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Interviste

Intervista ai MINISTRI

Karesmaki – Arezzo, 5 febbraio 2011

“Sono distrutto! A pranzo ci siamo fermati in una trattoria alle porte di Roma, e abbiamo preso di tutto: fagioli con le cotiche, trippa, lardo, pappardelle al cinghiale… Eccezionale, davvero una roba eccezionale, ma credo che non mangerò nient’altro per settimane!”

Come inizio direi che non c’è male. Allegramente allergico al classico botta e risposta delle interviste, è così che Federico Dragogna dei Ministri ha esordito alla nostra chiacchierata, fatta in occasione della tappa aretina al Karemaski del loro “Fuori” Tour: tra scarpe slacciate e cortili milanesi, un vero flusso di coscienza ministrica.

A cura di Giulia Antelli e Fabio Carniani.

Per prima cosa, vorrei che ci dicessi qualcosa dell’evoluzione che c’è stata da Tempi Bui a Fuori. Ascoltandolo, mi sembra che siano cambiate diverse cose: il sound prima era più diretto, mentre adesso magari è più denso, più ricco, perciò anche l’ascolto dell’album è più graduale. Oppure anche i testi: in Tempi Bui avete fatto nomi e cognomi, come la faccia di Briatore o la base a Vicenza; qui usate parole più neutre, come sole, alberi, città. E suppongo che sarà cambiato anche l’approccio, da prima a ora.

Sicuramente nei testi c’è stata una vera e propria scelta, nel senso che venivamo da Tempi Bui che aveva deliberatamente sfruttato, a livello di materiale, la realtà attorno; in realtà, l’aveva sfruttata in una maniera non esattamente di denuncia o per parlare direttamente di determinati argomenti, ma in maniera un po’ più “cattiva”, nel senso che “Vicenza (la voglio anch’io una base a)” non era un pezzo sulla base a Vicenza, ma un pezzo su altro. Questa cosa andava bene come linguaggio interno a Tempi Bui, andava bene per quel disco, e probabilmente, rispetto a tutta una serie di ascoltatori, ci avrebbe reso le cose molto più facili.

Credo che fare un altro Tempi Bui vi avrebbe senz’altro premiati di più. Sbaglio?

No, non sbagli, di questo sono assolutamente certo anch’io. Ma non ne avevamo voglia, perché sentivamo che le cose che più resistevano nel tempo sono comunque quelle che resistono anche alla nostra voglia di farle e di rifarle. Per il modo che noi abbiamo di salire sul palco, dobbiamo sempre essere super presi bene in quello che stiamo facendo, dobbiamo esserne assolutamente convinti.

Giustamente, dovete divertirvi.

Già. Non può funzionare se ci troviamo a suonare un pezzo in cui, dopo un po’, c’è qualcosa che non ci torna o che ci torna meno, anche se poi il pezzo in sé è riuscito. Prendi “La faccia di Briatore”: è un pezzo che funziona, ma non avevamo più voglia di farlo.

Infatti ho notato che al Viper, per esempio, non l’avete suonato.

No, infatti non lo riproponiamo da tantissimo tempo. Principalmente perché il tipo di reazione, di riflessione che genera, è in generale un po’ più sempliciotto di quello che intendiamo noi. Voleva essere un tipo di ragionamento un po’ più complesso. Però è anche vero che è una canzone, è una cosa rock, quindi uno, uno nel senso dell’artista, non è che si può troppo lamentare se viene presa solo per un pezzo che prende per il culo Briatore.

Tra l’altro, ho visto proprio oggi il video della canzone, fatto con l’ausilio di Medici Senza Frontiere, dove all’inizio si legge che i media italiani hanno prestato più attenzione alle vacanze di Briatore rispetto ad altre cose.

Sì, questa è stata un’idea che ci ha fregato… No, non è vero, magari ha avuto la stessa idea a distanza, comunque quello lì che è andato a Sanremo, Cristicchi, che aveva fatto il pezzo su Carla Bruni, sulla questione che ha tolto spazio sui giornali rispetto ad altri argomenti. La cosa buffa è che poi siamo andati a vedere il video di Sanremo e ha cantato il pezzo con le giacche da Ministri. Quindi ci è venuto il dubbio, due più due fa quattro… (Risate). Comunque, liberi tutti: le vecchie giacche dei Ministri erano un po’ quelle che erano le giacche di Sgt. Pepper’s, più o meno.

Dei Coldplay, anche…

Sì, appunto, quindi chissenefrega, anche se i Coldplay sono arrivati dopo! Però insomma, in questo senso qui, ci interessava per questo disco un linguaggio interno a questo disco, quindi non vuol dire che il prossimo sarà così. A noi interessa che ogni album parli una lingua, ma con dei modi che sono comunque nostri. Fuori si componeva di trenta pezzi, che dopo sono diventati dodici, necessariamente, e ce ne sono ancora tantissimi altri che funzionerebbero, che forse faremo anche uscire perché sono registrati, e che sono interessanti per capire più o meno che cosa ci girava per la testa. Alcuni erano pezzi molto oscuri, molto cupi, e che allo stesso tempo facevano tabula rasa del prima, di riferimenti, di citazioni, di maestri, di qualsiasi cosa. Questa è, sostanzialmente, la cosa che ci è interessato fare. Tecnicamente poi, dato che la gente ormai ci conosceva di più, questo album è andato da subito meglio di Tempi Bui, ma probabilmente sarebbe andato meglio qualsiasi album, perché semplicemente c’era della gente che lo stava aspettando. Sono le classiche robe che accadono all’uscita, nel momento in cui tu hai una fanbase molto forte, dove ti ritrovi quindicesimo in classifica durante la prima settimana perché in quella settimana comprano tutti il nuovo album. C’è da dire poi che, rispetto agli altri due dischi, Fuori è quello che cerca un po’ meno di essere “seducente”, di dire “ti tiro in mezzo”, diciamo che dei tre è il disco meno troia, questo è sicuro! (Risate) Hai ragione a dire che è il più denso, nel senso che è un bel malloppone, una roba che ascolti tutto il disco e alla fine non ne puoi più.

