Interviste

Intervista agli AUTOMELODI

Creatura del cantante e compositore Xavier Paradis, già fautore a fine degli anni 90 del solo project minimal synth Arnaud Lazlaud, gli AutoMelodi sono un viaggio sonoro tra il pop-francese di fine anni ’60 e ’70, la Cold Wave francese, il Minimal Synth e la New Wave inglese dei primi anni ’80. Li abbiamo incontrati in occasione del loro concerto romano.

Gli AutoMelodi saranno in concerto stasera, sabato 1 ottobre, al Closer di Roma. Concerto organizzato dalla Mannequin Records.

A cura di Michele Guerrini.

Ciao! Come state e come sta andando il tour?
Ciao! Io sto bene… un po’ disilluso sentimentalmente e dal cuore spezzato ma è parte della routine no?! Il tour sta andando alla grande. Ci è voluto un po’ per mettersi in contatto con noi ma finalmente abbiamo organizzato una cena per domani.. (?!?!? Nda)

Che ne dite di raccontarci come è nata la vostra band e la vostra concezione di musica?
Sin dalla metà degli anni ’90 io ho passato diverse fasi personali come cantante-cantautore. Ho fondato gli Automelodi nel 2006, ma, per certi versi, è la semplice continuazione di ciò che ho iniziato con Arnaud Lazlaud, solo con un certo cambio di prospettiva dovuto dalla saggezza dell’età, della vita. Quando ero ragazzo ero ossessionato con questa idea che avevo trovato nei libri di Herman Hesse: “Magic theater…for madmen only”. Posso dire che Arnaud è stato il mio mezzo, la mia via per sviluppare questa idea attraverso la musica elettronica pop.

Una domanda veramente banale, perché Automelodi?
Molto tempo fa ebbi un sogno di un piccolo congegno che suonava la stessa soffice ed enigmatica melodia, ma con piccole variazioni, molto sottili, da una volta all’altra; come se avesse una mente per conto suo. Due o tre anni dopo feci il mio primo incontro con un sintetizzatore analogico in un banco dei pegni. Prima di me qualcuno doveva aver lasciato l’arpeggiatore inserito, alcuni parametri liberi e gli oscillatori su modulazione casuale. In quel momento l’intero oggetto era un completo mistero per me. Pensai: “ecco!!”. Era la cosa più vicina a quello strano apparecchio che avevo sognato.
In una certa maniera “Automelodi” può essere il nome per un congegno che cattura la musica generata nei sogni… “Musica Automatica”, sull’orlo di ciò che consideriamo “inconscio”.

Un’altra domanda banale (scusatemi).. come definite la vostra musica? Quali sono le band, nuove\vecchie, che hanno influenzato il vostro suono?
Sono propenso a chiamarla “Impossible Folk Music”. Accessibile ma impossibile.
Quando avevo 12-13 anni ero soprattuo dentro il mondo post-punk. Poi mi ricordo di aver scoperto i primi due album dei Trisonomie 21, i demo di Stefan Eicher, che mi eccitarono con i loro sintetizzatori.
Allo stesso tempo ero affascinato dai cantanti anni ’60 e 70’ francesi come: Serge Gainsbourg, Brigitte Fontaine, Jacques Dutronc, Françoise Hardy..
Ero convinto che quel lirismo potesse essere interessante se combinato con l’uso dei sintetizzatori.

Quali sono gli artisti invece non-musicisti che ti hanno influenzato?
Beh, è difficile a farne una lista precisa ma ci sono molti registi:  Éric Rohmer, Jacques Tati, David Lynch, Jean Luc Godard, Fritz Lang, Pier Paolo Pasolini…

