Annunciato con soli cinque giorni d’anticipo, ha scatenato una fibrillazione tanto incredibile quanto prevedibile, in un mondo, quello del giornalismo 2.0, asfissiato dall’ansia fondamentale di esserci sempre, nel Qui ed Ora del feed reader, di essere sempre hyper-aggiornati e di avere qualcosa di pronto e intelligente da dire nei tre minuti successivi l’esposione della bomba.
Salvo poi rendersi conto che avere qualcosa di pronto e intelligente da dire su “The King Of Limbs”, il nuovo disco dei Radiohead, la band più significativa di tutta la sfera pop contemporanea, è praticamente impossibile.
Sarò romantico, cieco e presuntuoso, ma cercare di realizzare un’analisi estetica sul prodotto Radiohead, valutare cosa sia brutto o cosa sia bello, cosa sia giusto o cosa sia sbagliato, è tutto sommato inutile.
Il percorso e la storia dei Radiohead, la loro evoluzione e la loro trasformazione li ha portati a concepire un linguaggio essenzialmente nuovo e originale, tanto riconoscibile quanto inimitabile, una sorta di muro portante per l’epistemologia della musica contemporanea, un vero e proprio dizionario di significati e significanti del rock, del pop e dell’avanguardia insieme.
In un tale contesto teorico, le immancabili stroncate in 160 caratteri su Twitter, i “non sono più rivoluzionari” su Facebook, i “non sembrano neanche canzoni, non sembrano neanche loro” nei commenti, fanno quantomeno sorridere.
Come se avesse senso chiedere la rivoluzione a chi è di fatto la rivoluzione.
E poi è vero, i Radiohead non fanno canzoni. O almeno, “The King Of Limbs” sembra confermare questo assioma, con otto pezzi che sono monoliti di un formato imprendibile e inarrivabile, non-canzoni fatte di non-strofe e non-ritornelli, ma che sono un amalgama incredibile di sonorità apparentemente ignote, melodie che sono l’archetipo di una nuova forma d’arte, di un non-luogo della musica in bilico tra il pop, l’avanguardia, il jazz e la vita vera. Perchè i soldi e la popolarità si fanno comunque con le canzoni, e far passare certe non-canzoni per meravigliose canzoni è pura genialità, e forse non abbiamo nè le forze nè il diritto per chiedersi cosa sia davvero una (non-)canzone dei Radiohead.
“The King Of Limbs” è un disco che osa, semina luce e raccoglie arcobaleni, sperimenta così tanto e così bene con l’elettronica che alla fine sembra un altro semplice strumento acustico, incastra costruzioni poliritmiche in strutture familiari e rassicuranti come di una “Creep” qualsiasi, raffina arrangiamenti celestiali e senz’ombra di dubbio fuori dalle orbite comuni.
Ci sono poi episodi luminosi, e altri un po’ meno, certi dotati di grande forza innovativa, e altri un po’ meno, ma che in fondo sono una libera rielaborazione della doppietta Kid-A e Amnesiac che a inizio decennio spazzò via ogni dubbio su cosa sarebbero stati gli Anni Zero.
E nell’epoca del giornalismo in 160 caratteri, non credo serva una fantomatica recensione per aiutare la gente a capire cosa sia questo disco.
“The King Of Limbs” è l’ultimo disco dei Radiohead e basta, lo capiremo tra qualche anno.
É un disco che sgomma con furia di fronte all’immediatezza paranoica dei nostri turbo-consumi, respingendo e rimandando giudizi estetici di sorta, in nome e in virtù di una originalità vera e unica, impossibile da non riconoscere e non celebrare come una delle poche istituzioni viventi della musica contemporanea.
Annunciato con soli cinque giorni d’anticipo, ha scatenato una fibrillazione tanto incredibile quanto prevedibile, in un mondo, quello del giornalismo 2.0, asfissiato dall’ansia fondamentale di esserci sempre, nel Qui ed Ora del feed reader, di essere sempre hyper-aggiornati e di avere qualcosa di pronto e intelligente da dire nei tre minuti successivi l’esposione della bomba.
Salvo poi rendersi conto che avere qualcosa di pronto e intelligente da dire su “The King Of Limbs”, il nuovo disco dei Radiohead, la band più significativa di tutta la sfera pop contemporanea, è praticamente impossibile.
Sarò romantico e presuntuoso, ma cercare di realizzare un’analisi estetica sul prodotto Radiohead, valutare cosa sia brutto o cosa sia bello, cosa sia giusto o cosa sia sbagliato, suona addirittura stupido e irrispettoso.
Il percorso e la storia dei Radiohead, la loro evoluzione e la loro trasformazione li ha portati a concepire un linguaggio essenzialmente nuovo e originale, tanto riconoscibile quanto inimitabile, una sorta di muro portante per l’epistemologia della musica contemporanea, un vero e proprio dizionario di significati e significanti del rock, del pop e dell’avanguardia insieme.
