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I-DAY FESTIVAL #2: THE OFFSPRING, SIMPLE PLAN, NO USE FOR A NAME, TAKING BACK SUNDAY: Bologna, 4 settembre 2011

Il secondo giorno dell’annuale I-Day Fest non ha certo il meteo dalla sua parte. Partiamo nel primissimo pomeriggio da Milano, e già verso metà strada incontriamo quello che sara l’elemento caratterizzante della giornata: la pioggia. Grosse nuvole nere non fanno presagire nulla di buono, ma ciononostante arriviamo a Bologna con buone speranze visto che il tempo comincia a migliorare pian piano che ci avviciniamo alla meta.

Superiamo le barriere di controllo giusto in tempo per vedere l’esibizione dei Adam Kills Eve. Si tratta di una band Fiorentina dedita ad un rock screamo con qualche sperimentazione, che ha l’onere e l’onore di dare il via a questa giornata. I ragazzi si comportano molto bene e la presenza scenica sul palco è delle migliori, si vede che hanno dato davvero il massimo per questa grande occasione. Vengono penalizzati, come spesso accade ai supporter, da uno scarso pubblico ma il loro sound è energico e vale la pena seguirli.

Cambio palco e on stage salgono gli If I Die Today. I cinque Piemontesi ci riempiono le orecchie del loro punk hardcore pestato che a tratti sfocia nel metalcore, e lo fanno come si deve nonostante i suoni ogni tanto li svaforiscano. Abbiamo notato una grande sintonia tra gli elementi e un ritmo molto duro, diretto e aggressivo. Marco, il cantante, ha un timbro davvero energico che ben si amalgama con il sound generale della band che, nonostante qualche visibile e comprensibile momento di emozione, fa vedere di che pasta è fatta. A nostro avviso una buona prova per loro, un gruppo da tenere sicuramente d’occhio nella scena.

Sono le cinque del pomeriggio e sul palco si alza la bandiera dei Face To Face, storica band punk rock Californiana attiva dal 1991. La gente inizia ad affluire sotto il palco per assistere alla performance di questa importante ed influente band, nonostante il caldo e l’umidità siano a livelli molto alti. L’attesa è vibrante perchè, sembra incredibile, ma i Face To Face è la prima volta che suonano sul suolo Italiano e sono caricati al massimo per questa occasione. Il loro show dura una quarantina di minuti circa, nei quali mischiano alcuni loro brani storici ed altri del loro ultimo album uscito l’anno scorso, “Laugh Now,Laugh Later”. Il pubblico sembra rispondere molto bene, e non fa pentire la band di essere sbarcata nel Bel Paese.

E’ il turno dei Taking Back Sunday, ed è qui che accade il fattaccio. Dopo appena dieci/quindici minuti del loro show il vento inizia a soffiare, il cielo si riempie di nuvole nere e improvvisamente scende un diluvio che costringe il pubblico a trovare un riparo, noi stessi corriamo verso i bagni per rifugiarci, cosi come altre persone. Mentre ascoltiamo l’esibizione da qui, notiamo che la band tutto ad un tratto smette di suonare, probabilmente perchè la pioggia comincia a scendere incessante, tanto da rendere necessario coprire con dei teli trasparenti parte del backline disposto sul palco. L’acquazzone dura una mezz’ora, dopodichè possiamo tornare sotto al palco per sentire e vedere la fine del set della band, che ne frattempo ha ricominciato a suonare. Sicuramente la pioggia non ha influito sulla carica della band di Amityville che, nonostante il cielo minaccioso, ha registrato un ottima presenza di pubblico e di successo, con un Adam Lazzara davvero carico che non smette un attimo di muoversi su e giù per il palco lanciando in aria il microfono, dando la carica ai fedelissimi rimasti a vederli.

Intanto il cielo comincia a riaprirsi e ombrelli e mantelle tornano negli zaini: salgono sul palco i No Use For A Name. Ventiquattro anni di carriera alle spalle non sono pochi e meritano rispetto e ammirazione, il pubblico lo sa e lo dimostra assiepandosi sotto lo stage. Recentemente la band ha cambiato lo storico batterista, Rory Koff, con Boz Rivera e sfortunatamente questa sostituzione influisce molto sulla performance. Tony Sly è tornato biondo e decisamente dimagrito cosi come Matt Riddle, reduce da una grave pancreatite che lo ha colpito. A dispetto di questo gli show dei No Use sono sempre ad alti livelli, anche se il nuovo batterista non si è ancora integrato nei meccanismi musicali del gruppo: non è raro sentire, soprattutto nei cambi di tempo, il palese ritardo con cui Rivera rientra nel pezzo oltre che alcune perdite di ritmo e questo, mi duole dirlo, incide non poco in alcuni brani. La loro scaletta raccoglie un po’ tutta la loro storia, da “Invincible”, “Justified Black Eye” e “International You Day” fino alla più recente e carica “Biggest Lie”. La condizione ambientale rende il tutto molto old school: il terreno è infatti un misto di ghiaia e sassolini resi fangosi dall’acqua scesa poco prima, con tanto di pozzanghere e pioggia durante “Justified Black Eye”. Non si potrebbe chiedere di meglio durante un set punk hardcore tirato come quello dei No Use For A Name.

