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Fleet Foxes – Helplessness Blues

Fleet Foxes – Helplessness Blues
2011 - Sub Pop/Bella Union
alternative/folk/pop

Tracklist

    1.Montezuma
    2.Bedouin Dress
    3.Sim Sala Bim
    4.Battery Kinzie
    5.The Plains / Bitter Dancer
    6.Helplessness Blues
    7.The Cascades
    8.Lorelai
    9.Someone You'd Admire
    10.The Shrine / An Argument
    11.Blue Spotted Tail
    12.Grown Ocean

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“Il curioso caso di Robin Pecknold”, tratto liberamente dal  romanzo di F.S. Fitzgerald. Robin Peckhold, è il leader dei Fleet Foxes e come il protagonista del racconto, Benjamin Button, è sì nato a Seattle, ma non nel 1986 come le cronache riportano, ma semplicemente è nato ”vecchio”. La sua band, i Fleet Foxes, tra i gruppi di alt-folk usciti negli ultimi anni, hanno dimostrato, con il  debutto del 2008, di essere tra i più integerrimi difensori dello spirito che animava le band folk a cavallo tra il 1965 e il 1971. Poche concessioni al nuovo. Tutto nella loro musica conduce a quel passato, un viaggio a ritroso che a volte è ipnotizzante e seducente. Il debutto ottenne uno straordinario successo di critica e pubblico, tanto da catapultare la giovane band in tutte le prime pagine delle riviste che contano.

A me, quel debutto andò giù a metà, trovando il disco lungo, prolisso e talmente omogeneo che andare oltre la metà  in un sol colpo fu impresa veramente ardua ed ancora lo è.
Le atmosfere ancestrali, l’immaginazione che ti portava a sognare delle camminate solitarie in mezzo a boschi sospesi nel tempo eterno si sono ora aggiornate in 12 canzoni che cercano di differenziarsi maggiormente tra di loro, mantenendo salde le caratteristiche del primo lavoro. Un sapiente mix tra il folk di matrice americana, in bilico tra psichedelia e west coast californiano e il folk-prog bucolico anglosassone( Van Morrison sembra un punto saldo) su cui il “vecchio” Peckhold riversa i suoi disagi interiori e le sue domande esistenziali come un vecchio signore in là con gli anni farebbe in punto di morte.
Tra le armonie vocali di una esotica Bedouin Dress, che tradisce tutto l’amore per CSN & Y, ricordando in particolar modo le melodie delle composizioni di Graham Nash e gli arpeggi di Sim Sala Bim che crescono ed esplodono in chorus vicini a Simon & Garfunkel, c’è tanta varietà stilistica in questa seconda opera, Battery Kinzie è incalzante, Helplessness Blues è un lancio di chitarre acustiche che si rincorrono, The Shrine/ An Argument una lunga suite dai cangianti umori che ammaglia e ti tiene in sospeso per tutta la durata, fino ad arrivare alla finale Grown Ocean, un up-tempo che non ci si aspetta a chiusura del disco.

I Fleet Foxes, sono certamente in grado di lasciare un segno con le loro canzoni senza tempo, capaci di risvegliare i sensi e mettere in moto l’immaginazione e il terzo disco, superato l’ostacolo del secondo, sarà la loro nuova prova del nove.

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