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Russian Circles – Empros

2011 - Sargent House
post/rock

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Tracklist

1.309
2.Mladek
3.Schipol
4.Atackla
5.Batu
6.Praise Be Man

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Chicagoani, sovietici d’adozione, quattro album alle spalle e le redini di quel genere in bilico tra rock psichedelico e progressive metal rigorosamente accompagnato dal prefisso post.

Non è facile essere tra le nuove leve d’un sottogenere, per giunta già ampliamente inflazionato, i cui padrini si chiamano Neurosis e Mogway. Trovarsi poi, ad essere i pronipoti di illustri predecessori quali Isis e Pelican rende la sfida ancora più ardua/interessante. Nati dalle ceneri dei Dakota/Dakota e reduci dal tour a supporto dei Tool, i Nostri provano a risorgere come l’Araba Fenice dal sottosuolo fatto di stratificazioni di corde nostalgiche della gioventù sonica e cavalcate progressive irrobustite dal legittimo suffisso –core. Coadiuvati dal ciclopico basso di Brian Cook (turnista, ex Botch: altra band cardine del genere) i Russian Circles tentano di dar forma ad un monolite, Empros, forgiato tra vuoti e pieni à la Explosion in the Sky, andirivieni martellanti alla Pelican, psichedelica abrasiva di madre Tool e catarsi figlie degli Sigur Ros. I manierismi prog-sludge sono temperati da una costante ricerca di compattezza, amplificata dalla totale assenza di liriche, in un mare strumentale cadenzato dall’alternanza di ondate impetuose ma controllate più che dagli scatti nevrotici e lo sfaldarsi progressivo cui i Maestri di genere ci avevano abituati. Soprattutto è un disco meno “cattivo”, che nella sua macchinosità mira paradossalmente ad una certa poesia, ad un mood etereo, a descrivere il claudicante cammino di redenzione verso la luce che capeggia abbagliante in copertina. A farla da padrona peraltro è una selva shoegaze, più che un martello hardcore. Ecco allora arpeggi introduttivi alternati a rintocchi d’elettronica lontanissimi lasciar spazio a finali magniloquenti, fatti di stridori abrasivi e riff schiacciasassi: questa dicotomia reiterata distesa su tracce dalla medio-lunga durata sembra essere il dictat di un album che stenta a decollare forse, che non tarda ad annoiare i non avvezzi ai tunnel sonori di genere ma che può solleticare il palato di chi, pazientemente, aspetta un colpo di scena destinato a non arrivare mai.

L’interdizione, il non detto, il non finito non sono necessariamente difetti: lasciarsi abbagliare può essere piacevole. Che il genere abbia bisogno d’un qualche scossone è un’altra storia…

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=vdPJ1d-p3MU[/youtube]

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