Ancora con l’adrenalina addosso per la grande performance della band di San Josè, per ingannare l’attesa facciamo un giro nei dintorni. Rabbrividiamo quando vediamo che lo stand ufficiale vende le magliette dell’evento, oltre che degli Offspring, a ben trenta/quaranta euro! Troviamo assurdi certi prezzi nei negozi street delle nostre città, figuriamoci quando li vediamo anche in situazioni come queste. Stendiamo un velo pietoso.

Giusto il tempo di osservare il montaggio dell’impressionante set dei Simple Plan – una parata di amplificatori Marshall disposti per quasi tutto il palco – che l’ennesima scarica di acqua si abbatte su di noi, questa volta con un vero e proprio diluvio. Come nel pomeriggio, corriamo al nostro rifugio perdendoci purtroppo gran parte dello show della band Canadese. Per quello che abbiamo potuto vedere e sentire, nonostante tanta gente fosse qui per loro, sono la pecora nera dell’evento. Tra hardcore melodico, hardcore, punk rock il loro pop-punk da teenager risulta un po’ insipido e privo di senso in questa giornata. Tuttavia il loro mestiere lo sanno fare, riuscendo ad attirare il target adolescenziale presente all’Arena Parco Nord ma non lo zoccolo duro di chi quegli anni li ha già passati, e non è più affine ad un certo tipo di sound. Suonano poco più di un’ora in modo perfetto, offrendo un ottimo show ai propri fan e facendo smettere definitivamente la pioggia.

Intorno alle dieci di sera, dopo due anni dall’ultima data sold out in Italia, tornano on stage gli Offspring. venticinque anni di carriera alle spalle, più di trentacinque milioni di dischi venduti – di cui solo dodici grazie al capolavoro “Smash”, detentore dell’album più venduto in assoluto per un’etichetta indipendente – e la nomea di uno dei gruppi più importanti della scena punk rock mondiale. Li avevamo visti nel 2009 a Milano in uno show perfetto ma non troppo, con qualcosa che non ci convinceva poi cosi tanto nonostante il pogo e il sudore lasciato nel locale. Li rivediamo a distanza di un paio di anni sempre in forma, sempre gli stessi, ma questa volta tirano fuori uno show eccellente. Può definirsi tale già a partire dall’inizio: Dexter Holland sale e urla il fatidico “OK! Ya ya ya ya ya!” che da il via ad “All I Want”. Non poteva esserci inizio migliore per nessun fan. Il pubblico è già al massimo dal primo pezzo e si salta anche nelle file più lontane. Dopo un pezzo del genere la band opta per abbassare il tiro e prepara la doppietta “You’re Gonna So Far, Kid” e “November Song”, quest’ultima è una nuova canzone che ultimamente presentano live nel loro tour, e rilasciata online in streaming non molto tempo fa.
Tutta la band suona con energia da vendere, Noodles non sbaglia un colpo e la voce di Dexter tiene bene le note alte, che ultimamente erano il suo punto debole. Il set prosegue con le loro canzoni più famose, che hanno lasciato il segno in tutti i punkers: “Come Out And Play”, la coppia d’assi “Have You Ever” e “Staring At The Sun”, le potenti “Bad Habit”, “Americana” “The Kids Aren’t Alright” e le più leggere e scanzonate “Kristy, Are You Doing Okay?” e “Why Don’t You Get a Job?” che fa alzare cori e voci in tutta l’Arena. Una “Gone Away” finalmente senza pianoforte e suonata originale, come deve essere, e la famosissima “Pretty Fly (for a White Guy)” che fa impazzire il pubblico presente. Il momento dell’encore è dedicato a “Original Prankster” e “Want You Bad”, fino a concludere il set con l’attesissima ed emozionante “Self Esteem” che conclude il delirio dei fan venuti da tutta Italia con tutti i mezzi.

Abbiamo avuto la fortuna di vedere gli Offspring quattro volte, e questa crediamo sia una delle performance migliori che sia passata sotto i nostri occhi e i nostri cuori. Mettendo da parte la nostalgia – è inevitabile che non possa più esserci il set degli anni ’90, e le conseguenti canzoni storiche dei primi album spesso richieste dai fan – possiamo dare un voto decisamente alto. A sentire in giro forse non c’era lo stesso pubblico dell’anno scorso – anche se, ricordiamolo, c’era la reunion dei Blink 182 e il loro ultimo live in Italia risaliva ad anni fa – ma i presenti erano comunque tanti e la soddisfazione anche.

E’ stato un ottimo I-Day a nostro parere, a dispetto della pioggia che ha rovinato certi momenti ma ne ha esaltati altri. Non abbiamo riscontrato grossi problemi di organizzazione ma, anzi, tutto si è svolto nei modi e più o meno nei tempi prestabiliti. Servizio food niente male, ma l’acqua a un euro e cinquanta non si può vedere da nessuna parte, tantomeno ad un festival musicale, inoltre sarebbe stato meglio togliere un euro da ogni voce del prezziario e abbassare notevolmente i costi vergognosi delle t-shirt, viste le spese che molti ragazzi hanno affrontato per raggiungere la location. La giornata è stata in ogni caso positiva, i gruppi erano davvero per tutti i gusti e la soddisfazione è stata alta.
Sicuramente anche l’anno prossimo l’I-Day sarà un successo, e i gruppi che verranno a suonare terranno alto quel livello che ha contraddistinto l’evento per tutti questi anni.

a cura di Mairo Cinquetti

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