Poi, quando abbiamo cominciato a portarlo in giro, la gente ha scoperto una serie di pezzi dell’album in una maniera diversa, perché ha detto “ooh ma picchia tantissimo sto pezzo dal vivo!”: noi invece eravamo più abituati al contrario, cioè che la gente veniva prima a sentire i concerti e poi comprava il disco, perciò si può benissimo dire che in realtà i pezzi dei dischi vecchi erano molto più tranquilli di quelli registrati in Fuori. Io credo che Tempi Bui sia molto ben registrato e tutto quello che vuoi, ma per esempio la batteria è in cantina, non si sente per niente. Adesso invece siamo entrati in un discorso completamente diverso.

Ma al di là dell’aspetto live, noi tre abbiamo un nostro discorso in testa, e vogliamo portalo avanti: e facendo questo discorso, nel tempo, abbiamo intercettato un certo numero di persone, che sono sempre di più, e a cui dobbiamo tantissimo. E cerchiamo di dimostraglielo devastandoci sul palco, oppure gestendo tutto quello che è la rete, qualsiasi cosa, per ringraziare, per far capire a tutti che comunque gli dobbiamo tanto. Però questo dovere tanto non si è trasformato, e mai si dovrà trasformare, in diritto, o in qualcosa del genere “adesso faccio il pezzo per te”; questo è molto importante per noi, nel senso che se nel prossimo album, per questioni che crediamo necessarie, ci verranno fuori dodici mazurche, allora faremo un disco con dodici mazurche. E dopo andremo in giro a suonare mazurche e quant’altro. Vogliamo che tra noi e la gente, su questo, ci siano un colloquio e un rispetto veri. E per ora ci sono sempre stati.

Riguardo a questo, guardando la vostra partecipazione al programma di Morgan (Invece No, n.d.r.), mi ha colpito molto il discorso che hai fatto sul continuare ad essere, nonostante il successo, “normaloni”. Vi è capitato di avere fans troppo invadenti?

Eeeeeh!

Del genere che tu stai suonando e qualcuno inizia a chiederti “Fede, fammi la certa canzone”, eccetera…

In questo senso ci capita di tutto, da gente che ti rincorre in autostrada a gente che ti manda roba a casa… Beh, ci sono anche alcune cose davvero bellissime, come statuette o sculture di noi tre, foto, dipinti, quadri di ogni genere. Quello è un certo tipo di cosa. Poi, c’è quello che succede, come dici tu, sotto al palco, dove a volte hai gente che ti slaccia addirittura le scarpe! Quindi si va dalle robe più aggressive alle cose più carine, come quelli che si fanno tantissimi chilometri per venire a vederti. Stasera ci sarà gente che viene dal Piemonte come dalla Puglia. È stranissima questa cosa, ma è un po’ il punto, no? Noi vogliamo fare un tipo di musica che smuova qualcosa nella gente, e che vada al di là delle singole canzoni: non può fermarsi solo a quello, al “faccio il disco, poi vado in giro a suonare le canzoni del mio disco, poi torno a casa e faccio un altro disco”. Se fosse così, per noi non avrebbe molto senso: quello che cerchiamo di fare è generare quel sentimento irrazionale del rock, per il quale ci sono persone che si vedono venti concerti di seguito. È una cosa che, ti verrebbe da dire, in teoria non ha alcun senso. Poi ti fermi un attimo a pensare a tutti i miti, a tutte quelle cose di cui campano i giornali specializzati e di cui noi tutti abbiamo nostalgia, come Woodstock eccetera, e ti accorgi che queste cose erano tutte fatte da gente matta come noi… Quello che voglio dire è che se non ci fosse questa componente irrazionale, viscerale, allora dovremmo andare tutti quanti a lavorare in fabbrica e tanti saluti. Questa componente in più è fondamentale, noi non vogliamo fare un concerto dove, ad un certo punto, uno si alza e dice “ok, ora vado fuori a fumare una sigaretta”. Noi cerchiamo di fare un concerto dove il pubblico abbia voglia di rimanere lì. Non deve esserci il copione di quello che succederà, noi speriamo che ogni volta sarà sempre tutto un po’ diverso. L’importante, secondo me, è far capire alle persone che possono far le cose: io vorrei che la gente che si muove per andare a vedere i concerti prima di tutto si rendesse conto che il weekend che aveva sempre passato a non fare un cazzo può prendere e partire, può veder l’Italia, può andare in giro, può conoscere altra gente. E in ogni modo è più semplice conoscere gente al concerto dei Ministri perché per lo meno sono tutti lì per i Ministri! (Risate) Noi cerchiamo di fare questa cosa semplicemente in una maniera un po’ diversa da come è stata fatta finora, nel senso che noi non seguiamo alcuna ricetta.

In questo senso, allora, è giusto definire la vostra come una vera e propria linea, come una scelta di vita?

Direi proprio di sì. Ed è anche una scelta economica, nel senso che noi ad un certo punto abbiamo deciso di lasciare i nostri lavori, di lasciare tutto quello che stavamo facendo, e buttarci su questo: per noi è dunque una professione, non bisogna dimenticarlo. E poiché è una professione, la nostra normalità è di conseguenza falsata. Perché se fossimo veramente super normali, il giorno che siamo presi male o che uno di noi ha trentotto di febbre, allora potremmo salir sul palco e metterci a raccontare le barzellette, o, semplicemente, potremmo dire “oh scusate, abbiamo la febbre, perciò stasera non suoneremo!”. Dire che siamo normali non deve essere una scusa o una giustificazione per un concerto di merda, perché si tratta di spettacolo, c’è gente che ha pagato il biglietto e secondo me questa è una cosa da rispettare. Perciò, o io sono morto e annulliamo la data, ma non succede quasi mai, o piuttosto allora ci imbottiamo di farmaci, saliamo sul palco e diamo tutto.