Due canzoni del vostro LP: “Buanderie Jazz” e “Schema Corporel” sono perfetti simboli del vostro stile ed influenze, come sono nati?
Scrissi il testo di “Schema Corporel” una notte di undici anni fa. Era una poesia alle origini, composi poi la musica circa 5 anni dopo. La mia idea di poesia era di decomporre una “tipica” relazione d’amore in una serie di linee e forme geometriche… un po’ come il cubismo analitico, ma con parole invece della pittura. Ricordo di aver composto la musica molto velocemente, partendo con un suono basso di string machine Crumar che avesse una struttura essenziale. Le lunghe, basse note di String machine si adagiano su un down tempo di batteria che crea un pesante, trascinante e minimale sentimento. È perfetto per le parole create tanti anni fa.
L’altro pezzo è un altro caso di puzzle, di mettere insieme diversi pezzi in un percorso di molti anni. Alcuni elementi, come la linea di basso synth emerse subito ma le parole necessitarono di diverso tempo. È una canzone piuttosto autobiografica. Urgente, confuso, stridente che si confronta con un pesante carico emotivo, accumulato nei miei anni più giovani.

Uno degli aspetti che mi affascina di più delle vostre composizioni è la scelta del francese come lingua del canto… come avete deciso questa linea stilistica e quale è il tema generale delle vostre canzoni?
Come molti ragazzi del Québec il mio impulso iniziale, quando inizia a cantare a 15 anni, era di usare l’inglese. Essendo stato allevato tantissimo dalla scena britannica post punk mi sembrava un’idea logica… finchè non realizzai che stavo semplicemente traducendo la mia poesia adolescenziale dal francese all’inglese. Quel processo era in completa contraddizione con la cruda, diretta, catarsi che stavo cercando. Un giorno, provai a cantare in francese. All’inizio mi sentii come completamente nudo verso tutti, poi, dopo pochi secondi, questo fu rimpiazzato da un grande senso di potere, come se le mie parole stessero rompendo pareti di vetro attorno a me. Ecco perché, sebbene consideri l’inglese una bellissima lingua. Io scrivo canzoni in inglese solo quando le parole si formano nella mia mente già in inglese. La traduzione non è un opzione accettabile per me. Penso che molti cantanti e band dovrebbero seguire questa mia attitudine, specialmente negli stati non anglofoni. Non vuol dire rifiutare l’inglese ma solo che hai qualcosa da dire in russo, italiano, tedesco, giapponese…. Devi andare avanti e usare la tua lingua.

Come descriveresti il vostro rapporto con l’etichetta, la Wierd Records? Come vi siete incontrati?
Ci siamo incontrati in un club oscuro e nebbioso. Più tardi della notte, Pieter Schoolwerth mi rovesciò addosso della vernice e mi disse di dormire sul pavimento del suo studio di Brooklyn. La mattina dopo, quando mi alzai, gli Automelodi avevano un nuovo LP.

La fine, quali sono i piani per il futuro?
Voglio passare un po’ di tempo a lavorare su nuove canzoni. Sto investendo molto tempo a viaggiare, suonare e cambiare appartamento negli utlimi 18 mesi. Adesso le cose sono un po’ più stabili per me a Montreal, e sarei molto felice di potermi concentrare sul nuovo materiale.

a cura di Michele Guerrini

www.myspace.com/automelodi

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Hi! How are you? How is it going the tour ?
Hello! Oh, I’m OK…just a bit disillusioned sentimentally and heartbroken but that’s part of the routine isn’t it? The tour is doing great. It took him a while to get in touch with us but we’re finally having dinner with him tomorrow.

Could you tell me about the story of  the band, and you artistic idea of music?
Since the mid-nineties I’ve been through different phases as a singer-songwriter. I “started” Automelodi in 2006 but in many ways it is the continuation of what I started with Arnaud Lazlaud, only with a certain change of perspective, age-wise and life-wise. As a teenager I was obsessed with this idea I had found in a well known book by Herman Hesse of a “Magic theater…for madmen only”. I could say that Arnaud Lazlaud was my way of developing that concept through electronic pop music.

