Il Cavaliere Nero

Il Cavaliere Nero #1: Affinità e divergenze tra i compagni J. Mascis/Thurston Moore e noi, del conseguimento della maggiore età.

Nel 2011 la Sub Pop dà alle stampe “Several shades of why”, il primo vero album solista di J. Mascis, Gesù grasso dai capelli bianchi.
Nello stesso anno la Matador tira fuori “Demolished Thoughts”, quarto lavoro di Thurston Moore, un tipo che somiglia a Beck ma è più alto.
Nel 2011, Mascis ha 46 anni, Moore ne ha 53.
Moore ha fondato la sua band famosa nel 1981, Mascis poco dopo, nel’ 83.
Entrambi hanno fatto tornare di moda la Fender Jazzmaster, di solito collegata ad amplificatori datati e rumorosi.
Entrambi mi stanno molto simpatici.

Me li ricordo nella videocassetta “1991, the year punk broke”, suonare al Reading Festival come ossessi, a fianco di una band che sarebbe diventata famosa a livello planetario, fino al giorno in cui tornai a casa da scuola un giorno prima del mio 19esimo compleanno e al TG1 parlavano di Kurt Cobain e di come si era fatto saltare la testa e da allora, la prima scena musicale che vivevo non di riflesso ma in diretta si sfilacciò, come se tagli con le forbici un pezzo qualunque di un centrotavola all’uncinetto.
Andai al Reading Festival nel 1995, un anno dopo la tragedia. Nell’aria era palpabile la fine di un’era durata poco.
Billy Corgan stava perdendo i capelli, presto si sarebbe rasato e avrebbe scritto un doppio album epocale prima di essere ingoiato dall’ego.
Courtney Love intonò Pennyroyal Tea e pianse ma la gente le guardava le mutande, ben esposte.
I Pearl Jam fecero da backing band di Neil Young, già allora sapevano come sfangarla, buttandola sul rock.
I Foo Fighters suonarono il primo vero concerto in un palco minore, mentre nel palco principale, Bjork intonava Hyperballad, che andava un casino quell’anno.
La prima scena musicale che vivevo in diretta salutava i fans e andava nel dimenticatoio dei best of postumi, dei ragazzi di paese con le magliette dei Nirvana, delle cover band dai capelli lunghi e degli strumenti suonati alle ginocchia, con la paranoia di crescere.

Torniamo a quei due.
Ecco, loro mi stanno simpatici, perché invece della paura di crescere, mi hanno sempre infuso fiducia.
Che puoi rimanere come sei e suonare, e affanculo il tempo che passa. Anche loro devono aver pensato che le migliori registrazioni Johnny Cash le ha fatte a 70 anni.
Nel 2011 si spogliano dell’elettricità, tornano nudi, malinconici, avvolgenti, ispirati, accompagnati da viole e violoncelli, sfornano due album senza pretese se non quelle di fare bella musica.
Non sono inquadrabili, suonano.

Detto in 2 parole semplici, Mascis è più Neil Young con i Cure, Moore è più Nick Drake con i Velvet Underground. Se volete vere recensioni, la rete ne è piena.
Io li ascolto volentieri in treno, con la pupilla che si sofferma per attimi su alberi e case e mare e nebbia e pecore (che saluto perché si dice portino soldi).

Amo gli album acustici di chi non è abituato a farne.

Mi dispiace, non ho citato band fighe di indie moderno, ma ho la sicurezza che chi ha 20 anni oggi, a 40 guarderà questa enormità di foto di concerti con ciuffi, baffi, negroni, pantaloni emostatici, saccenza, occhiali 50s e riderà e si vergognerà insieme, come capita a me guardando agli anni 90.

Diventare adulti con stile è un’arte, J. Mascis e Thurston Moore sono artisti.

Vi lascio con una citazione:

“Allora vai, senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l’ultima luce si spegne, vattene da Derry, allontanati dal ricordo… ma non dal desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte.
Parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po’ di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c’è con tutto il coraggio che riesci a trovare e la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.” Stephen King, IT

a cura di Simone Stefanini
(Voce e chitarra dei Verily So, gruppo che quest’anno si è imposto con un album apprezzato da molte webzine, soprattutto per l’atmosfera di internazionalità che emana.)

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