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Il Cavaliere Nero

Il Cavaliere Nero #4: Quattro pezzi per musicisti con una falange sola

Una ragnatela. Quando ho ascoltato per la prima volta i “Quattro Pezzi Su Una Nota Sola” di Giacinto Scelsi ho istintivamente pensato ad una ragnatela, e i pensieri retrostanti quest’immagine sono il contenuto dello sproloquio che segue.

Una ragnatela è la materia stessa dell’ “acchiappasogni”, la concretizzazione del “bloccare qualcosa ch’è in movimento”, restituisce un’idea di resistenza, di mirabile intreccio, di complessità… generata da un “mostro”! Un invertebrato la cui famiglia è riuscita a riservarsi un posto privilegiato nella grande stirpe delle fobie.
Una ragnatela è dunque, spesso, anche sinonimo di fascinazione: quella perversa fascinazione per ciò che impaurisce.
Le più “imponenti” ragnatele si trovano immerse nella “pace” di ciò che non muta, di quello ch’è lì intonso da troppo tempo, delle altezze dei muri dove le nostre mani non arriveranno senza scope, ma una ragnatela è soprattutto un filo. Sottilissimo. Che unisce distanze, a volte lunghissime; filo ch’è essenza stessa, intima, dell’essere che l’ha prodotto.

Per un disordinato volo pindarico, dunque, si potrebbe arrivare a sostenere che quell’invertebrato riesca a secernere morte (immaginate se la nostra saliva causasse morte, se il miele delle api fosse fatale…), ma una morte estremamente selettiva, ordinata, necessaria, a suo modo “mirabile”.
Questa “morte necessaria” intesa come negazione del passato, è stata l’ambitissimo obiettivo del futurismo italiano, e pur’ essendo ormai cronologicamente distante da quel contesto, alcune di queste idee si riverberano nella composizione datata 1959 di Giacinto Scelsi, “Quattro Pezzi Su Una Nota Sola”.

Giacinto Scelsi è uno dei “dimenticati vanti” della musica italiana, quella stessa che troppo spesso il furor’ di popolo premia quando si libra nel magnifico disegno “canzone”, e troppo spesso lo stesso popolo oblìa nel momento in cui essa “ragiona”, vittima d’una pigrizia connaturata che si trasforma non solo in incapacità di comprensione, ma anche in ostracismo e rifiuto categorico.

Fine musicista, Scelsi ebbe la fortuna di entrare in contatto con gli insegnamenti di Schönberg, Berg e Skrjabin, ma fu un crollo psicologico dovuto a questioni amorose a costringerlo seduto davanti ad un pianoforte intento a suonare sempre una stessa nota.
Di primo acchito restare lì, fermi a suonare una sola nota verrebbe inteso pressocchè da chiunque come “limitazione ripetitiva”, eppure quella singola nota è uno dei “fili” della nostra ragnatela, in particolare questo filo è quello in grado di unire il suono di sintetizzatore negli ultimi 14 secondi di “Friends” dei “Led Zeppelin” con quello del clarinetto nei primi 8 secondi di “Rhapsody in Blue” di Gershwin, con quel perenne essere leggerissimamente “stonata” di Kim Gordon, con i nostri “Quattro Pezzi Su Una Nota Sola”: la “microtonalità”*.

Sarebbe errato sostenere che Scelsi si occupasse principalmente di musica microtonale e che quella in oggetto sia una composizione dichiaratamente microtonale, allo stesso tempo non si tratta esattamente di UNA sola nota per ogni movimento poichè gli strumenti toccano anche alterazioni (diesis o bemolle) arrivando a prendere anche note contigue.

Ma questa composizione è un manifesto dell’efficacia e del significato profondissimo dell’ “unità”: una singola nota in tutto il suo corpo vivo – fatto anche di microalterazioni – e nella sua capacità di “affettare” il silenzio, crea una tensione irrisolta e irrisolvibile, un’indagine introspettiva capace di giungere senza ostacoli a quell’io a volte “brutale”, “pauroso”.
Una singola nota che a chi scrive piace leggere come concretizzazione musicale di quell’ […] “I’ll show you fear in a handful of dust” di Eliot: “ti mostrerò la paura in un pugno di polvere”. Quella “polvere” può essere intesa come la nostra “unità” di cui sopra: quel principio che quasi sempre diamo per scontato, arrivando direttamente alle armonie, alle melodie, alle grandi concatenazioni di suoni e colori dimentichi e impreparati nei confronti del singolo suono e della sua capacità d’insinuarsi senza barriere in qualsivoglia elemento.

Quel singolo suono che per noi spesso diventa “base non fondamentale” o “condizione necessaria ma non sufficiente” e che, in questo caso, riesce a passare dall’altra parte della barricata, diventando significato in sé, non più “riferimento statico” e “componente” di un significato più grande.