Ecco perché noi la normalità cerchiamo semplicemente di tenerla nel resto, cioè in tutto quello che è fuori, che è attorno allo spettacolo: non credo che possa esserci un modo, o un atteggiamento, che possa giustificare un distacco, una distanza o un “siamo arrivati qua, siamo arrivati là”… sinceramente, non siamo arrivati da nessuna parte: è una cazzata, perché se tu vai in un locale, e per mille motivi, che possono essere che piove, che il concerto è stato segnalato male, che non ci si arriva, qualsiasi cosa, e vedi che arrivano venti persone, allora fai un buco totale. Ed è evidente che tu non ce l’hai mai fatta perché è sempre la gente che c’è, che è presente, a dirti “ok, ti stiamo sostenendo”. Ok, i soldi di quella serata, per contratto, li prendi, ma poi quel locale dice a quello di fianco che i Ministri fanno venti persone, e hai voglia a raccontarsi la firma con chi l’hai fatta o non l’hai fatta. Noi viviamo sul live, se perdiamo credibilità in quello perdiamo credibilità in tutto.

Infatti mi sembra che le classiche pose e atteggiamenti da rockstar non facciano parte di voi, né come gruppo né come individui…

Assolutamente no. Non sta scritto da nessuna parte che una band debba necessariamente tenere un atteggiamento altezzoso, o qualcosa del genere. Questa cosa noi non siamo proprio mai riusciti a farla nostra, anche se molti sulla nostra strada, e parlo di alcuni tra quelli con cui lavoravamo, ci hanno consigliato di fare così. Ma noi, a parte la scaletta, non abbiamo nessun tipo di copione: non sappiamo nulla di quello che diremo, non sappiamo nulla di come ci muoveremo, di cosa faremo, e soprattutto non so nulla di cosa farà Divi!

Per esempio, c’è la scuola americana dove qui si fa la determinata posa, lì il determinato movimento, è una roba che noi non abbiamo mai fatto. Io non dico che il nostro modo sia giusto in assoluto o giusto per tutti, io dico solo che i Ministri non riuscirebbero a fare altrimenti, e che inoltre, questa è la nostra opinione, crediamo che adesso in Italia serva più una cosa del genere.

Che cosa intendi?

Parlo di quella cosa che una volta c’era e che faceva muovere le persone, che le faceva riunire, che le teneva insieme con qualcosa che sentissero anche loro. Quella cosa che una volta era la politica, e che si trovava nei paesi, nei circoli, nelle sedi di partito, nei dopolavoro, nei sindacati. Noi abbiamo preso quel contatto lì da una politica che non c’è più. Questa è la nostra ricetta, finché durerà; il resto si vedrà con il prossimo disco.

Hai appena descritto quella che, secondo me, potremmo definire l’“attitudine ministrica”. Qualcosa che va oltre il sound o il genere, qualcosa che va al di là della musica stessa. Quanto conta, per questo aspetto, il rapporto tra te, Davide e Michele?

Davvero tantissimo. In realtà poi, singolarmente, siamo tre persone diversissime, e, decisamente, nella vita non assomigliamo affatto a quello che siamo come Ministri, anche per quanto riguarda il modo di porsi al mondo. Divi è quasi l’opposto di come puoi vederlo sul palco, io invece ci assomiglio per certe cose, però in generale è davvero tutta un’altra cosa. I Ministri non sono tre persone distinte, sono invece una cosa tutta assieme, un’unica entità. E non parlo solo di noi tre, ma rispetto al live anche di Effe Punto. Il live è una cosa che si affronta tutti insieme. È un po’ come fare una partita, è qualcosa di molto fisico, qualcosa che non potrei fare in questo modo con nessun altro, e che riguarda soltanto noi. Io potrei anche andare a suonare la chitarra per qualcun altro, ma mi sentirei proprio come se stessi tradendo tutti loro, e loro lo stesso verso di me. È difficile pensarci senza pensare ai Ministri. Ormai ci conosciamo da tantissimo tempo, io e Divi addirittura da tredici anni, e parlo proprio di tredici anni di vita vissuta assieme.

Vorrei anche chiederti qualcosa riguardo alle citazioni nascoste: su Tempi Bui c’erano riferimenti a Bertold Brecht, a Nanni Moretti, su Fuori il Battiato di “Summer on a solitary beach” in “Le città senza fiumi”. Puoi svelarcene qualcun’altra?

Beh, Battiato in realtà c’è anche in altri punti, come le sigarette turche in “Vestirsi male”, che si riferisce a “L’era del cinghiale bianco”: quindi le notti passate a fumare sigarette turche in realtà sono state le notti passate ad ascoltare Battiato. Per quanto riguarda il resto, invece, ogni riferimento è del tutto spontaneo e imprevedibile: io sono uno che legge, spulcia, sono molto curioso, e mi piace prendere ispirazione da altre cose. Gran parte dei testi di Fuori li ho scritti a Berlino, da solo, in una casa affittata, al mattino, fumando tantissimo; e dunque le cose che sono emerse di più sono state elementi biografici e antichi della mia infanzia, quasi tutti i pezzi sono riconducibili a singole cose che mi sono capitate, da “Vorrei vederti soffrire” a “La televisione” oppure “Mangio la terra” e “Una questione politica”. Tutti i passaggi, anche quelli che sembrerebbero esserlo meno, sono legati a riferimenti autobiografici, a cose particolari. Per esempio, “alla mattina mi sentivo potente” di “Una questione politica” parla di quando mi svegliai una mattina e corsi verso un posto che stavano sgomberando per andare a difenderlo; in “Noi fuori”, circa i cortili coi pavoni, si parla di una casa ricchissima che si trova in centro a Milano, dove c’è questo enorme cortile, chiuso con un cancello che ti impedisce quasi del tutto la vista di quel che c’è dentro, tranne che da un punto piccolissimo dove riesci a vedere che all’interno girano pavoni, daini, cerbiatti. Io ci passavo davanti da piccolino con mia madre e guardavamo dentro, e mi sembrava incredibile, irraggiungibile, poi, dopo i primi anni di fantasticherie su quei posti, mi sono stati semplicemente molto sul culo, per dirne una… (Risate) Invece “Vorrei vederti soffrire” parla di un giorno che a Milano nevicava, e non trovavo rifugio da nessuna parte, non avevo soldi, non avevo le chiavi di casa, non avevo niente, era quasi sera e i bar non mi lasciavano entrare perché dovevo ordinare qualcosa ma non potevo, e, alla fine, l’unico luogo dove trovai ospitalità fu una chiesa, paradossalmente, perché per uno come me è abbastanza paradossale.

