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Mike Patton – La Solitudine Dei Numeri Primi OST

2011 - Ipecac Recordings
soundtrack

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Tracklist

2. Twin Primes
3. Identity Matrix
5. Method of Infinite Descent
7. Contrapositive
11. Cicatrix
13. Abscissa
17. Isolated Primes
19. Radius of Convergence
23. Separatrix
29. ‘The Snow Angel
31. Apnoea
37. Supersingular Primes
41. Quadratix
43. Calculus of Finite Differences
47. Zeroth
53. Weight of Consequences

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Rimane pur sempre una bestia insaziabile d’ogni pietanza a base di sette note Mike Patton, genialoide interprete caleidoscopico delle ultime due decadi. E potendo ora permettersi, da artista affermato quale è, di banchettare al tavolo dei grandi, la sua vorace natura onnivora trova sfogo nei lidi musicali più disparati. E’ chiaro che per uno che passa con disinvoltura dal rap distorto dei Faith No More, alle martellate catacombali dei Sepoltura e riceve la coccarda di allievo modello dall’esimio professor Zorn (con doppia tesi improntata su rumorismo perverso dei Mr. Bungle e tsunami spettrale dei Fantomas), quasi sempre con originalità da vendere e risultati invidiabili, destreggiarsi in questo Mondo Cane (che è il titolo della sua penultima fatica nel segno della canzone italiana anni Sessanta, ebbene sì) diventa un po’ come risolvere il sudoku per un nerd: un divertito esercizio di stile. Crogiolarsi sulla soglia tra genio e follia insomma è piacevole quasi quanto beccare l’ultimo pullman notturno evitandosi camminate chilometriche dopo un concerto. Che Mike Patton fosse legato a doppio filo con l’Italia è cosa ormai nota, anche prima del sovra citato album di cover nostrane: il primo ammore nel segno di Morricone, la collaborazione con gli Zu, la fluente parlata italica frutto della sua permanenza a Bologna, un’improbabile versione live di “Tutti Pazzi” dei Negazione, un lontano Pranzo Oltranzista dedicato a Marinetti.

Questa volta, l’illuminato avanguardista nato ad Eureka(!), guarda nuovamente al Bel Paese, complice l’incredibile successo dapprima letterario poi cinematografico de “La solitudine dei numeri primi”: best seller partorito dalla penna di Giordano poi ampliamente rivisitato nella trasposizione filmica di Saverio Costanzo. Non essendo questa piattaforma dedicata a giudizi relativi ad inchiostro e pellicola, mi limiterò ad affermare che i meriti del concept dato alle stampe sono, a parere di chi scrive, indubbi, così come interessante è la versione per immagini destinata alle sale cinematografiche. Il suggestivo immaginario creato da Giordano diventa terreno fertile per Mike Patton (anch’egli forse, a modo suo, un unicum nel panorama musicale odierno) a cui viene affidato il compito di affrescare i momenti di stasi della pellicola di Costanzo con le sue trovate musical-rumoriste.
Due questioni spinose si pongono però già alla base del compito assegnatogli: la prima è che Patton si ritrova tra le mani una colonna sonora già in parte prestabilita, facente perno sul tintinnio dell’Uccello dalle piume di Cristallo” di Morriconiana memoria ed arricchita dal “Magic Thriller” dei Goblin nei titoli di testa; la seconda problematica è di natura concettuale: la Solitudine di Giordano ed ancor più quella estremamente “dark” di Costanzo (sì, figlio d’arte se ve lo steste chiedendo) è opera che prende forma attraverso i silenzi, la tacita angoscia, il “non detto” che divora l’anima. Estremamente difficile dunque comunicare l’incomunicabile, fare luce attraverso gli oscuri anfratti della coscienza negata, sonorizzare il male di vivere, il vuoto dell’esistenza. Patton fa quel che può, unendo i puntini neri d’un quadro nero, configura quella che lui definisce una “dipartita sonora” ispirata al film più che atta ad evocarlo.
Artigiano-cinefilo dedito al rattoppo, Patton cataloga ed assembla scricchiolii spettrali, pianoforti dagli abissi dell’anima (“Contapositive”, “Snow Angel”), stridii animali da scantinati post-alluvionati (“Abscissa”, “Separatrix”) articolandoli in momenti più tesi (“Cicatrix”, “Supersingular”) ed altri pacatamente-agghiacianti (“Radius”, “Apnoea”).

Il risultato è tutt’al più fascinoso nel suo incedere a tastoni tra il dark ambient e la Violenza Domestica dei Mr. Bungle ma in fin dei conti privo della pienezza compositiva, in primis autografa di Morricone (irraggiungibile peraltro) in secundis tributaria di John Zorn; e pur lontano dall’incalzare malefico dei Goblin. Urgono almeno due precisazioni da parte mia prima di concludere: la prima è che, sia chiaro, l’opera complessiva finale (vale a dire film e musica) rimane un gioiellino di pregevole fattura consigliato dal sottoscritto, la seconda è che io amo Mike Patton e per il suo istrionismo lo considero uno dei miei padrini musicali, ordunque un po’ come il figlio che guarda al genitore, le aspettative sono sempre molto alte. A mancare è stato però proprio quel suo “tocco magico”, quella torrenziale e vulcanica originalità che ti fa ogni volta dire: “E’ strano…folle sì…è Mike Patton!”.

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