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The Decemberists – The King Is Dead

2011 - Capitol Records
folk/rock/indie

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Tracklist

1. Don’t Carry It All
2. Calamity Song
3. Rise To Me
4. Rox In The Box
5. January Hymn
6. Down By The Water
7. All Arise!
8. June Hymn
9. This Is Why We Fight
10. Dear Avery

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A due anni di distanza dalla loro precedente uscita discografica, gli americani The Decemberists fanno il loro ritorno discografico, con questo “The King Is Dead”, ancora per la major Capitol records. Il fatto che un gruppo essenzialmente indie incida per una delle più grandi etichette al mondo potrebbe dar adito a molte speculazioni, che però non dicono mai molto sul reale valore artistico di una band. Di concreto vi è da dire che il gruppo di Portland, dedito sin dall’ottimo debutto “Castaways and Cutouts”, datato 2002, a un pop/rock venato di folk, non ha mutato granché le proprie coordinate musicali, inserendosi sempre in un certo revival anni ’70, che ha in autori quali Bob Dylan, Fairport Convention, America, e, più recenti, R.E.M. i propri numi tutelari.

Il gruppo, ormai con cinque album alle spalle, svariati EP, e dunque una solida esperienza, ritorna con questo ultimo lavoro alla semplicità e all’immediatezza degli esordi, lasciando da parte le complesse velleità del progetto “The Hazards of Love”, opera rock tinta nelle intenzioni di prog, ma che non ha pienamente convinto pubblico e critica.
Il cuore della band è ritornato più direttamente folk, ed evoca uno spirito quasi agreste, tipicamente american-country, con largo uso dell’armonica a bocca e di altri occasionali strumenti come fisarmonica e violino, che ben si amalgamano con la voce limpida del leader Colin Meloy.
Questo feeling molto pastorale e naturalistico è portato avanti anche dall’immagine scelta per la copertina, che potrebbe tranquillamente essere quella di un gruppo come Empyrium, Drudkh, ad esempio, di ben altro settore ed estrazione musicale.
Spingendo il tasto play l’ascoltatore è invece subito avvolto da un sound molto leggero, chiaro e diretto, come ben esemplifica l’opener “Don’t Carry It All”, un anthem indie rock che, assieme alla seguente “Calamity Song”, deve davvero molto ai primi R.E.M, dei quali è fra l’altro presente di Peter Buck come collaboratore.
I brani alternano momenti più decisamente country-folk, come “Rise To Me”, “Rox In the Box”, “All Arise!”, a brani più american rock, sempre tenendo in primo piano la freschezza e la leggerezza espressiva.
Le dieci canzoni proposte non azzardano molto, in termini artistici, preferendo la sicurezza (e la prevedibilità) di schemi consolidati, che, facendo leva su semplicità e orecchiabilità, in parte sopperiscono all’indubbia perdita di spessore nella trama compositiva.

Un buon disco, che fotografa una band forse in transizione, ma comunque capace di offrire alla loro nutrita fan-base una positiva prova di vitalità, anche se lontana dai clamori del proprio passato, quello soprattutto del già citato debut “Castaways and Cutouts” e del seguente “Her majesty”, ad oggi le uscite più valide e convincenti dei Decemberists.

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