Mi parleresti proprio di “Vestirsi male”? E’ una delle mie preferite.

Beh, è buffo, perché il titolo è l’unica espressione avanzata dal testo di un’altra canzone, che in realtà parlava della questione delle marche: potrei anche ricordarmi com’era il testo, “vestirsi male per confondere le acque, dimmi se hai ancora un ricordo senza marche”, o qualcosa del genere. Ed era un pezzo con discorso che doveva essere necessariamente complesso, probabilmente ero fatto quando l’ho scritto… (Risate) Parlava di quale potesse essere una possibile strategia per confondere gli uffici di marketing proprio attraverso il vestirsi male, di quanto comunque la battaglia no logo e no global contro le marche fosse sostanzialmente fallita, ma per motivi evidenti per chiunque non viva nella giungla. Io credo che o uno può permettersi di avere un orto, di mangiarsi le proprie zucchine e di farsi le scarpe da solo, o altrimenti è un po’ uno sbattimento, evidentemente. Si trattava di un ragionamento pazzesco appunto sul cominciare a mischiare completamente i propri consumi in maniera caotica e imprevedibile, in modo da, a un certo punto, far collassare il sistema grazie alle marche stesse, in qualche modo di superare una sorta di pressione pubblicitaria, non tanto lottando contro il sistema ma prendendolo in giro, quasi. Ma era una cosa troppo complessa, mi è difficile spiegarla anche adesso a voce, figurati in una canzone. La canzone era molto epica, molto ampia, con questo piglio più vicino a “Vicenza (la voglio anch’io una base a)” che a Fuori, e dunque mal si adattava al discorso complessivo dell’album. Mi dissi: cazzo, no, cerchiamo di pensare a che cosa questo tipo di pezzo mi fa venire in mente, a che cosa penso quando lo suono. E’ partendo da qui che poi è nato il testo sull’andarsene di casa, non in generale ma dalla mia casa e da mia madre.

Quindi questo è il vostro unico pezzo autobiografico?

Mah, tanti pezzi sono biografici, sono tutti fatti in un modo che questa componente autobiografica non debba essere fondamentale per far funzionare il pezzo, e neanche così evidente: e deve essere così perché la questione fondamentale è che dopo i pezzi li canta Divi.

Già, l’unico pezzo del disco in cui si sente cantare te è nei controcanti di “Una questione politica”. Perché non canti, o non canti di più?

Guarda, all’inizio nei Ministri cantavamo sia Divi che io, però Divi, per il tipo di cose che facciamo, canta molto meglio. Io, come timbro di voce, funziono abbastanza bene su pezzi molto intimisti, molto bassi e molto soffiati, oppure in cose altissime: infatti in studio mi chiamano il cunili, il coniglio. (Risate) Comunque, resta il fatto che io scrivo delle cose che dopo lui canterà, e questa è una distanza di cui devo tener conto, nel senso che Divi deve essere convinto delle cose che canta, prima di me deve esserne convinto lui: lui è la prima persona, il primo fan a cui devono piacere le mie canzoni, poi alcune cose le fa sue, e diventano diverse. Ma ci sono anche casi opposti, come “Noi fuori”, dove lui ha scritto le musiche e io il testo, oppure “Gli alberi”, scritta interamente da lui, dove il tu a cui si riferisce il pezzo sono io, quindi è Divi rispetto a me. È tutto un equilibrio tra noi due, che secondo me è anche una delle parti più belle dei Ministri rispetto ad altri gruppi, dove c’è quello lì che suona, quello lì che scrive e ognuno ha il suo ruolo ben definito, mentre tra noi c’è proprio uno scambio dinamico, che rende anche la cosa più divertente.

Quale’è il ruolo di Effe Punto all’interno dei Ministri?

Beh, intanto Effe Punto vive con me, è il mio coinquilino, e, soprattutto, è nostro amico da un sacco di tempo. Effe è un cantautore di grandissimo valore, un cantautore alla Leonard Cohen, alla Tenco, quindi con pezzi soffertissimi, molto personali; ma per come si approccia al mondo, per il fatto che su certe cose è proprio un idealista oltre ogni limite di idealismo, si rifiuta di promuoverli. E per una ragione che in realtà capisco perfettamente: se hai dei pezzi incredibilmente sofferti, dove tu effettivamente tiri fuori delle cose incredibilmente intime e quant’altro, il fatto di doverli promuovere è una cosa che va contro la ragione per cui li ha scritti. Tu cerchi di vendere delle emozioni tue o delle robe così sofferte, e io non ho mai visto Effe fare questo, abbiamo anche fatto diversi concerti assieme, ha fatto un disco che ho registrato io, ma non l’ho mai sentito dire “ascolta il mio pezzo”. Si rifiuta totalmente, lui dice “se questa roba qua è davvero quello che sento io, non impedisco agli altri di ascoltarla ma non cerco di promuoverla”, perché cercare di promuoverla significherebbe falsare la ragione primaria del perché hai scritto quella canzone, da dove è nata e quant’altro. Noi quattro siamo amici da tempo, abbiamo fatto anche il Camino de Santiago assieme, e quando facevamo concerti acustici, cose un po’ diverse dal solito, già chiamavamo lui, perché avevamo bisogno di un organico più ampio che essere in tre con uno che canta. Ancora ricordo il momento in cui la sua presenza è diventata “ufficiale”. Dieci giorni prima di partire per il tour di Tempi Bui, andammo al Magnolia a fare le prove: il disco era molto complesso, pieno di elementi diversi, come i violini, insomma, tutta una serie di cose che poi dal vivo non riuscivamo a rendere al meglio. Dunque, andammo a fare le prove generali al Magnolia con davanti il nostro manager, che poi è anche il presidente del Magnolia, suonammo tutti i pezzi che ci eravamo preparati in sala prove, facemmo uno spettacolo intero, e alla fine lui da sotto ci disse “è una merda”. (Risate) Noi, sai, ci fidiamo completamente, abbiamo un bellissimo rapporto con la nostra crew, quindi se quello là sotto, che sai che dice e fa tutto per il tuo bene, ti dice che non funziona, che è una merda, sei nella merda. (Altre risate) Dieci giorni dopo iniziava il tour, io torno a casa, scrivo una mail a Effe e gli chiedo “Ti va di stare, probabilmente per i prossimi tre anni, in giro a suonare con noi?”, e lui “Sì”, con il suo solito entusiasmo! Il giorno dopo venne a provare, rodammo per bene il tour di Tempi Bui e così via; insomma, tutto è nato da questa roba qua, dal “è una merda”.

