Interviste

Intervista a GUY LITTELL

Altra bellissima sorpresa tutta italiana, Guy Littell  attraversa mari e oceani e sbarca negli States, scrutando il lato meno solare di un continente che troppo spesso identifichiamo come un’isola del tesoro.

A cura di Enzo Curelli.

Ad alcuni mesi di distanza dall’uscita del disco “Later”, quali sono stati i primi riscontri? Soddisfatto?
Guy Littell: I primi riscontri sono stati molto positivi, tutto ciò che sapevo per certo era che ci avevo lavorato tanto e che mi piaceva il risultato finale, non potevo fare previsioni, quindi certo, sono molto soddisfatto.

Come nasce Guy Littell?
GL: Guy Littell nasce nell’estate del 2007, ho iniziato a scrivere canzoni a 14 anni ma era tutta roba che tenevo per me, quell’estate ascoltavo molto Joseph Arthur , ed era davvero un bel po’ che non scrivevo e non avevo mai preso in considerazione l’idea di iniziare un vero e proprio percorso musicale. Le giornate pigre di quell’estate mi stavano facendo impazzire e da tutto ciò nacque“Sunny Childhood” che ancora suono dal vivo. La registrai e la feci ad ascoltare ad alcuni amici, a loro piacque e mi chiesero di suonare quell’unico brano all’interno di un loro show, la cosa mi piacque molto e nel frattempo avevo scritto altro materiale quindi decisi di continuare a proporre le mie canzoni dal vivo. Il nome Guy Littell lo scelsi ricordandomi di un personaggio che mi aveva molto colpito in un libro di James Ellroy, “American Tabloid” , la cosa fu piuttosto veloce.

Sei stato introdotto alla musica da tuo padre, chitarrista. Che musica girava in casa durante la tua infanzia e qual è il primo ricordo musicale della tua vita?
GL: A mio padre devo senza dubbio l’introduzione alla musica e gliene sarò sempre grato, in casa , grazie a lui, girava molta musica italiana come De Gregori , Venditti, Dalla..ma anche Beatles, il primo Elton John. Ma il primo vero ricordo musicale fu proprio durante una delle tante passeggiate in auto con mio padre, avrò avuto 7-8 anni quando dallo stereo viene fuori il ritornello di “Mi ritorni in mente” di Lucio Battisti, ero estasiato, quelle parole e quella melodia erano magiche. Cominciai ad ascoltarla incessantemente.

Quando si pensa alla musica di una città come Napoli vengono in mente altre cose. Cosa significa suonare folk/rock a Napoli e provincia? Esiste una scena rock?
GL: Napoli è sempre stata molto fruttuosa per quanto riguarda la musica rock e i suoi sottogeneri .Ci sono tante cose al momento in giro,come per esempio Joseph Ride, cantautore folk che apprezzo molto. A Napoli l’attenzione del pubblico non è male riguardo al discorso rock, vorrei solo che gli addetti ai lavori si guardassero di più in giro, con un vero interesse . So bene che la musica attraversa un periodo difficile, la gente non presta più attenzione, è distratta, ma ritengo che se un musicista continua a crederci, ad andare in giro in lungo e in largo a suonare con entusiasmo non vedo perché il titolare di un’agenzia di booking o un discografico non possano metterci lo stesso impegno e stare così alla pari con gli artisti su di un livello quantomeno emozionale che già significherebbe tanto e questo vale non solo per Napoli e provincia.

Le tue canzoni vivono di contrasti, sono molto intimiste. Da cosa e da dove trai ispirazione per i tuoi testi e la tua musica?
GL: In genere traggo ispirazione dai miei stati d’animo,dalla vita. Un particolare momento, anche di pochi secondi mi porta qualcosa, quindi prendo la chitarra e comincio a suonare fino a quando non sono soddisfatto della “traduzione” di quel qualcosa. Capisco al volo quando una particolare sensazione può portare a una buona canzone e può succedere tutto in 20 minuti come nel caso di “Black Water” e “Kill the Winter” oppure prendere più tempo come per “Tired of Tellin’ “, in entrambi i casi lavoro per rimanere fedele alla mia ispirazione e ottenere qualcosa che mi soddisfi.