Ma questa “paura”, questa “tensione”… è per forza questo, ciò che i “Quattro Pezzi Su Una Nota Sola” tirano fuori? È stato già scritto: ai tempi di questa composizione, Scelsi era intrappolato in un pesante crollo psicologico, ma uno degli interessi di Scelsi era riposto nella musica orientale; e nei sistemi musicali orientali, suoni che noi interpreteremmo come “scordati” sono all’ordine del giorno (basti pensare al sitar).
Non solo, dunque, si diparte un altro filo che collegherebbe Scelsi al futurismo inglese e francese in quello sguardo ammirato verso Oriente, ma da qui una lunga serie di domande vengono allo scoperto: che suono ha, per noi, la paura? Perchè per altri quel suono rappresenta altro? Come siamo arrivati a quella concretizzazione?… .

Peraltro, anche lo stesso Eliot, quando scrisse The Wasteland, era reduce da un pronunciato crollo psicologico, e per quanto non mi sia dato essere a conoscenza di eventuali effetti terapeutici del ciclo di composizioni del musicista ligure (salernitano d’adozione), questo diviene un altro dei fili della nostra ragnatela: il mostro che la intesse è quell’abisso di sconforto in grado di annullare ogni certezza, la sostanza intima secreta da tale abisso sono le immagini in grado di collegare mondi cronologicamente e fisicamente distanti accomunandoli sulla base di un legame dalla solidità inversamente proporzionale al suo spessore in micron.

Ma, ancora: nella sua capacità introspettiva il singolo suono diventa il canto delle sirene dell’Odissea, diventa (o riesce ad essere tagliente grazie alla) ipnosi. Nel 1959, per un accidentato volo pindarico condito da adeguate chiavi di lettura, Giacinto Scelsi potrebbe aver concorso al porre le basi per quei concetti di “musica ipnotica” che circa 15/20 anni dopo si sarebbero ricostituiti nell’Europa moderna e negli Stati Uniti sottoforma di “drone”, di “kraut” e simili e avrebbero preso il nome di “Spacemen3”, di “Klaus Schulze” e altri. Eppure si tratta di basi già ampiamente poste, che risalgono alle nostre ere primitive, al rito, al baccanale, all’ossessività delle percussioni, al minimalismo di voce e ritmo, alla necessità di “guardarsi dall’esterno” uscendo da sé stessi.

Tutto questo, con una sola nota.

È possibile che Giacinto Scelsi non avesse in mente nulla di tutto questo quando ha portato a termine i “Quattro Pezzi Su Una Nota Sola” e semplicemente fosse perso nel suo turbine d’angoscia senza una percezione estranea al suo stesso stato di necessità; ma queste considerazioni sono riuscite a darmi molto, alcuni anni fa, quando sono venuto a conoscenza di questo artista: una forma artistica chiamata “Musica” è esistita per davvero ed esiste tutt’ora. (La) Si nasconde bene, ma presto o tardi torneremo ad accorgerci tutti della sua presenza.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=vC5WGl-Tz3s[/youtube]

a cura di Vincenzo Zingaro

(membro degli Unmade Bed, rivelazione di questo 2011 all’Italiana: se si è parlato molto del loro album “Mornaite Muntide” non è stato esclusivamente merito del fascino che si nasconde dietro il tipo di registrazione adoperato, ma anche del sound difficilmente accostabile ad altri gruppi italiani)

* = Certo: in casi come quelli citati di Led Zeppelin, Gershwin e Gordon parleremo di “microtonalità” accidentale, presumibilmente involontaria, ma in generale da occidentali siamo abituati a pensare alle nostre care 12 note (DO – SI con tutte le alterazioni di diesis e bemolle nel mezzo) divise per toni e semitoni, ma esistono e sono esistiti sistemi musicali che si muovono in modo molto diverso e per i quali le “note” sono molte più delle nostre 12.
Queste “note” in più erano definite da Ives “le note fra le fessure dei tasti del pianoforte” e sono tutti quei microtoni, quelle microscopiche differenze sonore che separano una nota dalla sua successiva in una scala e il cui studio ha dato il via al mediamente lungo filone della musica microtonale (o con componenti microtonali) di esponenti come Julian Carrillo, Bèla Bartòk e il più recente Glenn Branca.
Tali suoni non sono udibili con strumenti a tastiera come pianoforte e simili e nemmeno con strumenti “a tasti” come chitarre, bassi e quant’altro, ma sono a portata di dita per alcuni sintetizzatori, per i fiati e per gli strumenti a tastiera “fretless” come violini, viole, violoncelli… . Sulle chitarre e sui bassi si possono ritrovare utilizzando un bottle neck ma anche un bicchiere di vetro o un accendino… insomma: tutto ciò che “neutralizzi” l’azione dei tasti in ferro sulla tastiera.

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