a cura di Giulia Antelli e Fabio Carniani

Per prima cosa, vorrei che ci dicessi qualcosa dell’evoluzione che c’è stata da Tempi Bui a Fuori. Ascoltandolo, mi sembra che siano cambiate diverse cose: il sound prima era più diretto, mentre adesso magari è più denso, più ricco, perciò anche l’ascolto dell’album è più graduale. Oppure anche i testi: in Tempi Bui avete fatto nomi e cognomi, come la faccia di Briatore o la base a Vicenza; qui usate parole più neutre, come sole, alberi, città. E suppongo che sarà cambiato anche l’approccio, da prima a ora.

Sicuramente nei testi c’è stata una vera e propria scelta, nel senso che venivamo da Tempi Bui che aveva deliberatamente sfruttato, a livello di materiale, la realtà attorno; in realtà, l’aveva sfruttata in una maniera non esattamente di denuncia o per parlare direttamente di determinati argomenti, ma in maniera un po’ più “cattiva”, nel senso che “Vicenza (la voglio anch’io una base a)” non era un pezzo sulla base a Vicenza, ma un pezzo su altro. Questa cosa andava bene come linguaggio interno a Tempi Bui, andava bene per quel disco, e probabilmente, rispetto a tutta una serie di ascoltatori, ci avrebbe reso le cose molto più facili.

Credo che fare un altro Tempi Bui vi avrebbe senz’altro premiati di più. Sbaglio?

No, non sbagli, di questo sono assolutamente certo anch’io. Ma non ne avevamo voglia, perché sentivamo che le cose che più resistevano nel tempo sono comunque quelle che resistono anche alla nostra voglia di farle e di rifarle. Per il modo che noi abbiamo di salire sul palco, dobbiamo sempre essere super presi bene in quello che stiamo facendo, dobbiamo esserne assolutamente convinti.

Giustamente, dovete divertirvi.

Già. Non può funzionare se ci troviamo a suonare un pezzo in cui, dopo un po’, c’è qualcosa che non ci torna o che ci torna meno, anche se poi il pezzo in sé è riuscito. Prendi “La faccia di Briatore”: è un pezzo che funziona, ma non avevamo più voglia di farlo.

Infatti ho notato che al Viper, per esempio, non l’avete suonato.

No, infatti non lo riproponiamo da tantissimo tempo. Principalmente perché il tipo di reazione, di riflessione che genera, è in generale un po’ più sempliciotto di quello che intendiamo noi. Voleva essere un tipo di ragionamento un po’ più complesso. Però è anche vero che è una canzone, è una cosa rock, quindi uno, uno nel senso dell’artista, non è che si può troppo lamentare se viene presa solo per un pezzo che prende per il culo Briatore.

Tra l’altro, ho visto proprio oggi il video della canzone, fatto con l’ausilio di Medici Senza Frontiere, dove all’inizio si legge che i media italiani hanno prestato più attenzione alle vacanze di Briatore rispetto ad altre cose.

Sì, questa è stata un’idea che ci ha fregato… No, non è vero, magari ha avuto la stessa idea a distanza, comunque quello lì che è andato a Sanremo, Cristicchi, che aveva fatto il pezzo su Carla Bruni, sulla questione che ha tolto spazio sui giornali rispetto ad altri argomenti. La cosa buffa è che poi siamo andati a vedere il video di Sanremo e ha cantato il pezzo con le giacche da Ministri. Quindi ci è venuto il dubbio, due più due fa quattro… (Risate). Comunque, liberi tutti: le vecchie giacche dei Ministri erano un po’ quelle che erano le giacche di Sgt. Pepper’s, più o meno.

Dei Coldplay, anche…

Sì, appunto, quindi chissenefrega, anche se i Coldplay sono arrivati dopo! Però insomma, in questo senso qui, ci interessava per questo disco un linguaggio interno a questo disco, quindi non vuol dire che il prossimo sarà così. A noi interessa che ogni album parli una lingua, ma con dei modi che sono comunque nostri. Fuori si componeva di trenta pezzi, che dopo sono diventati dodici, necessariamente, e ce ne sono ancora tantissimi altri che funzionerebbero, che forse faremo anche uscire perché sono registrati, e che sono interessanti per capire più o meno che cosa ci girava per la testa. Alcuni erano pezzi molto oscuri, molto cupi, e che allo stesso tempo facevano tabula rasa del prima, di riferimenti, di citazioni, di maestri, di qualsiasi cosa. Questa è, sostanzialmente, la cosa che ci è interessato fare. Tecnicamente poi, dato che la gente ormai ci conosceva di più, questo album è andato da subito meglio di Tempi Bui, ma probabilmente sarebbe andato meglio qualsiasi album, perché semplicemente c’era della gente che lo stava aspettando. Sono le classiche robe che accadono all’uscita, nel momento in cui tu hai una fanbase molto forte, dove ti ritrovi quindicesimo in classifica durante la prima settimana perché in quella settimana comprano tutti il nuovo album. C’è da dire poi che, rispetto agli altri due dischi, Fuori è quello che cerca un po’ meno di essere “seducente”, di dire “ti tiro in mezzo”, diciamo che dei tre è il disco meno troia, questo è sicuro! (Risate) Hai ragione a dire che è il più denso, nel senso che è un bel malloppone, una roba che ascolti tutto il disco e alla fine non ne puoi più.

Poi, quando abbiamo cominciato a portarlo in giro, la gente ha scoperto una serie di pezzi dell’album in una maniera diversa, perché ha detto “ooh ma picchia tantissimo sto pezzo dal vivo!”: noi invece eravamo più abituati al contrario, cioè che la gente veniva prima a sentire i concerti e poi comprava il disco, perciò si può benissimo dire che in realtà i pezzi dei dischi vecchi erano molto più tranquilli di quelli registrati in Fuori. Io credo che Tempi Bui sia molto ben registrato e tutto quello che vuoi, ma per esempio la batteria è in cantina, non si sente per niente. Adesso invece siamo entrati in un discorso completamente diverso.

