Reportage

VERDENA – Velvet Club, Rimini, 4 febbraio 2011

Un logorroico (esperto all’opera) si fregia oggi dell’onore di narrarvi l’accaduto di quella sera allo storico Velvet di Rimini dove la miglior live band italiana per definizione si è confermata tale senza sforzarsi di imitare la fatica che si deve fare per ottenere questa onorificenza.

In quattro, catapultati in un mondo che non parte più da Seattle ma ricolloca lì il suo punto di arrivo (o di morte?), incorporando grossolanamente, ma con imprescindibile savoir faire, tutta la musica precedente, abdicano alla posizione di centralità che ogni singolo Verdena aveva sempre occupato quando arrivava l’ora di definire e scolpire il sound sul disco e dal vivo, per tentare nobili scambi di strumento che riescono, con splendidi risultati, a conferire ulteriore corposità ad un sound che più granitico, impulsivo e tagliente non poteva essere. Seguendo, ovviamente, l’onda (o l’orda) barbarica di distorsioni caldissime che Requiem aveva elevato a loro nuovo simbolo.
Effettivamente si può dire tutto dei Verdena, ma la “perdita delle ciglia rock” (gaffe nell’interpretazione del testo del singolo “Razzi Arpia Inferno e Fiamme” che metà stampa musicale si è premurata di fare, fidandosi l’uno dell’altro) e la triste e risibilmente malefica virata al pop pianistico d’imitazione di cui alcuni parlavano, diventa cattiveria rock allo stato puro, con conviti e massicci spasmi punk, stoner di lusso e, ovviamente, carica grunge cantierizzata in un continuo fronte di rinnovamento; poco autoreferenziali, tanto unidirezionali, senza nessun altro scopo che quello di suonare: al diavolo la comunicazione con il pubblico, l’attenzione al suono, il rispetto dei ruoli. Ma questo lo sapevamo già.
Le canzoni dei primi dischi, in questo caso “Luna”, “Valvonauta”, “Spaceman” e “Starless”, vengono suonate con rinnovata verve che però finisce per penalizzare la resa in qualche punto. La causa? Il cambio di tonalità, come già nel tour precedente, mentre l’appesantimento del sound non fa altro che “arrotondare” la struttura, molto più semplice di quanto ci stiamo abituando con gli ultimi due dischi, dei brani. Perfetti e memorabili tutti gli estratti da Requiem, finalmente apprezzati tanto quanto i vecchi tormentoni, sempre rievocati nelle già nostalgiche neobalere dei DJ set. I brani nuovi, ripetiamo, sono suonati in maniera così precisa da non crederci, al di là di qualche svista che poi ti fa pensare che qualche volta “fare i cazzoni” per loro sia una scelta più che uno stile involontariamente uscito dal loro DNA di band, però questo è pur sempre l’aspetto di “personaggi” che li ha consacrati nell’olimpo dell’alternative italiano.
L’acustica del locale è stata ottima, in un quasi sold-out che ha innalzato all’inverosimile la temperatura dentro questa specie di campo da calcetto con il tetto, che in realtà si presta molto bene a live con il volume altissimo come questo. La risonanza di questo concerto si farà sentire per lungo tempo tra i presenti, che hanno composto un pubblico variegato e variopinto, diverso anche nel reagire: burberi fans di prima data, irriducibili che non riusciranno mai a criticare niente dei bergamaschi, semplici curioso e infine l’impavido showroom di sterili bambinetti e vecchiotti dal naso gocciolante che non hanno capito (e mai capiranno) che i concerti per presentare i dischi nuovi presentano, appunto, il disco nuovo.

Il resumen fatelo pure voi. Mi viene in mente la pubblicità “ti piace vincere facile?”. E’ facilissimo per i Verdena, ormai, portarsi a casa l’approvazione del pubblico e questa attitudine leggermente più sorridente che già dal videoclip del primo estratto di Wow è trapelata agli occhi di tutti noi, è diventato un gioco da ragazzi. Ragazzi che non sono più, e infatti la loro maturazione è arrivata (quasi) anche sul palco. Consigliatissimi.

a cura di Emanuele Brizzante

www.verdena.com


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