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Interviste

Intervista ai DURACEL

Durante la serata del 15 ottobre eravamo presenti alla prima data del tour di “Nati Negli Anni ’80” e, per l’occasione, abbiamo avuto la possibilità di scambiare qualche parola con Marco Zamuner, cantante, bassista e compositore della band. Alla vigilia dell’uscita del nuovo disco, ecco alcune curiosità sulla realizzazione di quest’ultimo.

Con “Nati Negli Anni 80”, terzo album con Indiebox, siamo di fronte ad una vostra maturazione a livello di musica e testi. Rispetto ai precedenti album sembra che abbiate voluto dare un taglio netto. Come mai questo cambiamento?
All’inizio è sempre così. Cominci, scrivi un disco e non ti interessa tanto perché lo stai facendo, quindi non hai problemi a dir cavolate. All’inizio si gioca, poi quando le cose si ingrossano è normale che inizi anche a metterti in relazione con gli altri. Alla fine parli automaticamente di un livello in cui dici che quello che stai facendo non è più solo per me, ma anche per gli altri. Cerco di migliorare, di crescere, magari di mettere da parte certe cose di momenti infantili che riguardano solo me e agli altri non interessano, lo fai e viene spontaneo. Non è che pensi “adesso faccio un disco più maturo”. Un po’ poi sono gli anni..Quando abbiamo fatto il primo lui (El Bocia) faceva ancora le medie ed eravamo ragazzi giovani, adesso siamo ragazzi un po’ meno giovani e le cose vanno avanti così, spontaneamente.

C’è stato uno stimolo particolare o avete seguito l’onda degli anni?
Avere conosciuto più musica e più gruppi, esserci confrontati anche con band importanti, anche non del nostro settore, ma comunque aver visto come lavorano ha sicuramente influito. Io personalmente quando ho sentito come lavorano i Gerson o che tipo di approccio hanno ho detto “Ecco beh allora si può fare! Non è che dobbiamo solo ed esclusivamente dire stronzate!”. Si può fare musica anche seria, senza aver paura che la gente pensi per forza di cose che sei un poser, un tarato, un professore, un secchione.

In “Voglio Ritornare Al Liceo” cantate “Vorrei ritornare a crescere e a volare, ma non c’è niente da fare potrei, ora so com’è folle questo crescere giuro: che voglio ritornare al liceo”. Il tema della nostalgia sembra fare capolino in molti dei vostri testi, come nella title track “Nati Negli Anni 80”, che è una sorta di excursus dei vostri primi anni. Come mai così tanta nostalgia verso ciò che è stato?
La nostalgia un po’ è un espediente di scrittura, nel senso che è una chiave che sentiamo molto nostra quando componiamo i pezzi. Il pezzo scanzonato e allegro non è che ci rappresenta proprio come band, le nostre sonorità sarebbero anche un po’ più cupe di quello che abbiamo fatto fino ad adesso, quindi è una cosa che abbiamo nelle nostre corde. Il perché è evidente.. Veniamo da una prima gioventù in cui i gruppi punk erano di moda e ci sentivamo di far parte di qualcosa di più grande, siamo rimasti molto pochi e c’è la sensazione che questo cammino della musica stia declinando, stia scemando, e un po’ ci mancano quei grandi momenti, quelle grandi rimpatriate quel sentirsi parte di un qualcosa. Adesso ci sentiamo spesso soli in quello che facciamo, quindi un po’ di malinconia, un po’ di nostalgia, viene fuori.

Ho notato che in otto anni di attività avete pubblicato 2 demo e ben 4 album. C’è chi aspetta anche parecchi anni per ritornare sulla scena con nuovi lavori, invece voi riuscite a rinnovarvi sempre a distanza di poco. Qual è il segreto per scrivere così tanto e in così poco tempo?
Non è un segreto, se hai tante canzoni lo fai alla fine. Le nostre canzoni in sala prove si mettono a punto in due ore. I pezzi li scrivo io, che in questi ultimi anni ho scritto tanto perchè mi diverte, mi fa stare sereno e mi piace farlo, poi per noi il nostro momento preferito in assoluto è fare il disco, quindi stare in studio da Giovanni (Bottoglia).
Stare in studio da lui ci piace un sacco e poi abbiamo imparato più in studio da Giovanni che a suonare in giro, perchè alla fine lui è un professionista e lavorando sui pezzi si impara cosa ci vuole per renderli più efficaci e quindi, alla fine, non è un segreto, è una cosa che uno fa perché ha i pezzi e vuole pubblicare i dischi. Ad alcuni non interessa pubblicare tanti dischi perchè non è una loro priorità. Adesso mi viene in mente De Gregori, lui non sente l’esigenza di pubblicare tanto e preferisce lavorare bene a quello che ha, noi invece preferiamo lavorare male a quello che abbiamo, buttarlo fuori perché alla fine il pezzo lo scrivi per gli altri, il disco è per gli altri.

