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“Lo Sbaglio”: intervista a FLAVIA PICCINNI

“Se giochi a scacchi sai calcolare decine di mosse, ma la vita è un avversario imprevedibile”. E lo sa bene Caterina, 25 anni e una passione per il gioco del Re, che vive nella profonda e oppressiva provincia toscana – a Lucca – e che improvvisamente si trova a fare i conti con una vita dove le decisioni le hanno prese gli altri. Sua madre. Suo padre. Perfino il fratello, spirito rock incontrollabile e ingestibile, che riserva non poche sorprese. Proprio come l’ultimo romanzo di Flavia Piccinni, classe 1986, alle spalle la vittoria al prestigioso Premio Campiello nel 2005 e un romanzo uscito nel 2007, Adesso Tienimi, che più dark non si poteva. Adesso Flavia Piccinni torna in libreria con Rizzoli e con un romanzo, Lo Sbaglio, dove gli scacchi sono un modo per leggere e capire il nostro destino. Perché, anche se quasi sempre “è più facile affidarsi alle mosse degli altri, che scommettere sulle proprie”,  a volte arriva il momento di dire basta e prende in mano la propria vita.

Da “Adesso Tienimi” a “Lo sbaglio” sono passati quattro anni. Ti sei presa una pausa lunghissima. Come mai?
Ho voluto prendermi del tempo per capire bene che cosa volevo raccontare, e come volevo farlo. Ho esordito a poco più di vent’anni, e volevo scrivere qualcosa che mi rappresentasse completamente. Una storia per me importante. E così ho aspettato, riflettuto a lungo, letto e scritto tantissimo cose che poi, alla fine, ho messo nel cassetto dove ancora adesso stanno marcendo (o sono semplicemente in attesa, come dicono alcuni). Alla fine ho scavato tanto in profondità da raggiungere quello che per me era davvero fondamentale a partire da cosa significa vivere, oggi, in Italia.

E cosa significa?
Vivere in un paese per vecchi che odia i giovani, e che fa di tutto per ucciderli, penalizzandoli nella credibilità, nei sogni, nelle opportunità. Caterina è figlia del suo tempo: una vita borghese e un futuro già scritto. Fino a quando qualcosa si rompe e, come in una partita di scacchi di cui pensava di conoscere il finale, si trova a cercare se stessa e a capire che non ha bisogno della vita che per lei hanno immaginato i suoi genitori per essere felice. Non ha bisogno di possedere delle cose per riconoscersi.

Scrivi che “la vita è un avversario imprevedibile”. Ma qual è stata la variabile che ha determinato un svolta nella tua vita?
Negli scacchi la variabile è una deviazione dalla teoria, qualcosa di diverso rispetto a quello che tutti attendevano. Credo che nella vita di tutti noi esistano delle variabili più riconoscibili, come per me lo sono stati il trasferimento da Taranto a Lucca e poi da Lucca a Roma, ma anche dei cambiamenti improvvisi. Ma è l’amore, la variabile imprevedibile per eccellenza. E lo sa bene Caterina, che per amore si trova a fare una scelta di vita. Ma, ovviamente, qui non ci sono fiori né notti d’amore. Detesto il lieto fine, e forse anche Caterina è un po’ come me…

Ed ecco un piccolo estratto che ImpattoSonoro pubblica per gentile concessione dell’Autrice.

Flavia Piccinni

Lo Sbaglio

Estratto

Nonna allunga una mano per toccare il mio braccio.

«Hai capito?» insiste. «Anche Loredana si sposa. Ha trovato un fesso come a lei e si è fatta mettere incinta. E mica se ne sta zitta, lo sbandiera pure ai quattro venti.»

Non mi importa. Loredana non la vedo dai tempi delle elementari, quando portavamo i costumi interi e ci appostavamo sugli scogli di Leporano con i secchielli pieni d’acqua per catturare i granchi. Aspettavamo anche delle ore. Quando ne vedevamo uno, avevamo però troppa paura che ci pizzicasse per prenderlo con le mani e scappavamo via, o restavamo a guardarlo in silenzio.

«Uno fesso, ma ricco» si ostina nonna. «Quasi quanto Riccardo» dice e poi mi fa cenno, ancora, di mangiare. «Ma che ti ha insegnato tua madre?» domanda.

Prendo in mano la forchetta.

