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Interviste

Intervista ai MOJO FILTER

A pochi giorni dall’uscita del loro album Mrs. Love Revolution(clicca qui per la recensione), i riscontri sono già molto positivi.
I Mojo Filter, qui rappresentati da Alessandro Battistini (Voce e chitarra)e Carlo Lancini(chitarra) ci raccontano la loro “personale” rivoluzione rock e come è nato un disco “vero, sincero e sofferto”.

A cura di Enzo Curelli.

Avete una definizione o una piccola frase da lasciare a chi non vi conosce per presentarvi?
Alessandro
: i Mojo Filter sono una rock and roll band… niente di più, niente di meno.

Il vostro è un disco costruito sull’impatto e sulla spontaneità live. Come è avvenuto il lavoro con Jono Manson e come vi siete messi in contatto con lui?
Carlo: ho conosciuto Jono nel 2000, dopo un suo concerto a Chiari. Jono è un artista di talento ed una persona amabile e cordiale. Ad ogni sua tournee ci si incontrava, anche in occasione di qualche show privato. Gradualmente ho introdotto la musica di Jono al resto della band. Quando nel 2009 i Mojo Filter hanno iniziato a lavorare a del materiale originale dopo la classica gavetta, Jono si è interessato alle nostre canzoni e al nostro primo disco, l’ep The Spell, uscito a marzo 2010. Partendo dalle nostre idee, dai riff e dal songwriting di Alessandro abbiamo poi gettato le basi per Mrs Love Revolution, verso la fine dell’estate 2010.
Alessandro: il lavoro con Jono si è sviluppato sostanzialmente a distanza. A settembre-ottobre dello scorso anno gli abbiamo inviato la bozza delle canzoni che avrebbero composto Mrs Love Revolution. Insieme abbiamo discusso sulla direzione da prendere e su alcuni elementi di omogeneità. Non abbiamo avuto il benché minimo dubbio sulla strada da prendere e sul fatto che il disco dovesse essere registrato in presa diretta e con suoni veri. Durante le registrazioni con il tecnico del suono Mauro Galbiati, la direzione di Jono è stata principalmente gestita a distanza, mentre il missaggio è stato fatto nel suo studio di Santa Fe, negli Stati Uniti.

Qual’è la “rivoluzione” del titolo dell’album?
Alessandro
: negli anni Sessanta, quando l’intero sistema era in crisi, gli hippie hanno intrapreso una rivoluzione pacifica (“Love Revolution”) a suon di rock and roll… la musica allora era anche un modo per rivendicare la propria identità, difendere l’originalità dei singoli e combattere un piatto e diffuso conformismo… questo disco è un nostro modesto tentativo di rompere con gli schemi attuali e con l’insulsa musica mainstream che le major ci costringono a sentire ovunque… questa è la nostra rivoluzione pacifica.
Carlo: i Mojo Filter sono una band molto unita e coesa, proveniente da background musicali simili, ma con percorsi personali diversi. Mrs Love Revolution arriva ed è stato concepito in un periodo difficile per tutti noi, per motivi differenti. Insomma, la famosa “crisi” c’è e si sente, sia dal punto di vista economico che di tensioni psicologiche… Credo che ognuno attribuisca a questo disco un significato anche intimo, un manifesto di una rivoluzione personale, che può anche rappresentare il primo passo per una svolta. Senza presunzione, non voglio parlare di successo e soldi, quella non è una svolta che ci appartiene, soprattutto in questo mondo e in questa vita. Piuttosto lo vedo come il nostro modo di sentirci parte di un mondo sempre meno popolato e sempre più isolato e pieno di insidie, quello dei musicisti rock, lontano dal mainstream, appunto…

Parole e musica hanno la stessa importanza nell’economia di una vostra canzone?
Alessandro: no, assolutamente. Apprezzo enormemente i bei testi, quelli semplici e pieni di significato, ma la nostra musica è più ritmo, vibrazioni, chitarre distorte… e comunque talvolta il messaggio può arrivare indipendentemente dal testo della canzone… è semplicemente nell’aria.
Carlo: Alessandro è sempre molto diretto ed essenziale, sia nel comporre che nel rispondere alle domande di un giornalista. E’ fatto così! Provo ad estendere il concetto…l’elemento portante è quello musicale, il testo spesso arriva in una seconda fase. Proviamo comunque, a nostro modo, a far passare “il messaggio”. Penso a What I’ve Got: oggi in un battito di ciglia chiunque può volare a Shanghai, ma poi nessuno di noi ha una direzione, è perso. Gli imbonitori oggi ci vendono un sacco di stronzate, ma noi vediamo tensione, disoccupazione, disillusione e smarrimento. Liar (bugiardo), titolo inequivocabile, parla della fede persa…

In molte vostre canzoni, compare una componente molto soul che mi riporta a gruppi come i Creedence Clearwater Revival, in grado di unire soul, country, blues e rock’n’roll. Quali sono le vostre principali influenze?
Alessandro
: Creedence, appunto, ma anche Led Zeppelin, Hendrix, Rolling Stones, Cream… ci piace il rock blues degli anni Sessanta, quello grezzo, diretto e senza troppi fronzoli.
Carlo: la nostra formazione è di quattro elementi, tipicamente rock. Ed è giusto che se tu trovi in noi elementi soul, il primo riferimento vada ai Creedence. La forma e la sostanza stanno lì. Ed effettivamente l’elemento soul c’è, e sta anche nella voce di Alessandro, che riesce ancora, ogni volta, a sorprendermi.

