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I Like Trains – He Who Saw The Deep

2010 - ILR Records
indie/brit/rock

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Tracklist

1. When We Were Kings
2. A Father's Son
3. We Saw The Deep
4. Hope Is Not Enough
5. Progress Is A Snake
6. These Feet of Clay
7. Sirens
8. Sea Of Regrets
9. Broken Bones
10. A Divorce Before Marriage
11. Doves

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I Like Trains. Una formazione britannica. L’ennesima formazione britannica. Noi degli inglesi ci ricordiamo sempre il sound tipicamente brit che dai Beatles in poi è rimasto in quasi tutte le band “commerciali”, con poche eccezioni (Muse, Coldplay, Placebo, e i grandi nomi come Queen, Pink Floyd ecc.). Negli ultimi anni il proliferare di band indie rock non ha fatto altro che confermare questo trend, seguendo una tendenza di imitazione e revival della new wave anni ’80 che ha favorito una polarizzazione del sound nei seguaci dei Joy Division e in chi invece se ne sbatte. Gli I Like Trains, bene o male, se ne sbattono, e propongono il loro post-rock in salsa alternativa, più melodico, più easy-listening, cantato, con degli accenni di indie nel sound (molto somigliante a quello dei Mewithoutyou dei primi dischi), segno distintivo della loro provenienza geografica (Leeds).

Il disco è sicuramente un lavoro di pregevole fattura, che scatena immediatamente un flusso di ricordi in chi, lasciandosi trasportare da generi come questo, ama utilizzare la musica come metodo e strategia di riflessione. Almeno la musica strumentale, spesso, ha questa connotazione. Il problema è che finite le brevi parti di arpeggi di chitarra o languide distorsioni iniziali, la voce riporta tutto su un universo più commerciale, con il timbro vocale quasi a ricordarci le band post-grunge dell’olimpo statunitense di Billboard (o comunque un Tom Smith annacquato). Questo, infatti, rappresenta il principale motivo di rinsecchimento del disco, che nonostante una vena (quasi)emotiva molto coinvolgente, si perde nella banalità di alcune linee di voce e di chitarra.
Analizzando invece gli aspetti positivi, c’è molto di cui parlare: il sound scelto permette, come già accennavamo, di utilizzare questa musica in senso abbastanza riflessivo. A suscitare momenti di distensione e relax ci pensano le canzoni più calme, dove flebili arpeggi di chitarra e ritmiche sempre precise supportate da un ottimo combo di basso e batteria, mentre l’aggressività di alcuni impasti più indie rock ricordano subito da vicino i Coldplay di X&Y, e il primo disco degli Editors. E questo è un bene, perché riescono a fare proprio un linguaggio che molte band hanno utilizzato fino all’abuso, senza scadere TROPPO nel banale, cosa che comunque fanno. Un’altra sfaccettatura positiva di questo He Who Saw The Deep è l’assenza di brani filler. Non ci sono pertanto pezzi riempitivo e ogni canzone svolge una funzione catalizzante e corroborante rispetto al resto del disco, che può essere digerito (e pertanto disassemblato e poi ricostituito) ed apprezzato solo dopo qualche ascolto completo, che non sia, però, un ascolto distratto. Perché solo così si può percepire l’ottimo songwriting che il quartetto inglese è riuscito a tirare fuori dal calderone, con brani come “When We Were Kings” e “A Father’s Son” a fare da capofila. Funziona molto meno “Progress Is A Snake”, un brano in cui ricorrono troppo spesso i cliché tematici del post-rock più classico, quello che dopo gli Slint è stato rappresentato principalmente dai Mogwai, ai quali non sono minimamente paragonabili (e proprio per questo abbiamo citato solo band che non fanno propriamente questo genere).

Tecnicamente la band non è per niente male e riesce ad infilare una buona dose di interessanti passaggi ritmici e melodici con farciture vagamente sperimentali, che comunque concludono la loro esperienza positiva sbattendo contro un solido muro di banalità radio-friendly, che poco giova a brani come “Hope Is Not Enough”. La verità è che questo disco può piacere a chiunque abbia ascoltato il rock inglese e scozzese degli ultimi anni, in tutte le reincarnazioni che ha avuto, e se questo è un pregio, dall’altro arriva la mazzata della spersonalizzazione totale della band, che svolge un ruolo quasi nullo in un panorama che forse ha ancora tempo per reinventarsi ed uscire dall’anonimato in cui sta piombando grazie al trittico 2008, 2009 e 2010 che l’hanno troppo snobbato.
Buono sforzo, ma si poteva fare di meglio.

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