Hereafter, di Clint Eastwood

Hereafter, di Clint Eastwood

Scheda

REGIA: Clint Eastwood
SCENEGGIATURA: Peter Morgan
ATTORI: Matt Damon, Cécile de France, Bryce Dallas Howard, Jay Mohr, Mylène Jampanoï, Thierry Neuvic, Richard Kind, Jenifer Lewis, Steve Schirripa, Lyndsey Marshal, Marthe Keller, Niamh Cusack, Nikki Harrup, Fileena Bahris, Charlie Holliday, Kelli Shane, John Nielsen, Annette Georgiou, Jack Bence, Frankie McLaren, George McLaren
FOTOGRAFIA: Tom Stern
MONTAGGIO: Joel Cox, Gary Roach
PRODUZIONE: The Kennedy/Marshall Company, Malpaso Productions, Road Rebel
DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Pictures Italia
PAESE: USA 2010

L’ultima pellicola firmata dal buon Clint Eastwood (classe 1930) nelle vesti di regista si delinea da subito come narrazione non facile e non banale, attorno a tematiche di per se difficili da affrontare e da rappresentare.
Per questo risulterà forse più facile dire per prima cosa ciò che questo film non è.
Non è un thriller paranormale/soprannaturale sulla scia di un certo Shyamalan.
Non è una pellicola dal sapore filosofico alla Von Trier.
Non è un film dall’intreccio corale alla Iñárritu.

La personalità e l’identità di Hereafter come produzione eastwoodiana emerge chiaramente, ma è altrettanto evidente che in questo film il regista abbia voluto esplorare un tema narrativo a lui nuovo, o meglio, inserire nel sobrio, asciutto e onesto modo di raccontare la vita che gli è da sempre proprio, una prospettiva, una sfumatura inconsueta, il paranormale/soprannaturale. La chiave di volta, il fil rouge che unisce le tre storie presentate, i vari personaggi e i tre set (America, Inghilterra, Francia), è infatti la presenza, il tocco della morte nella vita, il tentativo di comprendere, di venire a patti con l’ansia, l’angoscia, la paura, il lutto, e, in sostanza, mediare fra i relativi impulsi razionali e irrazionali nel modo più sincero possibile.

Sono, come sempre, in Eastwood, personaggi alla ricerca di una propria collocazione nel mondo, personaggi in un certo senso alla deriva, gettati nel mare degli eventi, ma senza l’ancora di salvezza del caso. E allora ecco che fatti di cronaca come lo tsunami asiatico (proposto attraverso sequenze altamente spettacolari e impressionanti) e l’attentato terroristico alla metro di Londra sono utilizzati come strumenti, come interruttori narrativi che permettono/obbligano i personaggi a confrontarsi con la porzione più profonda e ignota della loro sensibilità, mettendoli di fronte a quelle near-death experience che, in ogni tempo, in tutte le culture, hanno tanto spazio nella formazione del corpus mistico/religioso.

Trattandosi di un film occidentale, e per di più girato da Eastwood, gli interventi prettamente religiosi sulla materia sono limitati, e ciò che rimane è uno sguardo certamente carico di domande, di tensione, ma il tema della sofferenza della morte, dell’incapacità di gestire tragedie personali, come l’elaborazione del lutto, e tanto più di esperienze certamente non convenzionali come le visioni dell’aldilà, tutto ciò è filtrato, sintetizzato e ricondotto alla personalità e alla sensibilità dei personaggi come individui, e non come categorie o modelli stereotipati.

E’ soprattutto per questo che il film convince, nella sua sobrietà e delicatezza, evitando le paludi semantiche di difficili spiegazioni/razionalizzazioni (che in effetti non vengono fornite), e “limitandosi” a raccontare gli eventi che portano i protagonisti a cercarsi, a incontrarsi, come seguendo una linea invisibile che unisce le loro simili esperienze di vita. In tutto questo grandissimo il ruolo di collettore narrativo svolto dal personaggio di Matt Damon, che affronta il non facile ruolo di George Lonegan dandogli uno spessore drammatico non indifferente, riuscendo a trasmettere anche col proprio corpo il senso di solitudine esistenziale, smarrimento e tribolazione interiore che lo attanaglia.
Ottima anche la performance di Cécile de France, dei due gemelli George e Frankie McLaren, nonché di Bryce Dallas Howard. Il regista, attraverso le loro vite, ci ricorda che siamo tutti alla ricerca delle stesse risposte; ognuno di noi, differentemente, a suo modo, alle prese col proprio intimo male di vivere, non importano l’età, le possibilità economiche, l’estrazione sociale, qui si ritorna al concetto del ruolo della morte come grande livellatrice.

Un film, a detta dello stesso Eastwood, molto europeo, per ritmi e modi narrativi, imposti dalla valida sceneggiatura di Peter Morgan, ma anche e sopratutto una pellicola che palesa la personale meditazione di un uomo sul senso della vita, sulla propria senilità, forse, e sull’onestà intellettuale che sta alla base della capacità di mettere in dubbio verità e concetti dati per scontati. Questo, in buona sostanza, il messaggio che ci lasciano i personaggi di Hereafter, pellicola forse ardua da catalogare (di certo lontana dagli stereotipi del thriller-psicologico al quale la si è avvicinata in sede promozionale) e da vivere, ma che convince nel suo difficile intento narrativo.

a cura di Alekos Capelli

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