A very banal question, I Know, but what is the reason of you name “automelodi”?
A long time ago I had a dream about a strange little device that would always play the same soft and rather enigmatic melody, but always with very subtle variations from one reproduction to another, as if it had a mind of its own. Two or three years later I had my first encounter with an analog synthesizer in a pawn shop. Just before I tried it someone had left it with the arpeggiator running slowly, very loose envelope settings and a certain amount of random modulation on the oscillators. At that point, the whole thing was a complete mystery to me and I thought “This is it!”. It was the closest thing I had seen to that machine I had dreamt about; generating the same kind of strange, endlessly evolving melody. In a certain way, “Automelodi” could be the name a device that captures music generated in dreams…”Automatic” music, that is on the edge of being non-conscious.

A second banal question (i’m sorry) How would you define your music?  What are the old\new bands do you like and that influenced your sound??I tend to call it “Impossible Folk Music”. Accessible, yet impossible.  Initially, when I was 12-13 years old I was mostly into post-punk stuff. Then I remember that discovering the two first albums by Trisomie 21, and also the first demos by Stefan Eicher, got me really excited about using synthesizers. I was simultaneously interested in French singers/songwriters from the 60s and 70s, like Serge Gainsbourg, Brigitte Fontaine, Jacques Dutronc, Françoise Hardy, etc… very quickly I had the feeling that their type of French lyricism could be really interesting when combined with the sound of synthesizers.

What are the artists (not musicians) that have influenced the mood\imaginery of Automelodi?
Well, it’s hard to list everyone but there’s a lot of filmmakers of course: Éric Rohmer, Jacques Tati, David Lynch, Jean Luc Godard, Fritz Lang, Pier Paolo Pasolini…

Two tracks of you LP: Buanderie Jazz and Schema Corporel are good symbols of your style and influences, how did you give birth to them?
I wrote the lyrics for Schéma Corporel on one night about eleven years ago as a poem but I only composed the music for it about five years later. My idea with this poem was to decompose a “typical” love relationship into a series of lines and geometrical shapes… a bit like Analytic Cubism, but with words instead of paint. I remember composing the music very quickly too, starting with a low Crumar string machine sound that had a rather gritty texture. The long, low string machine notes, laid over a slightly down tempo drum beat, created that heavy, dragging, yet somewhat minimal feel that just worked perfectly with the lyrics, even though those were written years earlier.
Buanderie Jazz is another case of putting together different pieces of a puzzle over a certain number of years. Some elements, like the synth bass line emerged pretty quickly but the lyrics, in particular, took me a while. It is a rather autobiographical song. It sounds kind of urgent, with a jangly, dizzy feel but it actually bears a pretty heavy emotional charge, accumulated over many of my younger years.

One of the things I like the most in your songs is that you sing in french.. how did you decide to write your lyrics in french and what is the themes of your songs???
Like many of my fellow Québécois, my initial impulse when I started singing around age 15 was to sing in English. Having been brought up on so much British post-punk music it just seemed like the logical thing to do… until I pretty quickly realised that I was just translating a lot of my teenage poetry from French to English. That translation process was in complete contradiction with the raw, direct, catharsis I was looking for. One day, I tried singing in French. At first it felt like suddenly being completely naked in front of everyone but within seconds this was replaced by tremendous sense of power, as if my words were suddenly breaking walls of glass around me. That is why, even though I think English is a wonderful language, I only write songs in English when the words for these songs really come into my head in English. Translation is not an acceptable option for me. I think more singers and bands should have the same attitude, especially in primarily non-anglophone countries. It doesn’t mean refusing  to sing in English…it just means that if you have something to say in Italian, German, Japanese, Russian, etc, you should go ahead and use your own language.

How could you describe your relationship with your label: Wierd records?n How did you meet each other?
We met each other in a dark, foggy club. Later that night, Pieter Schoolwerth poured some paint all over me and told me to sleep on a huge canvas spread across the floor of his Brooklyn studio. The next morning when I woke up, Automelodi had a new LP.

What are your plans for the future?
I’d like to spend some time working on new songs. I’ve been spending a lot of time traveling, playing concerts and repeatedly moving into different apartments during the past eighteen months. Now that things are a bit more stable for me in Montreal I’ll be glad to be able to concentrate on new material.

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