Prima ancora di ascoltare l’album, ciò che colpisce è la copertina di forte impatto. Cosa ci dite dell’artwork?
Lì non è merito nostro, l’unico merito che abbiamo avuto è stato quello di fidarci di persone fidate. Un ragazzo di cui mi fido che mi ha chiesto se conoscevo Bucchioni, mi ha parlato dei suo lavori, me li ha fatti vedere e mi è piaciuto. Non gli abbiamo commissionato niente, non gli abbiamo detto di una nostra idea, gli abbiamo detto di fare come gli sembrava e poi di farci vedere una bozza. Carta bianca insomma! L’unica cosa che gli abbiamo detto è che ci piaceva molto l’idea dei suoi loghi inseriti in un contesto universitario, da college, perché sono belli e li aveva già fatti. Poi abbiamo visto e ho capito subito che ci sapeva fare, infatti anche a me ha colpito tanto.
Per l’artwork bisogna ringraziare un’altra ragazza, che si chiama Laura Donati, una nostra cara amica che si è offerta di fare questo lavoro. Anche l’artwork interno è molto ben fatto, quindi abbiamo azzeccato le mosse casualmente.

In “Deejay” e “Una Ragazza Che Va In TV” attaccate un modello ben preciso che si sta radicando nella società. Disagio giovanile o voglia di cambiare le cose?
L’idea di cambiare le cose attraverso una canzone non è roba per noi, possiamo lasciarlo a pochi poeti. Diciamo che da un lato la scelta che ricorre sulla ragazza è perchè l’immagine di una ragazza è più telegenica su una canzone, attacca prima e meglio. Se vuoi esprimere un concetto importante, per essere ascoltato, devi andare a colpire sui dei tasti ben precisi. Se tu vuoi dire qualcosa che per un altro può risultare indigesta o fai come Paletta dei Punkreas, che la dice e basta, oppure, se vuoi essere pop e metterci dentro qualcosa, devi colpire sul tenero della gente. Prima di ascoltare una canzone che è una critica alla società deve esserci la ragazza in tv, deve esserci il momento facile in cui tu ti avvicini al pezzo, questa è una scelta che facciamo. Nel senso, la canzone pop deve attecchire su qualcosa su cui la gente è morbida e riesce a percepire, poi nel momento in cui l’hai presa e gli hai fatto cantare un pezzetto ritornello allora lì hai colpito. Mi viene in mente Caparezza con “Sono Fuori Dal Tunnel”, il cui ritornello veniva cantato anche in discoteca. Non è che è un disagio, ma è un tema sul deteriorarsi dei costumi, del nostro modo di vivere poi di tutti noi giovani, mi colpisce e ci colpisce.

Il pubblico che vi segue è composto in larga parte da ragazzi giovani, gli stessi che sembrate “attaccare” nel vostro cd. Né “La Rete Del Niente” fate riferimento ad una gioventù che sembra vivere solo nel mondo virtuale, in “Io Non Capisco Più I Giovani” attaccate una generazione che punta solo sull’apparire. Non vi sembra un controsenso?
No perchè in realtà noi non critichiamo quei giovani, critichiamo una categoria di ragazzi. Alla fine non è che puoi generalizzare e dire “i giovani”, “i vecchi”, non è possibile categorizzare le persone così: ci sono giovani di un certo tipo e giovani di un altro tipo. Quelli che mi impressionano, quelli che mi colpiscono in negativo, sono quelli di cui parlo nella canzone, magari sono anche gli stessi ma non sono quelli di cui sono colpito al concerto. Sono quelli che mi colpiscono in strada, in corriera, in treno e li sento molto lontani da come eravamo noi alla stessa età, però non è che vogliamo attaccare i giovani, perché non se lo meritano.

