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Current 93 – Honeysuckle Æons

Current 93 – Honeysuckle Æons
2011 - Coptic Cat
folk/dark

Tracklist

    1.Kingdom
    2.Moon
    3.Persimmon
    4.Cuckoo
    5.Jasmine
    6.Lily
    7.Pomegranate
    8.Honeysuckle
    9.Sunflower
    10.Placet
    11.Queendom

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David Tibet è uno dei pochi artisti che hanno saputo lasciare effettivamente un segno, nella musica contemporanea. Un segno che sa di ricerca, sonora, concettuale, ma soprattutto interiore, nella misura in cui dire Current 93 ha sempre voluto dire spiritualità e individualità. Cosicché anche in questo nuovo “Honeysuckle Aeons” si assiste alla trasposizione, come sempre filtrata dal folk apocalittico e minimalista che gli è proprio, di una sorta di diario esistenziale in musica.

Prolifico e costante quanto scarno e introspettivo, Tibet è ovviamente autore che non deve più dimostrare nulla, avendo già sancito il valore della propria creatività, celebrandola in una lunga serie di album (l’album precedente, “Baalstorm, Sing Omega”, è uscito appena un anno fa), dal 1983 a oggi, ma anche attraverso fertili collaborazioni (qualche nome: Death in June, Nick Cave, Björk, Sol Invictus, Maniac).
Rispetto a questo ormai lungo sentiero musicale “Honeysuckle Aeons” si pone in una prospettiva sostanzialmente conservativa, e quasi autocelebrativa, completamente a proprio agio con gli strumenti espressivi da lui stesso codificati in passato. Il filo conduttore è dunque l’abituale minimalismo strutturale, che comporta la creazione di melodie semplici e intuitive, ma comunque coinvolgenti (“Kingdom” e “Moon”), arricchite da ritmi e timbriche non banali (theremin, oud, kalimba, erbane, bendire).
Purtroppo, non apportando in buona sostanza nessuna novità significativa a una ricetta ormai ben nota, questi undici brani, pur nel loro valore, tendono a ripetersi e a suonare un po’ monotoni (“Persimmon”, “Pomegranate”).
E sebbene sarà sempre meglio correre il rischio di farsi annoiare da Tibet, con la sua comprovata classe ed eleganza, piuttosto che da qualche ben più umile mestierante neo-folk, è altrettanto lecito provare un po’ di delusione per questa fase di plateau artistico del capace musicista inglese.

Del resto però anche il compagno di sempre, Douglas Peirce (Death in June), è invischiato in simili pastoie artistiche, ed entrambi sembrano attualmente avviati su un senile percorso in cui, sostanzialmente, vivono di rendita.
Un ascolto tuttavia interessante, al quale va tributato il giusto rispetto del caso.

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David Tibet è uno dei pochi artisti che hanno saputo lasciare effettivamente un segno, nella musica contemporanea. Un segno che sa di ricerca, sonora, concettuale, ma soprattutto interiore, nella misura in cui dire Current 93 ha sempre voluto dire spiritualità e individualità. Cosicché anche in questo nuovo “Honeysuckle Aeons” si assiste alla trasposizione, come sempre filtrata dal folk apocalittico e minimalista che gli è proprio, di una sorta di diario esistenziale in musica.

Prolifico e costante quanto scarno e introspettivo, Tibet è ovviamente autore che non deve più dimostrare nulla, avendo già sancito il valore della propria creatività, celebrandola in una lunga serie di album (l’album precedente, Baalstorm, Sing Omega”, è uscito appena un anno fa), dal 1983 a oggi, ma anche attraverso fertili collaborazioni (qualche nome: Death in June, Nick Cave, Björk, Sol Invictus, Maniac).

Rispetto a questo ormai lungo sentiero musicale “Honeysuckle Aeons” si pone in una prospettiva sostanzialmente conservativa, e quasi autocelebrativa, completamente a proprio agio con gli strumenti espressivi da lui stesso codificati in passato. Il filo conduttore è dunque l’abituale minimalismo strutturale, che comporta la creazione di melodie semplici e intuitive, ma comunque coinvolgenti (“Kingdom” e “Moon”), arricchite da ritmi e timbriche non banali (theremin, oud, kalimba, erbane, bendire).

Purtroppo, non apportando in buona sostanza nessuna novità significativa a una ricetta ormai ben nota, questi undici brani, pur nel loro valore, tendono a ripetersi e a suonare un po’ monotoni (“Persimmon”, “Pomegranate”).

E sebbene sarà sempre meglio correre il rischio di farsi annoiare da Tibet, con la sua comprovata classe ed eleganza, piuttosto che da qualche ben più umile mestierante neo-folk, è altrettanto lecito provare un po’ di delusione per questa fase di plateau artistico del capace musicista inglese.

Del resto però anche il compagno di sempre, Douglas Peirce (Death in June), è invischiato in simili pastoie artistiche, ed entrambi sembrano attualmente avviati su un senile percorso in cui, sostanzialmente, vivono di rendita.

Un ascolto tuttavia interessante, al quale va tributato il giusto rispetto del caso.

David Tibet è uno dei pochi artisti che hanno saputo lasciare effettivamente un segno, nella musica contemporanea. Un segno che sa di ricerca, sonora, concettuale, ma soprattutto interiore, nella misura in cui dire Current 93 ha sempre voluto dire spiritualità e individualità. Cosicché anche in questo nuovo “Honeysuckle Aeons” si assiste alla trasposizione, come sempre filtrata dal folk apocalittico e minimalista che gli è proprio, di una sorta di diario esistenziale in musica.

Prolifico e costante quanto scarno e introspettivo, Tibet è ovviamente autore che non deve più dimostrare nulla, avendo già sancito il valore della propria creatività, celebrandola in una lunga serie di album (l’album precedente, “Baalstorm, Sing Omega”, è uscito appena un anno fa), dal 1983 a oggi, ma anche attraverso fertili collaborazioni (qualche nome: Death in June, Nick Cave, Björk, Sol Invictus, Maniac).

Rispetto a questo ormai lungo sentiero musicale “Honeysuckle Aeons” si pone in una prospettiva sostanzialmente conservativa, e quasi autocelebrativa, completamente a proprio agio con gli strumenti espressivi da lui stesso codificati in passato. Il filo conduttore è dunque l’abituale minimalismo strutturale, che comporta la creazione di melodie semplici e intuitive, ma comunque coinvolgenti (“Kingdom” e “Moon”), arricchite da ritmi e timbriche non banali (theremin, oud, kalimba, erbane, bendire).

Purtroppo, non apportando in buona sostanza nessuna novità significativa a una ricetta ormai ben nota, questi undici brani, pur nel loro valore, tendono a ripetersi e a suonare un po’ monotoni (“Persimmon”, “Pomegranate”).

E sebbene sarà sempre meglio correre il rischio di farsi annoiare da Tibet, con la sua comprovata classe ed eleganza, piuttosto che da qualche ben più umile mestierante neo-folk, è altrettanto lecito provare un po’ di delusione per questa fase di plateau artistico del capace musicista inglese.

Del resto però anche il compagno di sempre, Douglas Peirce (Death in June), è invischiato in simili pastoie artistiche, ed entrambi sembrano attualmente avviati su un senile percorso in cui, sostanzialmente, vivono di rendita.

Un ascolto tuttavia interessante, al quale va tributato il giusto rispetto del caso.

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