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Interviste

Intervista agli STOOP

Gli Stoop sono italiani con tutte le caratteristiche per entrare in Europa da protagonisti, nella speranza che anche il loro paese inizi ad accorgersene. Il nuovo disco Freeze Frames , fresco di stampa, ha tutte le carte in regola per piacere agli ascoltatori di rock meno distratti. Ecco cosa ne pensano loro.

Partiamo dalla fine, questa estate suonerete nella surreale cornice di Berlino, come ha preso piede la vostra partecipazione a questo festival e che apettative vi ponete.
Sì, effettivamente è una cornice alquanto strana. Lo “Spreepark” è un parco divertimenti nella vecchia Berlino Est, abbandonato da più di 10 anni (se volete vederlo, dal nostro sito si può accedere ad una galleria di foto). Abbiamo scritto agli organizzatori inviando i link agli ascolti dei nuovi brani e ci hanno ricontattato. Speriamo di divertirci, conoscere gente e magari allacciare qualche rapporto per altre date in Germania.

Sempre più spesso, volenti o nolenti, si ha a che fare con band italianissime, come voi, che sembrano riscontrare più successo e attenzione all’estero che in Italia. Vi siete mai chiesti il perchè. Vi sta bene?
In Italia c’è un grosso ritorno alla lingua madre e questo è un bene.
Se anche chi fa musica indipendente e di qualità torna all’italiano, forse col tempo ci sarà una rinascita anche del panorama della musica popolare nazionale.
Il fenomeno tipicamente italiano però è che questo va a discapito di chi fa musica in inglese. In Europa, anche nei paesi non anglofoni, una cosa non esclude l’altra. Vanno bene entrambe e non c’è una tendenza da seguire, per quanto riguarda la lingua a livello di underground.

Ascoltando Freeze Frames, comunque si respira aria internazionale, tanto che senza la biografia sotto mano, sarebbe difficile indicare la vostra provenienza. I testi sono curati e ben scritti. Nascono già in inglese o vengono addattati in seguito?
Scriviamo direttamente in inglese. La melodia, la metrica ed alcune frasi dei testi nascono in genere subito, assieme alla musica; la stesura finale invece è frutto di un lavoro più lungo e meticoloso.
Ci piace infatti avere dei testi che abbiano una certa coerenza stilistica, e siano il più possibile inattaccabili dal punto di vista grammaticale e della pronuncia, dato che questo è spesso un punto debole dei gruppi italiani anglofoni.

Come si pongono gli Stoop davanti alla vita? Dall’ascolto delle canzoni sembra uscire una notevole fiducia, non prima di aver sconfitto alcuni “demoni” del passato. Un desiderio di fuga per migliorare. Mi sbaglio?
No, non ti sbagli. Il desiderio di fuga da un mondo compromesso e la necessità di sconfiggere i propri demoni sono due temi centrali nei testi.
In Freeze Frames la musica è animata da una tensione sinistra, una sensazione di disastro incombente, e anche i testi raggiungono degli angoli particolarmente oscuri, che in Stoopid Monkeys in the House rimanevano molto sullo sfondo.
Però è come se questa realtà malata venisse sezionata ed affrontata, se non proprio con grande fiducia come dici tu, con una buona dose di lucidità.

In molte vostre biografie e recensioni, vengono tirati in ballo i belgi dEUS, come vostro punto di riferimento musicale. A me sembra molto riduttivo, pur nella grandezza e importanza del gruppo. Cosa ne pensate e quali altri gruppi rientrano nei vostri ascolti?
I dEUS sono una grande band, che amiamo molto. Però liquidare il nostro come “un disco alla dEUS” è sicuramente superficiale e riduttivo.
E’ vero che abbiamo cercato un suono di quel tipo, più mitteleuropeo rispetto al nostro vecchio lavoro. E probabilmente i cori a cinque voci nel primo pezzo del disco non aiutano ad allontanare il paragone. Però da un punto di vista compositivo sono canzoni molto personali e nostre, che nulla hanno a che fare con Tom Barman.
Come altri ascolti, giusto per dirti qualche nome, negli ultimi 2 anni abbiamo consumato Radiohead, Midlake, Bright Eyes, Mars Volta, Queens of the Stone Age, Kula Shaker, Fleet Foxes, Kings of Convenience, Them Crooked Vultures. E poi ci sarebbero il soul, l’hip hop, il metal. Siamo in sei e di musica ne passa davvero tanta in sala prove.

Un mio complimento personale: trovo We carry the fire bellissima e atipica rispetto al resto del disco. Come è nata?
Grazie! E’stata scritta da Faber per il film Cenere. Gli STOOP fanno infatti parte di un collettivo (insieme ad altri musicisti che hanno collaborato alla registrazione del pezzo in studio) che si chiama La Grande Orquestra de la Muerte, nato per musicare dal vivo i film muti di Martino Pompili.
Il film e la canzone sono ispirati a La Strada di Cormac McCarthy, la cui visione distopica è assolutamente in linea con lo spirito di tutto il disco.
“We carry the Fire” è una frase che ricorre spesso fra i due protagonisti del libro.

In alcune canzoni compare uno strumento come la tromba, ben inserita nel contesto come in Fever is a Ghost, ad esempio, in futuro avrà più spazio o rimarrà strumento occasionale?
La tromba è uno strumento fondamentale per noi, la usiamo moltissimo già dal primo album. Nel nuovo lavoro l’abbiamo usata in maniera un po’ differente, meno solista e più inserita nel flusso sonoro.
Simone Benassi, il trombettista, nei live si dedica anche a synth, cori e percussioni.

Ha ancora senso parlare di musica “alternativa” nel 2011?
Mah….visto che ormai nei canali di comunicazione generalisti non c’è praticamente più musica non si capisce a cosa dovrebbe essere alternativa. La nostra paura è che ormai si stia cercando un’alternativa alla musica.

E’ sempre più un rituale chiedere il rapporto di un artista con internet, io voglio fare il contrario e chiedervi : riuscireste ad immaginare gli Stoop negli anni ottanta? Cosa fareste per promuovere Freeze Frames e attirare nuovi ascoltatori (alla faccia di Facebook)?
Innanzitutto avremmo delle chiome molto più variopinte (chi le ha).
Immaginare qualsiasi tipo di pubblica relazione senza gli attuali mezzi di comunicazione sembra impensabile. In realtà noi anziani siamo sopravvissuti a quegli anni anche se eravamo piccoli. Sicuramente avremmo fatto un sacco di adesivi, di poster, spilette e cassette da spedire.
Alla fine è cambiato solo il mezzo e si sono abbattute le spese e i tempi ma il meccanismo è lo stesso.

Ora potete rientrare nel presente e promuovere il disco come volete…
Facciamo le stesse cose, senza però spendere soldi in stampe, e con la differenza che i manifesti dei concerti, dell’uscita dell’album, ecc.. anzichè essere visti da un migliaio di passanti della città sono visti da un migliaio di amici o fan su Facebook.
Però devo dire che, quando capita di avere una vera e propria locandina fra le mani, la sensazione è diversa, non c’è paragone. Mi piace la carta. Proprio oggi guardavo la foto di un Kindle e dicevo: no, dai, a questo non ci arriverò. Chissà se è vero.

www.stoop.it

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=FP-HFPgdC6c[/youtube]

 

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