Ma di là dell’aspetto live, noi tre abbiamo un nostro discorso in testa, e vogliamo portalo avanti: e facendo questo discorso, nel tempo, abbiamo intercettato un certo numero di persone, che sono sempre di più, e a cui dobbiamo tantissimo. E cerchiamo di dimostraglielo devastandoci sul palco, oppure gestendo tutto quello che è la rete, qualsiasi cosa, per ringraziare, per far capire a tutti che comunque gli dobbiamo tanto. Però questo dovere tanto non si è trasformato, e mai si dovrà trasformare, in diritto, o in qualcosa del genere “adesso faccio il pezzo per te”; questo è molto importante per noi, nel senso che se nel prossimo album, per questioni che crediamo necessarie, ci verranno fuori dodici mazurche, allora faremo un disco con dodici mazurche. E dopo andremo in giro a suonare mazurche e quant’altro. Vogliamo che tra noi e la gente, su questo, ci siano un colloquio e un rispetto veri. E per ora ci sono sempre stati.

Riguardo a questo, guardando la vostra partecipazione al programma di Morgan (Invece No, n.d.r.), mi ha colpito molto il discorso che hai fatto sul continuare ad essere, nonostante il successo, “normaloni”. Vi è capitato di avere fans troppo invadenti?

Eeeeeh!

Del genere che tu stai suonando e qualcuno inizia a chiederti “Fede, fammi la certa canzone”, eccetera…

In questo senso ci capita di tutto, da gente che ti rincorre in autostrada a gente che ti manda roba a casa… Beh, ci sono anche alcune cose davvero bellissime, come statuette o sculture di noi tre, foto, dipinti, quadri di ogni genere. Quello è un certo tipo di cosa. Poi, c’è quello che succede, come dici tu, sotto al palco, dove a volte hai gente che ti slaccia addirittura le scarpe! Quindi si va dalle robe più aggressive alle cose più carine, come quelli che si fanno tantissimi chilometri per venire a vederti. Stasera ci sarà gente che viene dal Piemonte come dalla Puglia. È stranissima questa cosa, ma è un po’ il punto, no? Noi vogliamo fare un tipo di musica che smuova qualcosa nella gente, e che vada al di là delle singole canzoni: non può fermarsi solo a quello, al “faccio il disco, poi vado in giro a suonare le canzoni del mio disco, poi torno a casa e faccio un altro disco”. Se fosse così, per noi non avrebbe molto senso: quello che cerchiamo di fare è generare quel sentimento irrazionale del rock, per il quale ci sono persone che si vedono venti concerti di seguito. È una cosa che, ti verrebbe da dire, in teoria non ha alcun senso. Poi ti fermi un attimo a pensare a tutti i miti, a tutte quelle cose di cui campano i giornali specializzati e di cui noi tutti abbiamo nostalgia, come Woodstock eccetera, e ti accorgi che queste cose erano tutte fatte da gente matta come noi… Quello che voglio dire è che se non ci fosse questa componente irrazionale, viscerale, allora dovremmo andare tutti quanti a lavorare in fabbrica e tanti saluti. Questa componente in più è fondamentale, noi non vogliamo fare un concerto dove, ad un certo punto, uno si alza e dice “ok, ora vado fuori a fumare una sigaretta”. Noi cerchiamo di fare un concerto dove il pubblico abbia voglia di rimanere lì. Non deve esserci il copione di quello che succederà, noi speriamo che ogni volta sarà sempre tutto un po’ diverso. L’importante, secondo me, è far capire alle persone che possono far le cose: io vorrei che la gente che si muove per andare a vedere i concerti prima di tutto si rendesse conto che il weekend che aveva sempre passato a non fare un cazzo può prendere e partire, può veder l’Italia, può andare in giro, può conoscere altra gente. E in ogni modo è più semplice conoscere gente al concerto dei Ministri perché per lo meno sono tutti lì per i Ministri! (Risate) Noi cerchiamo di fare questa cosa semplicemente in una maniera un po’ diversa da come è stata fatta finora, nel senso che noi non seguiamo alcuna ricetta.

In questo senso, allora, è giusto definire la vostra come una vera e propria linea, come una scelta di vita?

Direi proprio di sì. Ed è anche una scelta economica, nel senso che noi ad un certo punto abbiamo deciso di lasciare i nostri lavori, di lasciare tutto quello che stavamo facendo, e buttarci su questo: per noi è dunque una professione, non bisogna dimenticarlo. E poiché è una professione, la nostra normalità è di conseguenza falsata. Perché se fossimo veramente super normali, il giorno che siamo presi male o che uno di noi ha trentotto di febbre, allora potremmo salir sul palco e metterci a raccontare le barzellette, o, semplicemente, potremmo dire “oh scusate, abbiamo la febbre, perciò stasera non suoneremo!”. Dire che siamo normali non deve essere una scusa o una giustificazione per un concerto di merda, perché si tratta di spettacolo, c’è gente che ha pagato il biglietto e secondo me questa è una cosa da rispettare. Perciò, o io sono morto e annulliamo la data, ma non succede quasi mai, o piuttosto allora ci imbottiamo di farmaci, saliamo sul palco e diamo tutto.

Ecco perché noi la normalità cerchiamo semplicemente di tenerla nel resto, cioè in tutto quello che è fuori, che è attorno allo spettacolo: non credo che possa esserci un modo, o un atteggiamento, che possa giustificare un distacco, una distanza o un “siamo arrivati qua, siamo arrivati là”… sinceramente, non siamo arrivati da nessuna parte: è una cazzata, perché se tu vai in un locale, e per mille motivi, che possono essere che piove, che il concerto è stato segnalato male, che non ci si arriva, qualsiasi cosa, e vedi che arrivano venti persone, allora fai un buco totale. Ed è evidente che tu non ce l’hai mai fatta perché è sempre la gente che c’è, che è presente, a dirti “ok, ti stiamo sostenendo”. Ok, i soldi di quella serata, per contratto, li prendi, ma poi quel locale dice a quello di fianco che i Ministri fanno venti persone, e hai voglia a raccontarsi la firma con chi l’hai fatta o non l’hai fatta. Noi viviamo sul live, se perdiamo credibilità in quello perdiamo credibilità in tutto.

