The Peawees – Leave It Behind

The Peawees – Leave It Behind
2011 - Wild Honey Records
rock ‘n’ roll/punk/garage

Tracklist

    1. Food for my soul
    2. Gonna tell
    3. Memories are gone
    4. Don't knock at my door
    5. Diggin' the sound
    6. Good boy mama
    7. Danger
    8. Need a reason
    9. Leave it behind
    10. The place
    11. Count me out

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Ho ascoltato questo album a dicembre e senza tanti ripensamenti l’ho inserito direttamente nella top ten dei dischi del 2011. I Peawees liberano un’irresistibile scarica di adrenalina a forma di rock ‘n’ roll garage soul che omaggia i vari Chuck Berry, Elvis Presley e i protagonisti di quell’America nera degli anni sessanta targata Stax, Motown e Chess Records.

I quattro spezzini festeggiano i sedici anni di onorata carriera, compiendo un volo radente su di essa per gustarsi progressi, talenti e successi. Non è poco se ci pensate. Da Las Pezia hanno preso la benzina, incendiato tutto e celebrato un nuovo sacrificio: quello del ritorno ad un primitivo spirito rock. In “Leave It Behind” c’è tutto quello che serve per farvi sudare le natiche e farvi battere a tempo il piedino; dalla registrazione pulita ed elegante, alle molteplici influenze che la band dimostra di aver assorbito, dal punk stoogesiano degli esordi (“Danger”), il rock di scuola Hellacopters (“Don’t knock at my door”, “The place”), al garage-soul trasudante rock ‘n’ roll che omaggia Otis Redding, con tanto di fiati, piano e armonica, come nella micidiale tripletta d’apertura (“Food for my soul”, “Gonna tell”, “Memories are gone”).
Stupisce l’effetto evocativo, nei testi e nella musica, di quell’Inghilterra e di quell’America che va dagli anni ’50 ai ’70, che questa band italiana ha saputo mettere in piedi. Sono maturati e l’attenzione ai particolari lo dimostra. I loro orizzonti si sono fatti ancora più ampi: al centro la voce calda e avvolgente di Hervè Peroncini, i fraseggi chitarristici di Carlo Landini, gli stacchi galoppanti di Michele Napoli alla batteria, il tutto si amalgama con gli eleganti arrangiamenti tipici delle formazioni black femminili degli anni ’60, dando alla luce brani come “Good boy mama” e la conclusiva “Count me out”. Nota di merito al raffinato artwork del disco, affidato al dipinto del 1922 “To The Beauty” del tedesco Otto Dix.

Si tratta di un disco di ottimo valore e con un’anima, in cui la sincerità, l’attitudine e la voglia di suonare prevalgono forse sull’originalità e l’innovazione, senza però andare minimamente ad intaccare l’ottimo lavoro compiuto da questa band, che non ha nulla da invidiare a tante altre formazioni europee e d’oltreoceano.

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