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The Joy Formidable – The Big Roar

The Joy Formidable – The Big Roar
2011 - Canvasback/Atlantic Records
rock/indie/noise

Tracklist

    1. The Everchanging Spectrum of a Lie
    2. The Magnifying Glass
    3. I Don't Want to See You Like This
    4. Austere
    5. A Heavy Abacus
    6. Whirring
    7. Buoy
    8. Maruyama
    9. Cradle
    10. Llaw = Wall
    11. Chapter 2
    12. The Greatest Light Is the Greatest Shade

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I Joy Formidable, trio capitanato dalla carismatica Ritzy Bryan, nascono alcuni anni fa in un paesino sperduto del Galles, nel 2007, dopo una chiacchierata notturna tra amici. Sgavettano nei bassifondi dei locali più merdosi del Regno Unito, decidono di trasferirsi a Londra, producono un breve demo, nel 2009, suonano in Europa, Australia e Stati Uniti, sfornano “A Balloon Callled Moaning”, a cavallo fra un EP e un album vero e proprio. Quest’anno, il debutto sulla lunga distanza. “The Big Roar”, prodotto dal gruppo stesso e mixato a Los Angeles da Rich Costey (Foo Fighters, The Mars Volta, Muse, Bloc Party).

Questo album, frutto del lavoro degli ultimi tre anni del trio gallese, rappresenta la necessaria evoluzione del gruppo rispetto al precedente EP. Il sound diventa importante fin da subito (“Everchanging Spectrum of a Light”) un aperitivo gentilmente offerto dalla casa, una bordata sonora di otto minuti circa, dove si alternano zaffate emo degli ultimi anni ‘90 e atmosfere noise-shoegaze. Non sono neanche al secondo pezzo, che già rimango spiazzato dalla forza e dalla compattezza sonora della produzione. Forse è solo un’impressione, ma il ritmo aumenta ancora (“The Magnifying Glass”, “I Don’t Want to See You Like This”), fino a stendere l’ascoltatore sotto un’ondata post My Bloody Valentine (“A Heavy Abacus”). La parte centrale dell’album è pura potenza sonica, riff epici e batteria tagliente, dove però la patina pop prende un po’ troppo il sopravvento, con melodie pop e catchy, ricamate dalla voce quasi infantile e sognante di Ritzy Brian (“Whirring”, “Cradle”).
Il ritmo rallenta (“Buoy”, “Maruyama”), ma per poco. Infatti l’urgenzja emotiva del gruppo si riaffaccia prepotentemente con “The Greatest Light is The Greatest Shade”, l’ultimo pezzo. Introdotto da un sintetizzatore, il brano si sviluppa attraverso attimi di tranquillità assoluta per poi gettare l’ascoltatore al centro di una tempesta noise, dominata da poderosi feedback, dove è un piacere perdersi.

“The Big Roar” è un potente ruggito, che tuttavia pecca della solita mancanza di originalità. Dispace dirlo, ma all’interno del disco, certe melodie e certi passaggi finiscono per omologarsi a qualche standard mainstream tipicamente da radio e sottraggono qualche punto a questo lavoro. Peccato, davvero, considerando la carica emotiva, l’energia e il ritmo vertiginoso espresso dalla band.

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