco brutto è un concetto troppo ampio e sfuggente per spiegarlo qui con un qualche pippone da colossal.
Vi basti sapere che non l’abbiamo fatta troppo facile, non abbiam preso, che ne so, il disco dei Negramaro o quello di Marco Mengoni (che è per altro un bel lavoro),  giusto per avere 10 dischi obiettivamente osceni e metter la coscienza in stand-by.
Siamo stati maledettamente snob, a volte, maledettamente obiettivi, poco, e maledettamente fans, sempre.
I motivi della scelta di ognuno di questi dischi sono svariati, per lo più inutili e ininfluenti al fine della continuazione dell’industria discografica e della vostra esistenza.
Se ad ogni modo, dovessimo aver urtato la sensibilità di qualcuno, la nostra mail è redazione@impattosonoro.it, riempiteci di spam o di insulti, non c’è nessun problema.

a cura di Fabio Gallato

Belle And Sebastian – Write About Love
Si parte col botto, perchè pensare che un disco dei Belle And Sebastian non sia un bel disco, è una cosa da pensare e basta, non da dire pubblicamente. Eppure, nemmeno il fenomeno psichico della rimozione funziona, nel caso di un disco vuoto, piatto, stucchevole, e forse anche un po’ presuntuoso. Cose che non ti aspetti dalla band che più di tutti ha riempito la vita degli sfigati cronici come noi e adesso si è trasformata in sciatta routine.

Kele – The Boxer
Come icona gay del panorama indie o come cantante e leader dei Bloc Party, il buon Kele Okereke un certo nome se l’era fatto. Vederlo scivolare così in basso, con questo imbarazzante carrozzone di schifezze fa molto male. I peggiori Bloc Party, quelli di Intimacy, privati di basso, chitarra e batteria, e incollati nel peggiore dei modi su terrificanti basi dance fuori tempo massimo di almeno due decenni per fare un disco che non va bene neanche per attaccarlo allo specchietto della macchina per fare i tamarri o per annientare tutti gli autovelox del mondo.

Marlene Kuntz – Ricoveri Virtuali E Sexy Solitudini
A parte il titolo più brutto della storia del rock italiano e non solo, a parte un singolo (Paolo Anima Salva) che fa rabbridividire, a parte gli esperimenti vocali falliti di Godano,  è tutto quello che non avremmo mai voluto sentire dai Marlene Kuntz. E basta e avanza.

Interpol – Interpol
Un altro disco col pilota automatico, per forza di cose c’è qualche buon pezzo, ma dopo 3 dischi memorabili c’è un “ci si aspettava di più” che ruota pericoloso nelle menti di tutti i fans. La credibilità di Banks e soci è ormai ai minimi storici e nessuna loro fotocopia (dagli Editors in giù) sembra poter fare di meglio. Forse stavolta è finita per davvero.

The Drums – The Drums
Sono l’indie-act più chiacchierato della blogosfera, Smiths, Cure, persino i Primal Scream e i New Order resuscitati da quattro finti surfer dell’ultim’ora, nati per sbaglio a Brooklin e con una faccia da hipster che prenderesti a schiaffoni più di quella di Scilipoti. Dovrebbe essere una merda colossale, probabilmente lo è, ma è veramente dura smettere di ascoltarlo.

Baustelle – I Mistici Dell’Occidente
Quando un disco dei Baustelle suona più o meno come un disco di Irene Grandi forse è ora di piantarla, mangiarsi un pocket coffee e andarsene a fanculo.

Eminem – Recovery
Disperato tentativo di riabilitare l’immagine dell’uomo e artista che fu The Marshall Matters. Dell’uomo non possiamo dire niente, dell’artista possiamo dire che non se la passa granchè bene. Quello che lanciava in aria le bambole gonfiabili con la faccia di Cristina Aguilera ora se la fa con Rihanna, duetta con quella iettura di Lil Wayne, si perde in un mare di clichè e autocitazioni e si risveglia un Justin Bieber invecchiato di 20 anni.

Cocorosie – Grey Oceans
Qualche stronzo ha fatto credere a queste due fricchettone globali di avere del talento. Neanche fossero Manu Chao, han provato di tutto, hip-hop, elettronica, folk, soul, perfino una collaborazione con Antony Hegarty e una bizzarra rivisitazione dell’opera lirica a piedi nudi. Alla fine, o forse già dall’inizio, sono rimaste a secco d’idea, imprigionate nel buio limbo del “o le ami o le odi” in cui nessuno le ama o le odia abbastanza per sembrare vagamente necessarie.

Amanda Palmer – Performs The Popular Hits Of Radiohead On Her Magical Ukulele
Lei è simpatica e prima di dare un senso alla sua vita con gli ottimi Dresden Dolls sbarcava il lunario facendo la statua vivente. Ci è sempre piaciuta, ma sentirla straziare le canzoni dei Radiohead con un ukulele in mano è francamente inaccettabile. Non tanto per lei, non tanto per l’esecuzione a volte perfino piacevole, ma perchè l’ukulele ha rotto il cazzo e non vediamo perchè se ne debba uscire dal suo bel mondo di video trash su Youtube.

Blonde Redhead – Penny Sparkle
É il disco dell’eleganza, del definitivo ingentilimento dei suoni, della crescita definitiva, della coniugazione perfetta tra l’immediatezza del pop e la raffinatezza di un elettronica algida e distante, somma molto cervellotica e poco romantica di una seconda metà di carriera volta a rifiutare chitarre e derive noisy come fossero peste bubbonica. É il disco che ci mostra quanto vale la maturità dei Blonde Redhead, cioè, alla fine dei conti, per noi che vogliamo rimanere ancora un po’ giovani e ancora un po’ sonici, un gran cazzo.

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