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BANDABARDO’ – Hiroshima Mon Amour, Torino, 17 novembre 2011

Danze goderecce, canti accorati, vitamortemiracoli di personaggi grotteschi, storie di vita vissuta, l’odore della piazza e della gente ancora sulla pelle. L’uragano Bandabardò lontano dal palco non sa stare: ecco dunque la brigata nostrana ripartire in viaggio per tutto lo Stivale, pronta ad alleviare le sofferenze della povera gente con il consueto rito pagano fatto d’amore, fratellanza e tanta sana patchanka, in una formula ormai assodata, invariata negli anni e forse invariabile, ma chissenefrega quando le forze in campo sono di questa portata ed il fuoco dei live continua ad ardere più che mai. La festa di turno prende il nome di Scaccianuvole tour, dal titolo dell’ultimo lavoro del combo nato toscano ma sempre più cittadino del mondo. Forti del loro infallibile miscuglio di combat folk e  gypsy-rock, speziato da qualsivoglia vento sonico proveniente da terre lontane, Erriquez e soci, approdano in quest’ultimo disco a sonorità più morbide rispetto al passato, dando l’impressione di guardare più alla Francia delle chanson popolari e all’Italia cantautoriale di De Andrè che alle tarantelle del Mezzogiorno o alle fanfare Balcaniche.

Impatto Sonoro era in prima fila alla data zero del neo tour invernale, all’Hiroshima Mon Amour di Torino. La ciurma fiorentina sale sul palco intorno alle 22.30: Erriquez, cilindro e pizzetto annodato come sempre, rende partecipe il pubblico della solita emozione nel ripartire in tour dopo una pausa; di lì in poi si è tutti una grande famiglia al Circo Mangione. Si parte con “Come i Beatles” (tratta dall’ultimo album) fiero inno tarantolato degli Indignados, facente riferimento alle proteste studentesche sui tetti di tutt’Italia nel settembre scorso. Capelli scompigliati con il classico “Vento in faccia”, il dictat umorale di “Sempre allegri” in barba ai potenti, l’impegno civile in sella alla country-ballad dal sapore cubano “Tre passi avanti”. Alcune canzoni vengono eseguite per la prima volta davanti ad un pubblico esteso, come una “Rosa Luxembourg” da balera sotto acidi e la più malinconica “Spicchi di mele secche”, omaggio filo-ecologico alla saggezza contadina che si fa invettiva al malgoverno attuale. Le perle del passato “Mojito F.C.” e  “W Fernandez”    introducono nuovi inni quali l’andalusa “Un paese cortigiano”(“prima mi hanno preso un dito, poi le generalità, io trattato da bandito che disturba il Varietà”). La cabarettistica “Fine di Pierrot” e “La fine della danze” trascinano al “Manifesto” di vita fuori dal coro ed al frizzantino omaggio ad Enzo Jannacci de “Bobo Merenda”. La sincopata enfasi teatrale di “Sogni grandiosi” è una botta d’ottimismo guerrigliero e conduce alla fine della prima tranche di folle Banda.

Il concerto non può esser finito: all’appello mancano “Lo sciopero del Sole” e l’ormai leggendaria “BeppeAnna”. La band fa una pausa che diventa un fresco siparietto in cui finti camerieri portano da bere ai componenti della comitiva. Erriquez si conferma capobanda strillone nonché animale da palcoscenico, Finaz regala stupende melodie sulla sei corde acustica, DonBachi ha una vervè sbarazzina al basso e contrabbasso, Orla è un orso scatenato alla chitarra e Nuto è il solito metronomo sincopato dietro alle pelli. Poi c’è lui, l’idolo delle folle, il cubano percussionista Ramon, colosso d’ebano dalla simpatia contagiosa, eccezionale dietro ai tamburi e virtuoso alla tromba. Tanta emozione per l’esordio, ripagata da una prova decisamente convincente per il neo acquisto Pacio a fisarmonica e tastiere. Il sound è impeccabile, a dimostrazione di come una band dall’indole busker possa in realtà esibirsi con un suono curato, facendo sfoggio di più d’un virtuosismo strumentale, senza perdere un grammo d’impatto d’urto live.

Si riparte, per il gran finale. “Godi” è satira al Bunga Bunga e dintorni, meravigliosamente intonata da Ramon, vestito da infermiera sexy(!). Visione Stilnovista. Arriva lo “Sciopero del Sole”, seguita da “Povera Consuelo” e “El tren se fue”. La Banda lascia il microfono al pubblico: i girotondi conclusivi di BeppeAnna sono davvero un party scacciapensieri, con tanto di coriandoli a coprire il pubblico in delirio. Stavolta sembra finita, ma incitati dal pubblico, i nostri regalano le ultime due perle di serata: lo spirito mariachi di “Mexicostipation” nuovamente intonata da Ramon in coppia con Erriquez e gli arpeggi trasognati di “Il muro del canto”. Inchini, saluti e baci: la festa si sposta giù dal palco, la Banda si congeda sulle note marpione di “Je t’aime”. I problemi restano, ma si esce con uno spirito diverso, convinti a tempo indeterminato che “se piove almeno mi vedo l’arcobaleno”. Canticchiando fra sé e sé… La Bandabardò Bardò, la Banda bèjo bèjo!

a cura di Lorenzo Giannetti

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