In un tale contesto teorico, le immancabili stroncate in 160 caratteri su Twitter, i “non sono più rivoluzionari” su Facebook, i “non sembrano neanche canzoni, non sembrano neanche loro” nei commenti, fanno quantomeno sorridere.
Come se avesse senso chiedere la rivoluzione a chi è di fatto la rivoluzione.
E poi è vero, i Radiohead non fanno canzoni. O almeno, “The King Of Limbs” sembra confermare questo assioma, con otto pezzi che sono monoliti di un formato imprendibile e inarrivabile, non-canzoni fatte di non-strofe e non-ritornelli, ma che sono un amalgama incredibile di sonorità apparentemente ignote, melodie che sono l’archetipo di una nuova forma d’arte, di un non-luogo della musica in bilico tra il pop, l’avanguardia, il jazz e la vita vera. Perchè i soldi e la popolarità si fanno comunque con le canzoni, e far passare certe non-canzoni per meravigliose canzoni è pura genialità, e forse non abbiamo nè le forze nè il diritto per chiedersi cosa sia davvero una (non-)canzone dei Radiohead.
“The King Of Limbs” è un disco che osa, semina luce e raccoglie arcobaleni, sperimenta così tanto e così bene con l’elettronica che alla fine sembra un altro semplice strumento acustico, incastra costruzioni poliritmiche in strutture familiari e rassicuranti come di una “Creep” qualsiasi, raffina arrangiamenti celestiali e senz’ombra di dubbio fuori dalle orbite comuni.
É un disco che sgomma con furia di fronte all’immediatezza paranoica dei nostri turbo-consumi, respingendo e rimandando giudizi estetici di sorta, in nome e in virtù di una originalità vera e unica, impossibile da non riconoscere e non celebrare come una delle poche istituzioni viventi della musica contemporanea.
[...] This post was mentioned on Twitter by Blogger Italiani, Impatto Sonoro. Impatto Sonoro said: Radiohead – The King Of Limbs http://ff.im/-yIBu7 [...]
Questa è na non recensione. E’ solo affermare che tutto ciò che arriva dai Radiohead è originale a prescindere. Che oramai hanno segnato l’epoca ed il passo. Questo è vero, ma non mi posso esimere dall’affermare altrettanto che i Radiohead, a mio parere, non hanno avuto il coraggio di esprimersi per davvero; seguendo del tutto il modo di Yorke, quello di Eraser, che quando scrive resta sempre nel limbo.
Anche loro sanno che è difficile ripetersi; e questa volta non ce l’hanno fatta. Allora meglio fare un album difficile, almeno chi l’ascolta si sentirà lui in difficoltà ad esprimere per davvero un giudizio.
Ma è così difficile dire che è semplicemente un album brutto? Nemmeno buono per dei B-sides.
No, non concordo con la recensione. Non condivido questa filosofia del “Non”, che è poi solo una giustificazione cerebrale per non dire altro; “non canzone”, “non forma”, “non band” (quest’ultima l’ho presa da La Repubblica). E già che ci siamo allora diciamo anche “non cd” (visto che si scarica ancora prima di esistere in forma fisica)e oserei dire “non cantante”, perché Thom Yorke non canta più, ma esibisce cantilene. No, non ci siamo. Se non vogliamo cantare, allora io guardo a Meredith Monk, che usa la voce davvero come strumento di arte, decostruendo la forma della parola, osando suoni che sono capaci di essere ancestrali e contemporanei allo stesso modo. E se vogliamo fare dischi difficili, colti, allora guardo a gente come DJ Spooky, che a sua volta guarda a Duchamp e a Satie, o a gente come Noel Akshoté. L’avete ascoltato il suo “Rien”? Quello è un esempio di assenza, di vuoto creato artificialmente, di abdicazione dalla forma. Di artisti sperimentali, innovativi e semi-sconosciuti è pieno, e il torto dei Radiohead è quello di usare la fama per coltivare una finta esplorazione musicale. No, questa è musica che non va oltre, è musica che rimane prigioniera di sè stessa, musica del limbo, nel senso più immobile del termine, perché non crea fratture, palpiti, voli e precipizi, ma solo un costante e monocromatico specchiarsi in sè stessa. Non c’è originalità, davvero. E’ un peccato, perché nel tempo che fu i Radiohead furono davvero grandi, e non perché più semplici, ma perché vivi.
Mi piace la recensione e mi piace il disco. Sicuramente non è il migliore ma continuano a stupirci con novità e ipotesi di sviluppi sonori. Bloom e Codex forse le migliori e peccato non poterli ascoltare in un teatro