Infatti mi sembra che le classiche pose e atteggiamenti da rockstar non facciano parte di voi, né come gruppo né come individui…

Assolutamente no. Non sta scritto da nessuna parte che una band debba necessariamente tenere un atteggiamento altezzoso, o qualcosa del genere. Questa cosa noi non siamo proprio mai riusciti a farla nostra, anche se molti sulla nostra strada, e parlo di alcuni tra quelli con cui lavoravamo, ci hanno consigliato di fare così. Ma noi, a parte la scaletta, non abbiamo nessun tipo di copione: non sappiamo nulla di quello che diremo, non sappiamo nulla di come ci muoveremo, di cosa faremo, e soprattutto non so nulla di cosa farà Divi!

Per esempio, c’è la scuola americana dove qui si fa la determinata posa, lì il determinato movimento, è una roba che noi non abbiamo mai fatto. Io non dico che il nostro modo sia giusto in assoluto o giusto per tutti, io dico solo che i Ministri non riuscirebbero a fare altrimenti, e che inoltre, questa è la nostra opinione, crediamo che adesso in Italia serva più una cosa del genere.

Che cosa intendi?

Parlo di quella cosa che una volta c’era e che faceva muovere le persone, che le faceva riunire, che le teneva insieme con qualcosa che sentissero anche loro. Quella cosa che una volta era la politica, e che si trovava nei paesi, nei circoli, nelle sedi di partito, nei dopolavoro, nei sindacati. Noi abbiamo preso quel contatto lì da una politica che non c’è più. Questa è la nostra ricetta, finché durerà; il resto si vedrà con il prossimo disco.

Hai appena descritto quella che, secondo me, potremmo definire l’“attitudine ministrica”. Qualcosa che va oltre il sound o il genere, qualcosa che va al di là della musica stessa. Quanto conta, per questo aspetto, il rapporto tra te, Davide e Michele?

Davvero tantissimo. In realtà poi, singolarmente, siamo tre persone diversissime, e, decisamente, nella vita non assomigliamo affatto a quello che siamo come Ministri, anche per quanto riguarda il modo di porsi al mondo. Divi è quasi l’opposto di come puoi vederlo sul palco, io invece ci assomiglio per certe cose, però in generale è davvero tutta un’altra cosa. I Ministri non sono tre persone distinte, sono invece una cosa tutta assieme, un’unica entità. E non parlo solo di noi tre, ma rispetto al live anche di Effe Punto. Il live è una cosa che si affronta tutti insieme. È un po’ come fare una partita, è qualcosa di molto fisico, qualcosa che non potrei fare in questo modo con nessun altro, e che riguarda soltanto noi. Io potrei anche andare a suonare la chitarra per qualcun altro, ma mi sentirei proprio come se stessi tradendo tutti loro, e loro lo stesso verso di me. È difficile pensarci senza pensare ai Ministri. Ormai ci conosciamo da tantissimo tempo, io e Divi addirittura da tredici anni, e parlo proprio di tredici anni di vita vissuta assieme.

Vorrei anche chiederti qualcosa riguardo alle citazioni nascoste: su Tempi Bui c’erano riferimenti a Bertold Brecht, a Nanni Moretti, su Fuori il Battiato di “Summer on a solitary beach” in “Le città senza fiumi”. Puoi svelarcene qualcun’altra?

Beh, Battiato in realtà c’è anche in altri punti, come le sigarette turche in “Vestirsi male”, che si riferisce a “L’era del cinghiale bianco”: quindi le notti passate a fumare sigarette turche in realtà sono state le notti passate ad ascoltare Battiato. Per quanto riguarda il resto, invece, ogni riferimento è del tutto spontaneo e imprevedibile: io sono uno che legge, spulcia, sono molto curioso, e mi piace prendere ispirazione da altre cose. Gran parte dei testi di Fuori li ho scritti a Berlino, da solo, in una casa affittata, al mattino, fumando tantissimo; e dunque le cose che sono emerse di più sono state elementi biografici e antichi della mia infanzia, quasi tutti i pezzi sono riconducibili a singole cose che mi sono capitate, da “Vorrei vederti soffrire” a “La televisione” oppure “Mangio la terra” e “Una questione politica”. Tutti i passaggi, anche quelli che sembrerebbero esserlo meno, sono legati a riferimenti autobiografici, a cose particolari. Per esempio, “alla mattina mi sentivo potente” di “Una questione politica” parla di quando mi svegliai una mattina e corsi verso un posto che stavano sgomberando per andare a difenderlo; in “Noi fuori”, circa i cortili coi pavoni, si parla di una casa ricchissima che si trova in centro a Milano, dove c’è questo enorme cortile, chiuso con un cancello che ti impedisce quasi del tutto la vista di quel che c’è dentro, tranne che da un punto piccolissimo dove riesci a vedere che all’interno girano pavoni, daini, cerbiatti. Io ci passavo davanti da piccolino con mia madre e guardavamo dentro, e mi sembrava incredibile, irraggiungibile, poi, dopo i primi anni di fantasticherie su quei posti, mi sono stati semplicemente molto sul culo, per dirne una… (Risate) Invece “Vorrei vederti soffrire” parla di un giorno che a Milano nevicava, e non trovavo rifugio da nessuna parte, non avevo soldi, non avevo le chiavi di casa, non avevo niente, era quasi sera e i bar non mi lasciavano entrare perché dovevo ordinare qualcosa ma non potevo, e, alla fine, l’unico luogo dove trovai ospitalità fu una chiesa, paradossalmente, perché per uno come me è abbastanza paradossale.

Mi parleresti proprio di “Vestirsi male”? E’ una delle mie preferite.