Più che altro si avverte un po’ di rammarico…
Si perchè comunque alla fine mi rendo conto che, nel giro di pochissimo tempo, c’è stato uno spostamento tra lo sforzo di avere un’identità ognuna diversa dall’altra a diventare tanto più uguali. Io mi ricordo che quando andavo alle superiori c’era per ogni classe il rappettone, il metallaro, il punk..c’era tutto! Io adesso vedo uscire questi ragazzini da scuola e non capisco se è una mia deformazione degli occhi, se sono io che parto già prevenuto, ma vedo una schiera di cloni identici. E’ questo che attacco. Conosco mille altri ragazzini che si danno da fare in mille modi, che sono diversi.

Venendo da una regione come il Veneto in cui il genere che suonate è molto popolare e ci sono molte band, famose e non, che suonano la vostra stessa musica, non sentite un po’ di concorrenza? Come mai avete scelto di fare qui il release party?
No, neanche un po’! Noi sentiamo di venire fuori da una delle regioni musicalmente peggiori d’Italia, nonostante ci siano tre tra i migliori gruppi d’Italia. Il motivo è molto semplice, i migliori gruppi italiani che sono usciti dal Veneto per diventare i migliori gruppi Italiani sono dovuti venire a suonare a Milano, a Torino, comunque in altri posti. In realtà la situazione di un ragazzo un po’ diverso dal conforme in Veneto è talmente sacrificata e triste, che questo lo porta ad urlarlo su una canzone. La musica nasce da un disagio, da una voglia di comunicare qualcosa ed è quello il motivo per cui qua ci sono tanti gruppi punk, perché ci sono pochissimi che li ascoltano. Poi io so di che gruppi parli, io non conosco bene la scena di Vicenza, conosco quella che c’è a Venezia e a Treviso e posso dire che non si ascolta questo genere. Noi oggi facciamo la prima data del disco, ma la facciamo a Milano perché da noi non ho neanche la voglia di suonare.

Cosa ne pensate dell’idea del release party?
Fare un party di presentazione del disco è una stronzata, non dobbiamo farci problemi e guardare quanta gente abbiamo portato. Dobbiamo fare il nostro tour, andare in giro, fare i nostri concerti e questa è la prima data di un percorso di concerti. E il party di presentazione che se lo facciano a chi gli pare! Noi lo abbiamo fatto una volta sola, ci abbiamo speso dietro un sacco di soldi, è stato uno scazzo per organizzarci una festa dove presentare il disco per poi guardarci a fine serata e dirci “Oh, e tutto questo? Per chi? Perchè? Per chiamare i nostri amici a vendergli il cd, che ti arrivano lì con le canottiere di Dolce & Gabbana?” Chi se ne frega! Facciamo la prima data del tour e niente party di presentazione.

Per concludere parliamo un attimo dei vostri fan. Questo album segna una svolta per via del cambio di sonorità, aspetto che ai fan più accaniti ha fatto storcere un po’ il naso. Cosa ne pensate a riguardo? Volete dire qualcosa ai vostri fan?
Intanto sarebbe da vedere se è vero che abbiamo fan accaniti di vecchia data. Non ho notato grandi movimenti, anzi sono rimasto abbastanza sorpreso del fatto che, tutto sommato, la portata del nuovo materiale sia stata accolta meglio di come avevo previsto. Ci eravamo incanalati su una strada comoda e alla fine potevamo fare un altro disco uguale a quello di prima, tanto su uno schema di accordi uguale, ci cambi tre note e viene fuori la melodia. Si possono fare mille pezzi così, tutti uguali oppure tutti diversi. Il punto è che se vuoi seguire il gruppo devi accettare il fatto che questo gruppo cresce, matura e cambia, devi cercare di non fermarti all’apparenza del primo ascolto e chiederti come mai questi ragazzi che io stimo hanno deciso di intraprendere questa strada. Questo disco, secondo me, a uno che è abituato a sentire le nostre sonorità ad un primo ascolto non piace, al secondo piace di più e al terzo piace ancora di più perché è, a mio avviso, superiore a “La Fabbirca Dei Mostri”. Poi ognuno ha i suoi gusti, ognuno ascolta quello che vuole, ma io credo che anche i fan di vecchia data possano convergere alla fine su questa direzione e capire che anche questo è un percorso nostro, che non è detto che ci porterà lontano da dove siamo partiti, può essere anche che ci riavvicini al punk italiano in senso stretto. Io non credo, ma può essere che abbiano la voglia di ascoltare e di confrontarsi con questi cambiamenti.

a cura di Francesca Carbone

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