Menu

Recensioni

Iron And Wine – Kiss Each Other Clean

2011 - Warner/4AD
folk/rock

Ascolta

Acquista

Tracklist

1.Walking Far From Home
2.Me And Lazarus
3.Tree By The River
4.Monkeys Uptown
5.Half moon
6.Rabbit Will Run
7.Godless Brother In Love
8.Big Burned Hand
9.Glad Man Singing
10.Your Fake Name Is Good Enough For Me

Web

Sito Ufficiale
Facebook

Quattro anni sono un tempo abbastanza lungo per tutti, ma lo sono ancor di più per un musicista. Quattro sono gli anni che intercorrono tra l’ottimo The Shepherd’s Dog e Kiss Each Other Clean, ultimo lavoro degli Iron And Wine, pseudonimo dietro a cui si cela la figura di quel barbuto menestrello folk che è Sam Beam.

Quattro anni, dicevamo. Che cosa è cambiato nell’universo Iron And Wine? Innanzitutto, la casa discografica, con il saluto alla storica SubPop per approdare alla 4AD, meglio conosciuta come Warner Bros; poi, nient’altro. Almeno per quanto riguarda la qualità. Con Kiss Each Other Clean, infatti, Sam Beam è riuscito a sciogliere tutti i dubbi di chi temeva che il passaggio dall’indie ad una major potesse fatalmente condizionare la sua abilità nel comporre, semplicemente, belle canzoni. Poco importa, infatti, che sia sparita l’aura intimista e minimale a cui ci eravamo abituati: non più soltanto voce e chitarra, ma molto  altro, perché Kiss Each Other Clean scongiura definitivamente quello che poteva essere il maggior difetto degli Iron And Wine, e cioè quello di fossilizzarsi su tonalità folk, chitarre acustiche e registratori a quattro piste.

Ed è chiaro fin dall’inizio, con il valzer malinconico di “Walking far from home”, primo singolo estratto: Sam Beam è, e rimane, un cantautore, ma stavolta ha voluto allontanarsi da casa, dai sentieri già battuti di quel folk tutto americano che lo aveva contraddistinto nei lavori precedenti, per immergersi ora in progressive armonizzazioni delle voci e stratificazioni synth.
La successiva “Me and Lazarus”, con il suo assolo di sassofono, ribadisce la ricchezza che caratterizza il nuovo sound dell’album, ricercato ed elegante, ma non tanto da stravolgerne la vera essenza: infatti, è indubbio che la natura folk rimanga il perno sul quale poggia tutto il songwriting degli Iron And Wine, come sottolineano pezzi quali “Tree by the river” e la sua pastorale americana, oppure “Big burned hand” ,  con la sua atmosfera on the road, sporcata da suoni e voci in distorsione.
Innovazione sì, ma sempre giocata in maniera coerente: è il caso di “Half moon” e il suo doo wop rhythm and blues , che riprende il filo rosso che era stato di The Sheperd’s Dog, e che lo rende l’episodio tra i più riconoscibili del marchio di fabbrica Iron And Wine. Stesso discorso per il folk acido di “Godless brother in love”, canzone che pare quasi rubata a If I Could Only Remember My Name di David Crosby, ma con in più i delicati arricchimenti di arpa e pianoforte.
Ma a Mr. Beam, evidentemente, piace giocare e confondere le idee, ed ecco che spunta l’ipnotica “Rabbit will run”, con tastiere seventies , flauti e percussioni spruzzati da tonalità latineggianti; le influenze sono tante e si sentono, come in “Monkeys uptown”, dove troviamo accenti dub e paesaggi giamaicani, sapientemente racchiusi da una cornice funk. “Glad man singing”, con la sua melodia in dissolvenza, liquida e sognante, riporta alle ballate West Coast anni 60, ma è con la conclusiva “Your fake name is good enough for me” che il cerchio si chiude, e noi possiamo finalmente tirare un sospiro di sollievo. Raramente, infatti, capita di ascoltare un disco che convinca dall’inizio alla fine, e questo è sicuramente il caso di Kiss Each Other Clean. Brano della durata di oltre sette minuti, “Your fake name is good enough for me ”è forse il migliore dell’album: diviso in due parti, la prima in un crescendo incalzante e accelerato, la seconda più lenta e decisamente più acustica, il brano tira le somme di tutto quanto fin qui offerto dall’ultima fatica degli Iron And Wine.

Beatamente indeciso su quale direzione prendere, Beam segue la propria strada, senza preoccuparsi di che cosa salterà fuori dalla sua musica. Il risultato è un album ricco, sfaccettato e visionario, ma che non perde mai di vista l’obiettivo principale, ovvero quello di regalare solo e soltanto bellissime canzoni. Diamo il benvenuto a Sam Beam nell’olimpo dei cantautori della tradizione americana.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni

Close