«Quando avevo la tua età, io mangiavo fino a scoppiare perché un giorno c’era il cibo e l’altro no.» Gli occhi le si velano di tristezza. «Quanto era più bello allora. Senza sprechi, senza tutte queste zoccoline come Loredana in giro» conclude, alzando il tono. Non capisco di cosa stia parlando, ma lei scuote la testa infastidita. «In che modo le chiami quelle?» sbotta, indicando un punto indistinto alle mie spalle. «Ai miei tempi non si faceva così. Ai miei tempi c’era la fuitina, ma il corteggiamento esisteva. E se si usciva incinta ci si vergognava, si negava fino alla morte. Tuo nonno mi ha mandato non so quanti mazzi di rose, non so quanti regali mi ha fatto.»

Per un attimo ho la certezza che sappia di Duccio, del modo in cui ho ceduto alle sue attenzioni. Poi nonna si scioglie il fazzoletto annodato al mignolo, e lo posa sulle gambe. Ha gli occhi lucidi, una piccola croce d’oro giallo al collo. È la stessa che ha regalato anche a me per la prima Comunione, ma non l’ho mai messa. È nella cassaforte, insieme a tutti i gioielli che non userò mai.

«Io, quando Pasolini mi intervistò, glielo dissi» continua, sempre più infervorata. Si alza un poco e ricade placida sulla sedia. «Gli dissi che l’amore è una cosa seria.»

Sospiro. Questa storia già la conosco. Credo di aver visto quello spezzone di Comizi d’amore almeno una cinquantina di volte. C’è il mare che si stende a vista d’occhio, un bambino che va in bicicletta e Pasolini, perfettamente vestito di bianco, che regge un microfono lungo e grosso. Nonna gli è accanto, il velo sulla testa; porta il lutto per il padre, postino, morto due anni prima in un deragliamento a Matera mentre stava andando in gita con i colleghi.

«Per lei, la sua vita sessuale è importante?» chiede Pasolini, con voce nasale e inconfondibile. È serio, si intravvede il suo polso magro che stringe con forza il microfono. Ha un piccolo taglio sull’indice.

La macchina da presa indugia sul bambino che corre per il piazzale, suona il campanello, sorride. È carino, con i capelli tagliati corti, i denti da latte sporgenti, un paio di calzoni al ginocchio e la camicia a quadretti. È mio zio Mario; adesso lavora come architetto a Martina Franca, dove ristruttura trulli e masserie per gli inglesi, nel tempo libero fa piano bar e, quando è ubriaco, racconta che Pasolini gli aveva offerto un gelato fragola e cioccolato. L’avevano mangiato insieme, seduti sulla panchina del lungomare, guardando il ponte girevole che s’apriva per far passare una nave della Marina.

Poi nonna si schiarisce la voce, si allenta il velo per far vedere i capelli freschi di parrucchiere e il vento le ruba una ciocca, che si scioglie maliziosa nell’aria.

Si sente il rumore, affannoso, del mare.

È bellissima, ha gli occhi un poco truccati. Il suo viso è liscio e giovane. Si avvicina al microfono. «Per me è diverso. Io sono sposata» replica.

Pasolini riflette per un attimo e le domanda se questo cambi qualcosa. Lei spiega che non cambierebbe niente, per una persona normale, ma per lei cambia tutto. Pasolini incalza, «Perché» insiste, e lei grave, concitata, illuminata risponde «Perché l’amore è una cosa seria».

Il seguito dell’intervista, mi ha confessato dopo avermi fatto giurare di mantenere il segreto, era stato tagliato per salvare il matrimonio. Pasolini aveva chiesto se fosse innamorata del marito e lei aveva detto la verità, quella che aveva sempre negato in famiglia e che lì, sul lungomare di Taranto desolato per l’ora di pranzo, con mio zio che correva sotto gli aranci marciti, sembrava la cosa più naturale del mondo. Aveva detto di no. E Pasolini, allora, con gli occhi scuri e profondi del persuasore, il sorriso gentile della persona di cui ti puoi fidare, aveva domandato il motivo dello sposalizio e mia nonna aveva detto ciò che mai più avrebbe ripetuto. Aveva detto che s’era sposata per i soldi.

Lo Sbaglio

Flavia Piccinni

Rizzoli (pp. 314)

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