La rete raffigurata nella copertina di “Later” ha qualche significato simbolico? Forse una libertà negata? Cosa vedi al di là di quella rete?
Al di là di quella rete vedo il sole che per me è gioia e la rete nega tale gioia, infatti buona parte di “Later” riguarda proprio quello, in un particolare momento della mia vita. Ma un altro significato potrebbe essere che anche la desolazione dell’anima ha la sua bellezza e quindi di provare ad accettarla quando c’è e trarne qualcosa di positivo. Non trovo la copertina un manifesto definitivo della musica di Guy Littell comunque.

L’ultima canzone “Best Thing Ever” mi ha ricordato Neil Young. Com’è nata? ..E cosa pensi della sua produzione discografica?
GL: “Best Thing Ever” è nata in pochissimo tempo , secondo lo stesso procedimento descritto poc’anzi : imbracciai la chitarra e cominciai a suonare partendo da una sensazione . E’ bello che tu me lo chieda ,perché ero tentato dal lasciarla fuori dalla tracklist definitiva ma alla fine ho deciso di tenerla perché ricordavo com’era nata e perché ritengo dia un tocco di solarità all’intero lavoro. Per quanto riguarda Neil Young, beh , una grande fonte d’ispirazione per me, un grande esempio di libertà espressiva , di ricerca della vera ispirazione e di assoluto rispetto per essa. Quando ascoltai per la prima volta “My My , Hey Hey “ piansi e “Harvest” e “Rust Never Sleeps” sono stati nel mio walkman per mesi e mesi, come del resto “After The Goldrush” , “Comes A Time” , “Tonight’s The Night”, “Zuma”, tutti capolavori.

In alcune canzoni non rinunci ad alcuni inserti elettronici. Fino a che punto sei disposto a spingerti?
GL: Durante la lavorazione di “Later” avevo più o meno le idee chiare e con l’aiuto del mio amico produttore Ferdinando Farro sono riuscito a realizzarle, ma vedi, si ritorna al discorso dell’ispirazione , nel senso che non tutti i giorni sono uguali e l’ispirazione può venirti a trovare in qualsiasi momento . Questo è accaduto anche durante la lavorazione dell’album e inaspettatamente ho ottenuto quei suoni nel ritornello di “The Nightmare Came” per esempio, suoni ai quali non avevo pensato ma perfettamente funzionali al mood della canzone. Non sono un grande fan dell’elettronica quindi la vedo difficile una svolta in tal senso , ma diciamo che sono aperto a varie soluzioni se mi regalano emozioni.

Recentemente hai avuto occasione di aprire i concerti di importanti esponenti del rock. Com’è stata l’esperienza in apertura a Steve Wynn? Per quale altro grande artista faresti carte false per aprire un live o collaborare su disco?
GL: L’esperienza è stata fantastica, lui è disponibilissimo , mi ha ringraziato e fatto i complimenti pubblicamente , cosa che mi ha emozionato non poco. Le carte false invece le farei senza dubbio per Mark Lanegan e mi piacerebbe molto collaborare con i Twilight Singers di Greg Dulli.

Raccontaci qualcosa dei tuoi live set. Hai una band? Presenti anche qualche cover oltre alle canzoni dei tuoi due dischi?
GL: Al momento siamo in duo acustico , con me c’è il chitarrista Giuseppe Di Donna ma a breve ci sarà una serie di prove con altri musicisti e l’obiettivo è proprio quello di una band. Ne sento proprio l’esigenza. Ultimamente come cover propongo “Thirteen” dei Big Star e “Eyepennies” degli Sparklehorse. La morte di Mark Linkous mi rattristò molto e ho deciso di rendergli omaggio. Al momento sto valutando l’idea di fare una cover di Cat Power .

Siamo quasi alla fine dell’anno. E’ tempo di bilanci e classifiche. Il tuo artista e disco dell’anno?
GL: Come artista i Twilight Singers, che mi hanno regalato uno dei concerti più emozionanti della mia vita al Circolo degli Artisti di Roma lo scorso Aprile. Per il disco scelgo “Ashes & Fire” di Ryan Adams perché lo trovo un disco bellissimo e molto ispirato, un grande ritorno di Adams.

Hai un sogno musicale nel cassetto? Si può raccontare?
GL: Il mio sogno nel cassetto è quello di continuare quello che sto facendo , di suonare il più possibile e incidere dischi, non chiedo altro, ma per rispondere propriamente alla tua domanda mi piacerebbe lavorare ad una colonna sonora.

a cura di Enzo Curelli

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