Beh, è buffo, perché il titolo è l’unica espressione avanzata dal testo di un’altra canzone, che in realtà parlava della questione delle marche: potrei anche ricordarmi com’era il testo, “vestirsi male per confondere le acque, dimmi se hai ancora un ricordo senza marche”, o qualcosa del genere. Ed era un pezzo con discorso che doveva essere necessariamente complesso, probabilmente ero fatto quando l’ho scritto… (Risate) Parlava di quale potesse essere una possibile strategia per confondere gli uffici di marketing proprio attraverso il vestirsi male, di quanto comunque la battaglia no logo e no global contro le marche fosse sostanzialmente fallita, ma per motivi evidenti per chiunque non viva nella giungla. Io credo che o uno può permettersi di avere un orto, di mangiarsi le proprie zucchine e di farsi le scarpe da solo, o altrimenti è un po’ uno sbattimento, evidentemente. Si trattava di un ragionamento pazzesco appunto sul cominciare a mischiare completamente i propri consumi in maniera caotica e imprevedibile, in modo da, a un certo punto, far collassare il sistema grazie alle marche stesse, in qualche modo di superare una sorta di pressione pubblicitaria, non tanto lottando contro il sistema ma prendendolo in giro, quasi. Ma era una cosa troppo complessa, mi è difficile spiegarla anche adesso a voce, figurati in una canzone. La canzone era molto epica, molto ampia, con questo piglio più vicino a “Vicenza (la voglio anch’io una base a)” che a Fuori, e dunque mal si adattava al discorso complessivo dell’album. Mi dissi: cazzo, no, cerchiamo di pensare a che cosa questo tipo di pezzo mi fa venire in mente, a che cosa penso quando lo suono. E’ partendo da qui che poi è nato il testo sull’andarsene di casa, non in generale ma dalla mia casa e da mia madre.

Quindi questo è il vostro unico pezzo autobiografico?

Mah, tanti pezzi sono biografici, sono tutti fatti in un modo che questa componente autobiografica non debba essere fondamentale per far funzionare il pezzo, e neanche così evidente: e deve essere così perché la questione fondamentale è che dopo i pezzi li canta Divi.

Già, l’unico pezzo del disco in cui si sente cantare te è nei controcanti di “Una questione politica”. Perché non canti, o non canti di più?

Guarda, all’inizio nei Ministri cantavamo sia Divi che io, però Divi, per il tipo di cose che facciamo, canta molto meglio. Io, come timbro di voce, funziono abbastanza bene su pezzi molto intimisti, molto bassi e molto soffiati, oppure in cose altissime: infatti in studio mi chiamano il cunili, il coniglio. (Risate) Comunque, resta il fatto che io scrivo delle cose che dopo lui canterà, e questa è una distanza di cui devo tener conto, nel senso che Divi deve essere convinto delle cose che canta, prima di me deve esserne convinto lui: lui è la prima persona, il primo fan a cui devono piacere le mie canzoni, poi alcune cose le fa sue, e diventano diverse. Ma ci sono anche casi opposti, come “Noi fuori”, dove lui ha scritto le musiche e io il testo, oppure “Gli alberi”, scritta interamente da lui, dove il tu a cui si riferisce il pezzo sono io, quindi è Divi rispetto a me. È tutto un equilibrio tra noi due, che secondo me è anche una delle parti più belle dei Ministri rispetto ad altri gruppi, dove c’è quello lì che suona, quello lì che scrive e ognuno ha il suo ruolo ben definito, mentre tra noi c’è proprio uno scambio dinamico, che rende anche la cosa più divertente.

Quale’è il ruolo di Effe Punto all’interno dei Ministri?

Beh, intanto Effe Punto vive con me, è il mio coinquilino, e, soprattutto, è nostro amico da un sacco di tempo. Effe è un cantautore di grandissimo valore, un cantautore alla Leonard Cohen, alla Tenco, quindi con pezzi soffertissimi, molto personali; ma per come si approccia al mondo, per il fatto che su certe cose è proprio un idealista oltre ogni limite di idealismo, si rifiuta di promuoverli. E per una ragione che in realtà capisco perfettamente: se hai dei pezzi incredibilmente sofferti, dove tu effettivamente tiri fuori delle cose incredibilmente intime e quant’altro, il fatto di doverli promuovere è una cosa che va contro la ragione per cui li ha scritti. Tu cerchi di vendere delle emozioni tue o delle robe così sofferte, e io non ho mai visto Effe fare questo, abbiamo anche fatto diversi concerti assieme, ha fatto un disco che ho registrato io, ma non l’ho mai sentito dire “ascolta il mio pezzo”. Si rifiuta totalmente, lui dice “se questa roba qua è davvero quello che sento io, non impedisco agli altri di ascoltarla ma non cerco di promuoverla”, perché cercare di promuoverla significherebbe falsare la ragione primaria del perché hai scritto quella canzone, da dove è nata e quant’altro. Noi quattro siamo amici da tempo, abbiamo fatto anche il Camino de Santiago assieme, e quando facevamo concerti acustici, cose un po’ diverse dal solito, già chiamavamo lui, perché avevamo bisogno di un organico più ampio che essere in tre con uno che canta. Ancora ricordo il momento in cui la sua presenza è diventata “ufficiale”. Dieci giorni prima di partire per il tour di Tempi Bui, andammo al Magnolia a fare le prove: il disco era molto complesso, pieno di elementi diversi, come i violini, insomma, tutta una serie di cose che poi dal vivo non riuscivamo a rendere al meglio. Dunque, andammo a fare le prove generali al Magnolia con davanti il nostro manager, che poi è anche il presidente del Magnolia, suonammo tutti i pezzi che ci eravamo preparati in sala prove, facemmo uno spettacolo intero, e alla fine lui da sotto ci disse “è una merda”. (Risate) Noi, sai, ci fidiamo completamente, abbiamo un bellissimo rapporto con la nostra crew, quindi se quello là sotto, che sai che dice e fa tutto per il tuo bene, ti dice che non funziona, che è una merda, sei nella merda. (Altre risate) Dieci giorni dopo iniziava il tour, io torno a casa, scrivo una mail a Effe e gli chiedo “Ti va di stare, probabilmente per i prossimi tre anni, in giro a suonare con noi?”, e lui “Sì”, con il suo solito entusiasmo! Il giorno dopo venne a provare, rodammo per bene il tour di Tempi Bui e così via; insomma, tutto è nato da questa roba qua, dal “è una merda”.

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