Las Vegas, musicalmente si stacca notevolmente dal resto dell’album. Come è nata?
Alessandro
: il pezzo vuole essere un momento di rottura nella continuità del disco. La canzone è nata nel deserto dei Mojave, in viaggio verso Las vegas…è incredibile: dal nulla, all’improvviso, salta fuori un luogo assurdo, fuori dal mondo e dal tempo… una vera e propria città dell’oro dove gente da tutto il mondo arriva alla ricerca della propria pepita…magari anche con un sogno da realizzare….

Avete avuto modo di aprire per nomi di tutto rispetto del rock americano (Willie Nile, North Mississippi All Stars…), come sono state queste esperienze e quali segreti siete riusciti a carpire a questi artisti?
Carlo
: Onestamente l’incontro con Willie Nile è durato il tempo di consegnargli il nostro primo disco, mentre Luther e Cody Dickinson sono stati molto cordiali e disponibili. Hanno apprezzato il nostro rock e – subito dopo il nostro set – ci han fatto molti complimenti. Luther e Alessandro hanno in comune una bella collezione di chitarre, sulle quali si sono confrontati. E’ stato interessante vedere come Luther le gestiva e come giravano feeling, groove e dinamiche all’interno di un power duo. Credo sia stato uno dei nostri migliori set, abbiamo assistito poi ad uno show intenso e il post-concerto è stato decisamente gratificante ed istruttivo. D’altra parte, sono i figli di Jim Dickinson…
Alessandro: personalmente sono rimasto colpito dalla naturalezza con cui questi musicisti affrontano la scena…

Cosa vuol dire suonare rock’n’roll nella provincia italiana e cosa pensate della scena rock italiana?
Alessandro
: qualcuno può considerare assurdo suonare rock and roll in un paese che ne è l’antitesi assoluta, ma il rock è proprio questo: lo fai perché ne hai bisogno, non esistono alternative ne spiegazioni.
Carlo: come già ti ho detto, fare rock and roll vuol dire far parte di un piccolo mondo in estinzione. Un mondo che si arrabatta fra mille difficoltà, spesso ostacolandosi da solo… Purtroppo fare rock originale in Italia vuol dire confrontarsi anche con situazioni che di rock non hanno proprio niente. Spesso si fa confusione: c’è chi tenta di dare un messaggio intimo e personale – noi come tanti altri – e chi si limita a clonare. Purtroppo la gente non è in grado di scindere le categorie. E questa è la cosa peggiore. Frank Zappa diceva “nella lotta fra te e il mondo, stai dalla parte del mondo”. Ma credo fosse un consiglio che neppure lui ha mai seguito. E noi facciamo la stessa cosa. Suonare rock and roll vuol dire soffrire, sudare e fare molti chilometri per cercare la propria “strada”, senza la certezza di trovarla. Stare dei giorni su una canzone, discutere ed arrabbiarsi durante la registrazione di un disco, mangiare in due minuti mentre il fonico è a pisciare e trovare un riff che trasforma una canzone mentre bevi un caffè alle otto di mattina, prima di ripartire con le registrazioni. Ed Alessandro in questo è un maestro.

Quali sono i vostri obiettivi futuri?
Alessandro
: suonare il più possibile
Carlo: nell’immediato la cosa che più ci interessa è riprendere l’autostrada e suonare le nostre canzoni ovunque e il più possibile. Come ha detto prima Alessandro, ne abbiamo bisogno…sembra retorica, ma è così ed è una necessità. Sicuramente c’è la voglia, da subito, di continuare la nostra piccola rivoluzione con un nuovo disco. In cantiere ci sono almeno 20 canzoni nuove sulle quali lavorare.

Se poteste scegliere un solo artista italiano o straniero con cui collaborare chi scegliereste e perchè?
Alessandro
: Jono Manson a parte, io ne dico due: Dan Auerbach e Patrick Carney, i Black Keys.
Carlo: a questo punto, io dico Jack White e Ethan Johns. Jack White è grezzo e geniale, rigenera il country e il rockabilly, crea i Raconteurs e distrugge i White Stripes. Ethan Johns ha lavorato su dischi importanti.

Tre buone ragioni per avvicinarsi al vostro disco?
CarloMrs Love Revolution è stato una necessità. Uso tre aggettivi per tentare di semplificarlo, anche se è difficile: vero, sincero e sofferto.
Alessandro: me ne viene in mente solo una: è un bel disco.

a cura di Enzo Curelli

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=9VpBaOUxMw0[/youtube]

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